Ro. Ro. – La Repubblica di Gibuti (o Djibouti) è situata nel Corno d’Africa, all’estremità meridionale del Mar Rosso, sul Golfo di Aden e sullo stretto di Bab-el-Mandeb. Confina con Eritrea a nord, Etiopia a ovest e a sud, con il Somaliland (Stato a riconoscimento limitato separato dalla Somalia) a sud-est. È bagnato dal Mar Rosso e dal golfo di Aden. È separato dallo Yemen da soli 30 km di mare. Ha una popolazione poco superiore al milione di persone, è una società multietnica, con netta prevalenza di somali e afar. La religione predominante (90%) è l’Islam, ed è indipendente dalla Francia dal 1977 e la valuta nazionale è il franco gibutiano. Ha proprie forze armate, che si dividono in Esercito, Marina, Aeronautica e Gendarmeria Nazionale, per un totale di 10mila militari.
Gibuti ha una superficie di circa 25mila km quadrati e, per la posizione strategica sul territorio sono presenti diverse basi militari straniere, storicamente la più antica quella della Legione Straniera francese, ma la più consistente è quella degli Stati Uniti seguita da Francia, Giappone, Cina, Arabia Saudita. Dal 2013 si è insediata la prima base militare estera italiana “Amedeo Guillet”. Germania, Regno Unito e Spagna si appoggiano alle basi militari dei Paesi alleati. Dal 1977 è membro ONU, dell’Unione Africana e della Lega Araba e dal 1986 è parte della Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, organizzazione politico-commerciale formata dai Paesi del Corno d’Africa che ha sede proprio a Gibuti. Ha sempre mantenuto buone relazioni con l’Etiopia (e quindi con l’URSS fino al 1991), con la quale intrattiene rapporti commerciali fondamentali per la propria economia. Meno cordiali sono i rapporti con l’Eritrea, per il controllo della penisola di Ras Doumeira.
Nonostante le piccole dimensioni, la scarsa popolazione e la modesta forza economica, Gibuti ha un ruolo fondamentale nello scenario attuale, proprio in virtù della posizione affacciata sullo Stretto do Bab-el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso, dove transita una sostanziale parte di tutte le merci in commercio nel mondo, fra Asia, Golfo, Europa e Africa orientale. La centralità fa di Gibuti uno snodo cruciale, e per questo piattaforma militare internazionale, polo logistico per l’Etiopia e corridoio migratorio fra Corno d’Africa e Penisola Arabica.
La presenza delle basi americane, di Cina, Italia e altre potenze rende il territorio un laboratorio di intersezione e interessi strategici globali. La stabilità interna dipende fortemente dal lungo mandato del presidente Ismail Omar Guelleh, la cui candidatura per il 2026 segna un punto critico per la continuità del modello di amministrazione.

Le risorse di Gibuti derivano da tre fonti principali. Anzitutto la rendita logistica derivante dalla dipendenza etiope dai porti del Paese, con circa il 95% delle merci etiopi che passa per Doraleh e Addis Abeba, ma con una concorrenza sempre crescente di scali marittimi alternativi. Secondo, la posizione di intermediazione regionale: fino al 2024, Gibuti deteneva un quasi monopolio sul traffico etiopico; oggi, accordi tra Etiopia e Somaliland penalizza questa posizione leader. Terzo, la sostenibilità finanziaria ma, nonostante la crescita di circa il 7% del 2025, il debito pubblico è classificato come “insostenibile”. La presenza della Cina accentua questa dinamica, combinando investimenti infrastrutturali e militarizzazione strategica, aumentando simultaneamente valore e rischio.
Gibuti non è solo polo economico e militare, ma anche nodo migratorio lungo la Rotta Orientale che collega Etiopia, Somalia e Yemen. Nel dicembre 2025, oltre si sono avuti circa 32mila movimenti migratori, che hanno portato Gibuti a potenziare protezione infrastrutturale, sicurezza interna e gestione dei flussi umani. Allo stesso tempo, la variabilità geopolitica del Mar Rosso e dello Stretto di Bab-el-Mandeb, accentuata dalle crisi energetiche e dai conflitti regionali, rende più costosa e rischiosa la rendita. La centralità di Gibuti resta strategica, ma sempre più condizionata da fattori esterni e variabili imprevedibili.
Le basi straniere hanno reso Gibuti una “capitale delle basi”, con presenze permanenti di Stati Uniti, Francia, Cina, Giappone e Italia. Camp Lemonnier, l’insediamento statunitense, ospita oltre 4.000 militari, con una spesa annuale di mantenimento di oltre 70 milioni di dollari. La Cina mantiene la sua prima base militare oltremare, strumento di proiezione regionale. Nel vicino Somaliland, Israele e Emirati Arabi Uniti investono per consolidare porti come Berbera e Assab, ampliando la propria influenza sui traffici, sulla sicurezza marittima e sull’intelligence strategica. Questi investimenti accentuano la competizione geopolitica nella regione, creando uno spazio ricco di interessi contrapposti ma interconnessi.
La competizione arabo-iraniana aggiunge un ulteriore livello di complessità. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sostengono politiche divergenti nel Corno d’Africa, mentre l’Iran sviluppa una rete di influenza tra sciiti nigeriani, Università Al-Mustafa e governi africani, con uso di droni Mohajer-6 in conflitti regionali come Tigray e Sudan. Questa strategia di Teheran crea un’interconnessione tra attività militari, politiche ed economiche in tutto il continente africano, moltiplicando gli effetti indiretti della crisi in Medio Oriente sul Corno d’Africa.
Il conflitto in Iran ha ripercussioni globali: aumentano i prezzi di gas e petrolio, si riducono le prospettive di crescita e peggiora la sostenibilità dei bilanci statali africani, già gravati dal debito. L’African Development Bank stima che servirebbero 1,3 trilioni di dollari annui per colmare i gap di sviluppo. In questo contesto, Gibuti cresce, ma su una base che resta fragile e vulnerabile a shock esterni.
Gibuti trasforma la rendita geopolitica in resilienza istituzionale, garantendo continuità politica, ottimizzazione dei rapporti con l’Etiopia e gestione sostenibile del debito. Il Paese rimane un hub strategico affidabile non solo per geografia, ma per efficienza e governance. Pressioni politiche interne, riduzione dei traffici, instabilità marittima e crescente militarizzazione convergono, trasformando la centralità in vulnerabilità concentrata. Il Paese resta strategico, ma con margini di autonomia molto ridotti e maggiori rischi economici e sociali.
Djibouti è un esempio emblematico di come un micro-Stato possa avere un peso sproporzionato sulla scena globale. La sua centralità dipende non solo da posizione geografica, ma dalla capacità di gestire interessi esterni, flussi commerciali, presenze militari e debito. Monitorare le cinque variabili chiave (politica interna, rapporti con l’Etiopia, sostenibilità del debito, presenza militare straniera e stabilità marittima) sarà determinante per capire se Gibuti continuerà a essere perno strategico o se la apparente stabilità è solo illusione (fonte: Inside Over)
