Roberto Roggero – Le potenze mondiali alla volta della conquista sulle rotte alternative dell’Oceano Artico, un teatro estremamente difficile dove molti contendenti non tengono in debito conto l’impatto ambientale, dove per oltre 5.000 miglia non esistono scali, infrastrutture, insediamenti, basi operative e possibilità di soccorso. Il rischio è che, in casi di emergenza o incidenti, si avrebbe un disastro senza precedenti e senza rimedio.
Con la crisi che minaccia le rotte abituali attraverso Oceano Indiano, Mar Rosso, Canale di Suez, Stretto di Bab-el-Mandeb e Stretto di Hormuz, la cosiddetta “scorciatoia artica” è terreno di scontro, dove appare favorita la Russia, che è il paese con più estensione costiera in assoluto lungo questo asse.
Da qualche anno, l’utilizzo delle rotte artiche in chiave commerciale si è intensificato, in particolare da parte di Russia e Cina. Pechino da recentemente reso operativa la prima nave portacontainer destinata a percorrere queste latitudini, tecnicamente NSR (Northern Sea Route).
In corsa anche Sud Corea, con l’annuncio che a sua volta sfrutterà le rotte artiche per i propri traffici commerciali, mentre la prima compagnia di trasporti container del mondo, la MSC di Gianluigi Aponte (con sede a Ginevra), ha invece declinato proprio per salvaguardare l’equilibrio ambientale, e altre importanti gruppi stanno propendendo per la stessa scelta, sia perché l’Artico costringerebbe a maggiori costi, sia per motivi ambientali, dal momento che sotto l’aspetto climatico e geofisico, le rotte artiche comportano una serie di notevoli rischi operativi.
Attualmente, secondo i rilevamenti satellitari e le ricerche in loco, il ghiaccio della regione artica ha raggiunto livelli minimi in estensione e spessore a causa del cambiamento climatico che ha determinato innalzamenti di temperatura quattro volte superiori al limite tollerabile, dovuto principalmente all’utilizzo di quello che è considerato l’agente inquinante numero uno, cioè il cosiddetto Black Carbon, il prodotto della non completa combustione delle biomasse e dei combustibili di derivazione fossile (in genere propulsori diesel, soprattutto delle navi mercantili ,e lavorazioni industriali).
È stato accertato che le particelle di Black Carbon si concentrano in grandi quantità alle latitudini artiche, anche provenendo da zone lontane, rimanendo per molto tempo in sospensione, quindi depositandosi sul ghiaccio. Ne consegue che la superficie ghiacciata perde la capacità di riflettere la radiazione solare, anzi, causa il processo inverso alla rifrazione perché se la superficie bianca è materiale riflettente, quella scura attira e assorbe, accelerando i tempi di scioglimento e il riscaldamento dell’atmosfera.
Altro elemento di notevole danno è il cosiddetto HFO (Heavy Fuel Oil), cioè il propellente ad alto contenuto di zolfo usato dalla maggior parte delle navi mercantili in circolazione, la cui combustione è fra i maggiori produttori di Black Carbon.
A tale proposito, fa sorgere parecchi dubbi il fatto che, mentre diversi settori nel campo dei trasporti, sono soggetti a severe limitazioni in merito alle emissioni, la dispersione di Black Carbon non ha ancora alcuna regolamentazione, ed è quindi per questo che la maggior parte delle navi utilizzano propellente HFO senza remore, e l’Artico si sta riscaldando a ritmi ben superiori rispetto ad altre zone del pianeta.
In questo scenario, quindi, l’utilizzo delle rotte artiche (13mila km) rispetto a quelle abituali via Suez (20mila km), e il risparmio in termini di tempo, è un’idea allettante in teoria, ma in pratica si tradurrebbe in perdite ben più gravi, considerando anche il fatto che la NSR non è percorribile per tutto l’anno a causa dei ghiacci, e inoltre manca una adatta rete di infrastrutture di supporto sull’intera distanza, per cui i costi assicurativi, organizzativi e operativi sarebbero altissimi.
Una volta tanto, l’Italia sorprende con una presa netta di posizione, con il governo che ha presentato in Piano Ambientale per l’Artico, incentrato sulla cooperazione scientifica internazionale per la salvaguardia dell’ecosistema, ovvero: ritte artiche percorribili ma sotto rigida e severa regolamentazione per la sostenibilità, e ha invitato la IMO (International Maritime Organization) a emettere una normativa altrettanto severa sull’utilizzo dei combustibili verdi (green fuels). Il teatro dello scontro quindi si trasferisce su obiettivi commerciali, salvaguardia del pianeta ed effetti che, se non regolati, possono causare danni irreversibili.
