Homeless statunitensi sotto l'effetto del fentanyl
Articolo di Roberto Roggero (Direttore Responsabile di Assadakah News)
Non fa differenza che si tratti di immobili, armamenti, automobili, industrie farmaceutiche, petrolio o stupefacenti. Ogni cosa, con il giusto metodo, può essere utilizzata come strumento di controllo e potere. E’ particolarmente vero, nel caso della droga, e specificatamente del fentanyl, fenomeno che da anni sta invadendo il territorio americano (con una media di 70mila morti all’anno), e non solo. In questo scenario, è entrato in campo il “biondo” Donald, la cui idea non è certo originale.
Sullo sfondo della lotta al “pericolosissimo capo-cartello Nicolas Maduro”, ovviamente per appropriarsi delle risorse naturali del Venezuela, si affianca la ripresa di un cavallo di battaglia che fu di Richard Nixon durante la presidenza negli anni ’70, e che come oggi è chiaramente un obiettivo non prioritario ma essenziale per il controllo e per il mantenimento del potere. Con una differenza sostanziale fra l’iniziativa di Richard Nixon e quella del “biondo” Donald.
La lotta alla droga di Nixon era dettata, almeno in una sua prima fase, dalla necessità di salvaguardare la salute pubblica in serio pericolo, poiché l’eroina faceva strage di reduci del Vietnam, irrimediabilmente affetti da sindrome post-traumatica, e già in buona parte tossicodipendenti per gli stupefacenti di cui facevano largo uso nella giungla, grazie alla distribuzione CIA.
Nixon adottò la strategia di colpevolizzare a livello mondiale i Paesi produttori del Sud- America e Sud-est asiatico, con una campagna mediatica senza precedenti, strumentalizzando abilmente il tutto a livello politico, salvo poi acquistare la consapevolezza che la crociata contro gli stupefacenti poteva essere un ideale strumento per il controllo del continente meridionale americano, unitamente a quell’idea di Henry Kissinger che venne poi messa in pratica dalla CIA e nota sotto il nome di “operazione Condor”, ovvero l’organizzazione logistica, il finanziamento e il sostegno dei colpi di stato che portarono al potere le giunte militari in Argentina, Cile, Paraguay, Brasile, e molti altri Paesi del Centro e Sud America, e generò conseguenze drammatiche come quella dei desaparecidos.
Ai giorni nostri, la dinamica adottata dall’amministrazione Trump rivolta diametralmente tale strategia, ma rimane il fatto che la lotta al fentanyl, di certo una emergenza reale, è comunque considerato un “effetto collaterale”, uno dei diversi aspetti del recente decreto per la Sicurezza Nazionale.
Il Senato americano ha approvato la proposta di inserire il fentanyl fra le armi di distruzione di massa, e come tale ha quindi accesso a particolari risorse. Astutamente il “biondo” Donald ha parlato di fentanyl accostandolo alle armi chimiche, quindi sarà più facile ottenere concessioni speciali per il contrasto. E ancora più astutamente Trump ha optato per fare passare la lotta al narcotraffico come “Ordine Esecutivo”, precisamente il 221° da quando è alla Casa Bianca per il secondo mandato.
Con questo stratagemma, sarà quindi molto più agevole applicare sanzioni, blocchi navali, iniziative e operazioni militari più o meno sotto copertura, per ottenere obiettivi ben più importanti strategicamente e politicamente, e il caso Venezuela è oltre modo emblematico.
I critici affermano che, sul piano legale, in un tribunale sarà arduo per gli avvocati accusatori dimostrare che un imputato per traffico di droga possa essere messo sullo stesso piano di un trafficante di armi, cioè quello che è lo stesso Donald Trump, metà dei deputati e senatori americani e buona parte dei primi ministri e governi del mondo, a cominciare da quello nazi-sionista genocida israeliano.
Donald Trump ha quindi intenzione di servirsi della lotta al narcotraffico come di un vero e proprio muro da contrapporre alle ondate di emigranti provenienti dai confini meridionali, nonché per tenere le briglie (o tentare di farlo) della situazione nel Sud-est asiatico, dove sempre più Paesi si stanno avvicinando al Gruppo BRICS, e allo stesso modo, contrastare l’avvicinamento ai BRICS dei Paesi centro e sudamericani…peccato che nella casistica non possano rientrare i Paesi del Golfo, che di droga proprio non ne producono, anzi…
Trump si cala anima e corpo in una nuova versione della cosiddetta Dottrina Monroe, con un rivisitato interventismo.
La Dottrina Monroe, cavallo di battaglia del presidente James Monroe nel 1823, elaborata dall’allora segretario di Stato John Quincy Adams, dichiarava l’emisfero occidentale precluso alla colonizzazione europea, riassunta nel concetto “L’America agli americani”, stabilendo la supremazia degli Stati Uniti nel continente e proibendo ingerenze extra-statunitensi negli affari americani, segnando l’inizio di una crescente influenza USA in America Latina e Sud America. Successivamente, concetti come il “Corollario Roosevelt” ne ampliarono l’interpretazione, legittimando l’intervento americano per “stabilizzare ed esportare la democrazia” nei Paesi latinoamericani.
In sintesi, la Dottrina Monroe definì l’identità americana e la sua sfera d’influenza, tracciando una chiara linea di separazione tra il mondo europeo e quello americano.
Il principio fondamentale è che il continente americano nella sua interezza non doveva essere oggetto di colonizzazione di alcun genere. Ma se all’epoca di James Monroe, la non-interferenza valeva nei due sensi, con gli Stati Uniti che si impegnavano a non intromettersi negli affari interni o nelle guerre europee, oggi il concetto e completamente ribaltato: il suprematismo americano (“America First” e “Make America Great Again”), per diritto acquisito unilateralmente, consente l’ingerenza statunitense dove venga reputato conveniente per gli interessi americani.
In questo scenario, come già accennato, si inserisce alla perfezione il caso del Venezuela, ma lo spettro apre a panorami ben più vasti con la presa di posizione del 2 settembre 2025 che ha dato il via all’intervento della US-Navy nel Mare dei Caraibi e lungo le coste occidentali americane, nell’Oceano Pacifico. Oltre una trentina le imbarcazioni proditoriamente attaccate e affondate, più di cento i morti che, dal punto di vista del diritto internazionale (l’ultimo dei problemi di Trump), sono vittime di veri e propri omicidi extragiudiziali compiuti a seguito di atti di pirateria in acque internazionali, per di più con una sentenza scritta a tavolino delle stanze del Pentagono e nella totale assenza di prove a carico. Ma se per la lotta al terrorismo non servono decreti e prove certe, equiparando gli stupefacenti agli armamenti, il gioco è fatto. Nella lista delle organizzazioni terroriste della Casa Bianca, sono quindi inclusi i nove principali cartelli della droga, che vengono in tal modo utilizzati come pretesto. Non che non siamo pericolosi, però dal momento che i grandi boss della cocaina, del fentanyl e di altre sostanze, sono ben noti alla DEA, alla CIA, alla NSA e all’FBI, basterebbe qualche drone imbottito di esplosivo per chiudere la questione. Ma se si chiudesse la questione, Trump non avrebbe più un pretesto per prendere iniziative tipo Venezuela, quindi il traffico di droga non deve essere eliminato, ma debitamente controllato. E comunque di fatto già è così.
Un’idea controversa agli occhi degli stessi repubblicani specie dopo la diffusione da parte del Washington Post del video del 2 settembre in cui la portaerei statunitense colpisce due superstiti di un attacco a una imbarcazione, uccidendoli.
Naturalmente è necessario alimentare il tutto, e a questo ci pensa, fra gli altri, il segretario alla Guerra, Pete Hagseth, che continua a propagandare la necessità di eliminare tutti i narcotrafficanti, anche se “è un compito estremamente difficile, perché si nascondono…”.
E mentre Trump in primis continua a sbandierare la lotta ai trafficanti, firma la grazia al narcotrafficante condannato all’ergastolo da un tribunale americano, Juan Orlando Hermandez, ex presidente-dittatore dell’Honduras e colluso con il potente cartello messicano di Sinaloa.

Stranamente in concomitanza con le elezioni presidenziali proprio in Honduras, dove concorre il candidato dell’estrema destra Nasry Asfura, e con lo smaccato sostegno di Washington che ha minaccia la sospensione degli aiuti in caso di sua sconfitta. Una lieve ingerenza americana negli affari politici di un Paese straniero, nonché ricatto politico in piena regola, sbandierando lo spauracchio di un “golpe narco-comunista”.
Di fatto, alla pubblicazione del presente articolo, non è ancora stato decretato il nuovo presidente dell’Honduras, a causa di caos elettorale e della interruzione del conteggio dei voti.
Comunque sia, Venezuela, Honduras, e soprattutto Cile, dove la presidenza, guarda caso, è andata a José Antonio Kast, esponente di estrema destra, sono alcuni dei punti nodali della rinnovata Dottrina Monroe oggi Dottrina Trump, che in questo modo cerca di limitare soprattutto l’influenza di Russia e Cina nel continente centro e sudamericano, dove in gioco ci sono enormi risorse naturali.
Tutto questo spiega perché il Venezuela sia diventato improvvisamente il nemico nella lotta al fentanyl, sebbene non ne produca nemmeno un grammo, e anzi, è provato che tale droga sia prodotta esclusivamente in Messico, e molto probabilmente anche entro gli stessi confini americani. I confini meridionali degli Stati Uniti quindi sono presidiati in forze, ma rimane il fatto che i migranti sono respinti, mentre la droga continua a passare. E non solo fentanyl, ma soprattutto cocaina, che ha avuto ultimamente una nuova impennata…guarda caso…

Quindi, il Messico per il fentanyl, e la triade Colombia-Bolivia-Perù per la cocaina, che enta negli Stati Uniti quasi completamente attraverso il cosiddetto “corridoio Ecuador” ovvero dal versante dell’Oceano Pacifico. Eppure in Ecuador, il presidente Daniel Noboa è un sincero alleato del “biondo” Donald, e a sua volta ha dichiarato guerra al narcotraffico, e ha ufficialmente chiesto l’aiuto statunitense, che chiaramente è stato immediatamente concesso, con l’arrivo di un contingente dell’esercito americano che si è stabilito a Manta, oltretutto contro l’opinione pubblica ecuadoregna, che in un recente referendum si è espressa per oltre il 60% contro una presenza militare statunitense, spacciata come “operazione temporanea”…Ma allora come si spiega tutto questo doppio-triplo gioco?
