di Chiara Cavalieri*
TEL AVIV- Negli ultimi mesi il Mediterraneo orientale è tornato al centro di una competizione geopolitica sempre più esplicita. L’accelerazione della cooperazione militare e di sicurezza tra Israele, Grecia e Cipro greca (Repubblica di Cipro) non è un semplice rafforzamento bilaterale né una risposta contingente alle crisi regionali. È il segnale di una strategia strutturata, che mira a ridefinire gli equilibri di potere nello spazio compreso tra Levante, Egeo e Nord Africa.

I colloqui tra Benjamin Netanyahu, Kyriakos Mitsotakis e Nikos Christodoulides, accompagnati da annunci su una più stretta integrazione difensiva, esercitazioni congiunte, cooperazione di intelligence e rinnovato sostegno a una “Cipro unita” secondo la lettura greco-cipriota, vanno letti come parte di un disegno coerente. Non si tratta di iniziative isolate, ma di tasselli di una costruzione politica e militare che procede da anni e che oggi entra in una fase più esplicita.
Dietro la retorica della sicurezza e della stabilità regionale, emerge una realtà meno neutra: questo asse nasce e si consolida anche in funzione di contenimento della Turchia. Sul piano energetico, marittimo e strategico, l’obiettivo è chiaro: limitare l’influenza di Ankara, ridurre il suo spazio di manovra nel Mediterraneo orientale e rafforzare una configurazione regionale che escluda – o quantomeno marginalizzi – la Repubblica Turca di Cipro del Nord.

In questo senso, l’insistenza sul concetto di “Cipro unita” non è un elemento puramente diplomatico, ma uno strumento politico. Serve a legittimare una sola narrativa della questione cipriota e, allo stesso tempo, a delegittimare qualsiasi soluzione che riconosca il ruolo e la presenza turca sull’isola. È una posizione che irrigidisce il quadro, più che aprirlo a soluzioni condivise.
La geografia, in questo contesto, non è un dettaglio tecnico ma un fattore decisivo. Le rotte energetiche, le Zone Economiche Esclusive, il controllo degli spazi marittimi e aerei e la collocazione strategica di Cipro trasformano l’isola in una piattaforma avanzata di proiezione politica e militare. Ed è proprio qui che l’asse Israele–Grecia–Cipro assume una valenza che va oltre la cooperazione difensiva: diventa un tentativo di ridisegnare la mappa del Mediterraneo orientale.
Da cooperazione diplomatica a piattaforma strategico-militare
Negli anni, questo tripartito ha superato la dimensione simbolica per strutturarsi come un vero e proprio dispositivo strategico. I suoi pilastri sono ormai ben definiti:
- energia, utilizzata come leva geopolitica più che come semplice risorsa economica;
- interoperabilità militare, attraverso esercitazioni congiunte e integrazione dei sistemi;
- intelligence e sicurezza, con un coordinamento sempre più stretto;
- copertura politica euro-atlantica, che rafforza la posizione greco-cipriota all’interno dell’UE e quella israeliana nel quadro occidentale;
- contrasto diretto alla dottrina turca della “Mavi Vatan”, percepita come una minaccia all’assetto marittimo esistente.
Sotto la guida di Netanyahu, Israele ha investito molto in questa architettura, vedendola come un moltiplicatore strategico in un contesto segnato dal deterioramento dei rapporti con Ankara, dalla competizione sul gas del Levante e dalla crescente instabilità regionale.
Eppure, proprio nel momento in cui questo asse sembra rafforzarsi, emergono anche i suoi limiti strutturali.
Il punto decisivo: l’Egitto
Qualsiasi progetto di riorganizzazione del Mediterraneo orientale si scontra con una realtà ineludibile: senza l’Egitto, nessun assetto regionale può dirsi completo o stabile. Il Cairo è l’unico attore che combina peso demografico, capacità militari, infrastrutture energetiche, posizione geografica e legittimità politica.
L’Egitto coopera con Israele, Grecia e Cipro su dossier fondamentali: gas, sicurezza marittima, diritto del mare. È un pilastro dell’Eastern Mediterranean Gas Forum, ospita infrastrutture di liquefazione strategiche ed è parte integrante dei meccanismi di sicurezza regionali.
Ma – ed è qui il punto chiave – l’Egitto non ragiona per blocchi ideologici.
La normalizzazione con la Turchia e il cambio di paradigma
La normalizzazione dei rapporti tra Egitto e Turchia nel 2023, con lo scambio degli ambasciatori, ha rappresentato una svolta strategica. Non una riconciliazione sentimentale, ma una scelta lucida: trasformare una rivalità dura in gestione pragmatica degli interessi.

Il dossier libico è l’esempio più evidente. Da teatro di confronto indiretto, la Libia è diventata uno spazio di convergenza minima, in cui Il Cairo e Ankara condividono obiettivi essenziali: unità territoriale, stabilità, contenimento delle milizie e rifiuto della frammentazione permanente. Non è un’alleanza, ma è abbastanza per neutralizzare la logica della proxy war.
Questo rende, nei fatti, impraticabile l’idea di inglobare l’Egitto in un asse strutturalmente antiturco.
Perché l’Egitto non accetterà una polarizzazione rigida
La postura egiziana è coerente:
- evita escalation dirette con Ankara;
- difende una autonomia strategica piena;
- rifiuta di subordinare il dossier palestinese a logiche di accerchiamento;
- privilegia la stabilità regionale rispetto all’allineamento ideologico.
L’Egitto coopera per interesse, non per appartenenza a un campo.
Gli altri attori e i limiti dell’asse
La Giordania resta un attore complementare e prudente, lontano da dinamiche marittime o antiturche, e attento a non destabilizzare i propri equilibri interni.
Di conseguenza, l’asse Israele–Grecia–Cipro, pur rafforzandosi, resta incompleto. Senza l’Egitto, rischia di apparire più come uno strumento di polarizzazione che come una piattaforma di stabilizzazione.
Il Mediterraneo orientale, oggi, non si organizza in alleanze rigide, ma in geometrie variabili, fatte di cooperazioni selettive, dossier separati e linee rosse ben definite. L’asse Israele–Grecia–Cipro esiste e ha una funzione di contenimento della Turchia, ma non può diventare un’architettura regionale dominante senza Il Cairo.
Ed è proprio questa autonomia egiziana – scomoda per molti, ma strategicamente lucida – a impedire che il Mediterraneo orientale si trasformi in una nuova linea di frattura permanente.
L’Egitto non sceglie un campo contro un altro: sceglie di tenere il sistema in equilibrio.
*L’autrice e’ presidente della associazione Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI -UCOIM.
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