Roberto Roggero – Nel pieno della crisi mediorientale, pare che sia nato un nuovo blocco granitico sul piano diplomatico e politico, indipendente da Europa, Stati Uniti e Iran.
Secondo le informazioni, a Islamabad (Pakistan) è avvenuto in incontro fra i vertici dello stesso Pakistan, di Arabia Saudita, Egitto e Turchia. Ad aprire la pista è stato, a quanto pare, il Pakistan, che sta mediando le trattative fra le parti direttamente coinvolte nel conflitto, e che ha raccolto i ministri degli Esteri degli altri tre Paesi per fare il punto della situazione di crisi e affrontare soprattutto la questione dello Stretto di Hormuz, avviando un canale alternativo per le trattative fra Washington, Tel Aviv e Teheran.
Perché questa iniziativa? Il motivo è la ricerca di risultati non immediati, ma in una soluzione a lungo termine, dal momento che il conflitto si è esteso a tal punto da costringere i Paesi che hanno diversi generi di rapporti con la Repubblica Islamica, o con gli Stati Uniti e Israele, a trovare un percorso alternativo per la salvaguardia dei propri interessi, senza dipendere dai chiari di luna di Donald “il biondone” Trump, o dalle folli decisioni del governo nazi-sionista israeliano.
In questo quadro, un ruolo fondamentale ha la Turchia, mentre l’Arabia Saudita è probabilmente portavoce del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ovvero dei Paesi che più di altri possono risentire della crisi in atto, in tempi a lungo termine, per cui necessitano di un piano ben definito ma limitato a livello regionale.

In sostanza, la luminosa idea del “biondo” Donald e dei falchi della Casa Bianca e del Pentagono, di portare la guerra all’Iran, ha stravolto non solo gli assetti difensivi, o comunque militari, del Medio Oriente, ma soprattutto ha trasformato gli equilibri politici, perché i Paesi coinvolti, a diverso titolo, nel conflitto, hanno necessità profondamente differenti, a volte opposte, e tuttavia hanno una comune visione per quanto riguarda la assoluta necessità di de-escalation, soprattutto per quanto riguarda il commercio del petrolio.
Secondo le informazioni disponibili, infatti, pare che l’incontro di Islamabad sia stato incentrato sulla questione Hormuz, con la elaborazione di una rosa di proposte condivise per quanto riguarda la gestione del traffico marittimo, e soluzioni politiche che tengano sotto controllo eventuali nuove impennate, scontri o minacce di blocco, e quindi ulteriori alterazioni negative a livello globale.
Molto importante, inoltre, il fatto che da Pechino sia giunto pieno sostegno all’iniziativa di Islamabad, per ovvi motivi commerciali.
Insomma, a Islamabad non si è certo giunti a una soluzione del problema, ma è stato fatto un importante primo passo, per dimostrare che i Paesi produttori ed esportatori di greggio e gas non possono permettersi il lusso di attendere a lungo, qualunque siano gli esiti del conflitto in corso, anche perché (come si è detto) fra gli stessi Paesi partecipanti esistono divergenze di fondo, non ultime le questioni relative al programma missilistico di Teheran e le alleanze regionali sostenute dall’Iran, fra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi.
Resta il fatto importante della nascita di un nuovo fronte, una linea diplomatica con Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto come nuovo punto di riferimento regionale.
