Roberto Roggero – Si sono conclusi i tre giorni di Conferenza Internazionale sulla Sicurezza a Monaco di Baviera, e non ci si poteva aspettare dichiarazioni di particolare acume politico e diplomatico a corollario del tutto. Né stupisce il fatto che siano emerse due concezioni diametralmente opposte fra Europa, Stati Uniti e Ucraina.
Tanto per cominciare in modo grottesco, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha chiesto all’Europa di contribuire a salvare l’Occidente come civiltà comune, mentre la responsabile della diplomazia europea, Kaja Kallas, ha risposto che l’UE non ha bisogno di essere salvata. Sarebbe stato meglio dire che non c’è possibilità di salvare un’entità che ha già un piede nella fossa, ma la speranza è l’ultima a morire anche se, per diversi analisti, è già morta pure quella.
Da parte sua, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha incitato l’Europa a definire una data fissa per valutare l’entrata di Kiev nell’Unione europea entro il 2027: “L’Europa non è praticamente presente al tavolo dei negoziati – ha ribadito il presidente ucraino – e questo è un grosso errore. Siamo noi ucraini che stiamo cercando di portare l’Europa pienamente nel processo, in modo che gli interessi e la voce dell’Europa siano presi in considerazione. Questo è molto importante”.
Zelensky ha comunque insistito sul fatto che Putin cercherà di dividere e governare l’Europa, anche se ha lodato Macron per essere stato trasparente sui colloqui e sulla loro natura. Il presidente francese ha fatto la sua uscita da cabaret, dichiarando che l’Europa dovrà ridisegnare completamente il proprio quadro di sicurezza di fronte a una Russia aggressiva. E di certo l‘Europa non è presente, o lo è in minima parte, al tavolo dele trattative, avviate l’anno scorso dopo che il “biondo” Donald ha rinnovato le relazioni con la Russia, ma i colloqui Mosca-Kiev si tengono non a caso in sedi lontane dall’Europa. E’ comunque ben evidente la presenza europea quando si tratta di vagliare pacchetti di aiuti in armamenti o in decine di miliardi di euro…e nemmeno questo deve stupire.
Ancora Marco Rubio si dimostra ben addestrato dal “biondo” padrone della Casa Bianca, dichiarando che gli Stati Uniti non hanno interesse né convenienza nel mostrarsi padroni ordinati ed educati che osservano l’inesorabile declino occidentale, rispecchiando la situazione della politica sia interna che estera statunitense, manifesto del fatto che gli Stati Uniti si comportano proprio da padroni, e tutt’altro che ordinati ed educati.
Il segretario di Stato americano ha affermato che Washington non vuole la razionalizzazione dello status quo, ma vuole redigere il conto finale, con tutti gli elementi per risolvere le questioni ancora in sospeso.
Da parte loro, i leader europei hanno sperato solo che il discorso conclusivo di Rubio non ricalcasse gli attacchi all’UE già manifestati dal vice presidente James David Vance, per gli amici JD, senza nutrire particolari speranze su eventuali cambiamenti di opinione da parte del “biondo” Donald in merito alla Groenlandia.
Il discorso di Rubio non sarà stato infarcito di illazioni o accuse all’Europa, ma il tono e il messaggio non cambiano: il Vecchio Continente è in pieno declino, e lo è per lampanti errori di valutazione da parte della governance europea, che ha scelto politiche decisamente male calcolate, e necessità di un intervento terzo per tirarsi fuori dalle sabbie mobili. Questa, purtroppo, è innegabilmente la dura realtà, ma da buon repubblicano americano, Rubio è poi sfociato in affermazioni paradossali, affermando che per l’Europa la salvezza non può che essere l’abbraccio di Washington.
La presidente della Commissione UE, Ursula Gertrud Albrecht von der Leyen, ha sorriso al termine dell’intervento di Marco Rubio, dichiarandosi “molto sollevata e rassicurata” sui legami con gli Stati Uniti, soprattutto in merito alla questione ucraina.
I colloqui in Europa per la nomina di un inviato speciale per la questione Mosca-Kiev sono in corso da quasi un anno, ma non sembra esserci alcun favorito. Solo il presidente francese Emmanuel Macron pare essersi mosso, con la recente nomina di un inviato personale a Mosca.
Non stupisce poi il fatto che Ursula von der Leyen abbia nuovamente evidenziato la necessità di attivare la clausola di difesa/riarmo dell’Europa, che naturalmente ha definito “non facoltativa”, ma obbligatoria secondo quanto stabilito dall’Articolo 42 dello Statuto europeo. Con questo ha giustificato il programma da 800 miliardi di euro per potenziare la capacità di difesa entro il 2030, a fronte di un attacco da parte della Russia, che viene dato per certo, e dei dubbi sull’impegno degli Stati Uniti nella difesa collettiva della NATO, secondo l’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, spalleggiata dalla potenza militare americana e da nuovi accordi co la Gran Bretagna…
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (principale fornitore europeo di armi allo stato nazi-sionista israeliano, ha dichiarato: “Temo che dobbiamo metterla in termini ancora più duri: l’ordine europeo, per quanto imperfetto sia stato anche nel suo periodo di massimo splendore, non esiste più. L’ordine internazionale basato sulle regole emerse nel secondo dopoguerra, in cui l’Occidente parlava con una sola voce sotto la guida degli Stati Uniti, è definitivamente tramontato, e ci troviamo in un’era politica delle grandi potenze, con dure e spietate regole spesso imprevedibili. Resta da vedere dove ci porterà il dialogo strategico con la Francia e altri Paesi europei per vedere come articolare la dottrina sulla deterrenza nucleare. Questo dialogo è importante perché è un modo per articolare la deterrenza nucleare in un approccio olistico di difesa e sicurezza. È un modo per creare una convergenza nel nostro approccio strategico tra Germania e Francia”.
Di fatto, la realtà è la seguente: la guerra in Ucraina, le pratiche commerciali sleali, i grandi passi compiuti dalla Cina, e il comportamento sempre più sprezzante degli Stati Uniti, stanno sconvolgendo gli assetti della geopolitica mondiale ai quali si era abituati, e sui quali ci si era addormentati.
La deterrenza nucleare è solo un pretesto, come lo è quello della aggressiva Russia che vuole dominare l’Europa, anche di fronte a Putin che ha ufficialmente dichiarato che dell’Europa non glie ne frega niente, poiché è più che evidente che Mosca si sia ormai orientata verso Est e Sud, come cuore pulsante del gruppo BRICS+ insieme a Cina e India.
La deterrenza nucleare, che Washington fornisce in gran parte all’Europa, con la presenza di svariate testate nucleari, è uno dei temi sempre più discussi, mentre l’UE ripensa la propria dottrina nucleare per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, per altro una fine-non-fine, visto che semmai la guerra nell’ombra si è semmai intensificata, e non di poco, dopo il crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Il nodo della questione è piuttosto ciò che gli Stati Uniti intendono come futuro impegno per la sicurezza europea, visto che il “biondo” Donald non risparmia le frecciate nei confronti di un’Europa che non fa abbastanza per la propria difesa, e minaccia di usare la forza militare per sottrarre la Groenlandia alla Danimarca, Paese membro della NATO, per cui Washington è orientata verso il ritiro di buona parte delle risorse fino a oggi destinate all’Europa, per monitorare altre importanti minacce, con riferimento a Medio Oriente e Iran, Africa, Cina-Taiwan e predominio delle rotte commerciali attraverso l’Artico.
Decisamente e fieramente anti-Donald è il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, che ha approfittato della Conferenza di Monaco per mettere in guardia Europa e mondo sul rischio di una nuova proliferazione nucleare a guida americana: “Una dinamica troppo costosa e rischiosa per evitare i conflitti, in un sistema che richiede zero errori e costante correzione, per evitare la distruzione totale non è una garanzia, è una pericolosa scommessa”.
Il caso Groenlandia, come c’era da aspettarsi, è stato il fulcro dell’intervento della premier danese Mette Frederiksen: “Purtroppo l’atteggiamento del presidente americano non è cambiato, le tensioni non si sono affievolite, nonostante la mediazione NATO”, visto che fino a un mese fa, Trump ha ancora affermato di essere pronto a prendere la Groenlandia con la forza, minacciando di imporre tariffe a diversi Paesi europei che avevano inviato alcune decine di truppe in Groenlandia. La controversia ha scatenato una raffica diplomatica e il timore che l’Alleanza Atlantica stesse per crollare su sé stessa.
Un accordo per un futuro accordo sulla Groenlandia, raggiunto fra il “biondo” Donald e il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha portato a una distensione solo temporanea, con l’istituzione del totalmente inutile e costoso Artic Sentry, attività di vigilanza rafforzata nel Grande Nord.
La premier danese ha comunque ribadito di non avere alcuna intenzione di accettare compromessi sull’integrità territoriale della grande isola artica (e sulle enormi risorse naturali che contiene).
Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha definito “inaccettabili” le pressioni sulla sua isola, e ha aggiunto che la Groenlandia è pronta a fare la propria parte, anche entrando a far parte della NATO.
