Ro. Ro. – L’equilibrio del Medio Oriente ha subito una brusca accelerazione nelle ultime ore, segnata da una serie di attacchi coordinati da parte dell’Iran che hanno coinvolto diversi attori regionali e obiettivi strategici occidentali. La tensione, già ai livelli di guardia, è esplosa quando i sistemi di difesa aerea di numerose nazioni del Golfo sono entrati in funzione simultaneamente, segnalando l’inizio di quella che appare come una nuova e fase della strategia iraniana. Risulterebbe attaccata anche la base per operazioni speciali di Al-Harir, nella quale opererebbero la Delta Force, l’Aeronautica statunitense e il Comando delle Operazioni Speciali Congiunte.
Le prime ore del mattino sono state caratterizzate dal suono delle sirene d’allarme a Dubai, e delle aree urbane del Bahrein, mentre le batterie difensive tentavano di neutralizzare le minacce in arrivo. Questa ondata di ostilità non si è limitata a semplici atti dimostrativi, ma ha colpito il cuore pulsante delle infrastrutture energetiche e militari della regione, delineando un fronte di conflitto che si estende dalle sponde del Golfo fino alle montagne del nord dell’Iraq.
Il fulcro dell’azione militare terrestre si è concentrato nel Kurdistan iracheno, dove il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha rivendicato un attacco contro la presenza militare statunitense. Attraverso i propri canali ufficiali Teheran ha confermato il lancio di cinque missili balistici ad alta precisione contro la base aerea di Al-Harir, definendo l’operazione come un colpo mirato al quartier generale dell’esercito invasore, sottolineando la volontà di colpire i centri nevralgici del comando americano nella regione.
L’impatto di questi missili ad alta capacità distruttiva ha sollevato enormi nubi di fumo visibili a chilometri di distanza, confermando la vulnerabilità delle installazioni logistiche in territorio iracheno e sollevando interrogativi sulla tenuta delle difese missilistiche.
Parallelamente ai raid in Iraq, la escalation si è sviluppata anche verso sud, mettendo alla prova la prontezza operativa delle monarchie del Golfo. L’Arabia Saudita ha dovuto fare i conti con l’incursione di droni armati nella regione orientale, area di importanza vitale per l’economia globale data l’altissima concentrazione di pozzi petroliferi e impianti di raffinazione. Le difese di Riyadh sono riuscite a intercettare e distruggere due droni prima che potessero raggiungere obiettivi critici, evitando potenziali shock ai mercati energetici internazionali.
Non meno intensa è stata l’attività difensiva del Kuwait, che ha riportato l’abbattimento di sei droni all’interno del proprio spazio aereo. La vastità di questa operazione, che ha visto l’impiego simultaneo di droni e missili su più direttrici, indica una pianificazione logistica complessa da parte di Teheran, che ha lo scopo di saturare i sistemi radar nemici e dimostrare la capacità di colpire ovunque nel raggio di migliaia di chilometri. L’attivazione delle sirene a Dubai e in Bahrein rappresenta un monito psicologico oltre che militare, ricordando ai centri finanziari del Golfo quanto la loro prosperità sia legata a un filo sottilissimo dipendente dalla stabilità regionale.
Questo nuovo capitolo di ostilità apre scenari inquietanti per la sicurezza internazionale e per la navigazione nello Stretto di Hormuz. L’attacco sistematico suggerisce che l’Iran stia cercando di ridefinire le regole di ingaggio, costringendo i vicini arabi e gli Stati Uniti a riconsiderare la propria posizione.
La comunità internazionale e i governi di tutto il mondo osservano con enorme preoccupazione l’evolversi della situazione, temendo che un errore di calcolo o un impatto letale su una zona densamente popolata possa innescare una risposta su vasta scala, portando il conflitto fuori dai confini regionali.
La stabilità del mercato petrolifero resta il termometro principale di questa crisi: ogni drone abbattuto vicino ai pozzi di petrolio è un segnale inviato ai consumatori globali. In tale contesto, come Washington ha mostrato attaccando l’Iran durante le trattative sul nucleare, la diplomazia sembra cedere il passo alla “legge del più forte” e alla forza balistica, lasciando il mondo in attesa della prossima mossa in questa pericolosa partita a scacchi tra le potenze regionali e le forze di coalizione a guida americana.
La base irachena di Al-Harir risale agli anni della dittatura di Saddam Hussein. A partire dal 1983 fino agli anni 2000, era una delle tante infrastrutture militari utilizzate dall’aviazione militare irachena per mantenere il controllo sulle regioni settentrionali e per le operazioni durante la guerra contro l’Iran tra il 1980-88.
La sua importanza strategica è cresciuta durante l’operazione “Iraqi Freedom” nel 2003, nel contesto dell’invasione americana dell’Iraq. In quella fase, la base fu il teatro di uno dei più grandi lanci paracadutati della storia moderna: circa 1.000 uomini della 173a Brigata Aviotrasportata americana si lanciarono sulla pista per stabilire una testa di ponte nel nord dell’Iraq, aprendo un fronte settentrionale contro Baghdad. Da quel momento, la base è passata sotto il controllo del Governo Regionale del Kurdistan e modernizzata con fondi e ingegneria militare statunitense, trasformandosi da aeroporto rudimentale in una struttura d’avanguardia capace di ospitare tecnologie aeronautiche di ultima generazione.
Nel 2014, dopo 11 anni da quando gli USA scelsero di abbandonare la base nonostante le proposte di collaborazione da parte del Kurdistan, sono emerse notizie di negoziati tra il Governo Regionale curdo e gli Stati Uniti sul possibile riutilizzo del sito per condurre attacchi aerei contro le forze del Daesh, meglio conosciute come Isis, cosa che accadde nell’ambito dell’operazione “Inherent Resolve”.
I politici iracheni hanno reagito con forte rabbia alle notizie. Majid al-Gharawi, un parlamentare di Baghdad, ha affermato che le “intenzioni degli Stati Uniti di costruire una base militare nell’area di Harir erano inaccettabili”, aggiungendo che la mossa mirava a rioccupare militarmente il territorio dell’Iraq. Un piccolo contingente di militari è rimasto presente nella base anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico, fino all’ottobre 2025.
Il ruolo principale di Al-Harir nel moderno scacchiere geopolitico è quello di polo logistico e centro di intelligence per il monitoraggio del quadrante nord-orientale del Medio Oriente. Geograficamente, la base si trova a breve distanza dai confini con Siria e Iran, permette di proiettare potenza aerea e capacità di sorveglianza su aree critiche con minimi tempi di reazione. La sua funzione è quindi duplice: orecchio elettronico, grazie a sofisticati sistemi radar e intercettazione di movimenti dei gruppi paramilitari e forze regolari lungo le frontiere; e deterrente contro il possibile risorgere di cellule estremiste, garantendo una presenza costante in un territorio dove l’autorità del governo centrale di Baghdad è spesso mediata dall’autonomia curda.
Dal punto di vista operativo, Al-Harir non è solo una pista di atterraggio, ma una complessa macchina bellica utilizzata per il supporto alle operazioni speciali e la gestione di velivoli a pilotaggio remoto definiti APR. La base è attrezzata per gestire droni da ricognizione e attacco, come i MQ-9 Reaper, che richiedono infrastrutture di comunicazione satellitare protette e hangar climatizzati per la manutenzione. Oltre ai droni, ospita elicotteri da trasporto e attacco, come gli Apache AH-64 e i Chinook CH-47, fondamentali per il rapido dispiegamento di truppe d’élite o per missioni di evacuazione.
Negli ultimi anni, a causa della crescente minaccia rappresentata dai missili balistici e dai droni delle milizie pro-Iran, la base è stata dotata di avanzati sistemi di difesa aerea, tra cui batterie C-RAM, ovvero Counter Rocket, Artillery, and Mortar, e sistemi di guerra elettronica progettati per “oscurare” o deviare i segnali GPS dei vettori nemici in arrivo. Gli attacchi iraniani rivendicati dai Pasdaran rappresenterebbero un duro colpo all’esercito statunitense che, nonostante abbia abbandonato il presidio completo della base, conta ancora sul suo utilizzo come hub fondamentale nel Medio Oriente.
Oltre agli aspetti tecnici, l’utilizzo di Al-Harir riveste un non trascurabile valore politico. Rappresenta il legame materiale fra gli Stati Uniti e le forze curde dei Peshmerga, che spesso sono stati forti oppositori di Saddam, dell’Isis, di Ansar al-Islam e del PKK turco, servendo come centro di addestramento e coordinamento. Questo utilizzo la rende un bersaglio simbolico, una gigantesca Croce Rossa su cui sparare: colpire Al-Harir significa per l’Iran e i suoi alleati contestare non solo la presenza fisica degli invasori, ma la legittimità dell’alleanza tra Washington ed Erbil.
Il fenomeno dell’utilizzo massiccio di Telegram da parte dei Pasdaran, spesso in contemporanea e ancor più spesso a discapito dei media istituzionali, è uno dei casi più interessanti di “guerra ibrida” e comunicazione asimmetrica moderna, tattica prediletta delle Guardie della Rivoluzione. Nel contesto dei recenti attacchi nel Golfo e in Iraq, la tempestività è tutto. I media ufficiali iraniani come l’agenzia IRNA o la TV di Stato IRIB, sono soggetti a lunghi protocolli burocratici e gerarchici prima di poter pubblicare una notizia. Telegram, al contrario, permette ai Pasdaran di lanciare “flash” informativi in tempo reale. Questo serve a occupare immediatamente lo spazio mediatico, imponendo la propria narrazione prima ancora che gli avversari possano fornire una versione alternativa. In una “guerra cognitiva”, chi arriva primo sui telefoni della popolazione e dei giornalisti internazionali modella la percezione della realtà.
C’è un paradosso evidente: mentre il governo di Teheran ha ufficialmente bandito Telegram per la popolazione civile dal 2018, i Pasdaran lo usano come strumento primario. Questa separazione tra canali formali e informali offre il cosiddetto presupposto di Plausible Deniability, di negabilità plausibile. Se un post su un canale Telegram ufficioso dei Pasdaran minaccia un obiettivo o rivendica un attacco con toni eccessivamente aggressivi, lo Stato iraniano, seppur non sia questo il caso, può sempre prendere le distanze in sede diplomatica, sostenendo che non si tratti di una posizione ufficiale del governo. Questo permette ai Pasdaran di condurre una propaganda molto più feroce e spregiudicata di quanto non potrebbero fare sulle pagine cartacee di un quotidiano registrato.
In aggiunta a questo, le piattaforme come Facebook, Instagram e X hanno, ancora e per il momento, politiche molto restrittive nei confronti di organi come i Pasdaran, essendo l’organizzazione classificata come terrorista dagli Stati Uniti e da altri paesi europei. I profili ufficiali vengono spesso chiusi o limitati drasticamente. Telegram, grazie alla sua politica di moderazione estremamente lassa e indolente e alla sua natura di piattaforma “neutra” basata su cloud, rappresenta un porto sicuro e un approdo da cui partire e ripartire. Qui i Pasdaran possono caricare video ad alta risoluzione dei lanci missilistici, infografiche di minaccia e confessioni forzate senza il rischio di veder sparire i contenuti in pochi minuti a causa di un algoritmo di moderazione di stampo californiano.
Telegram, oltretutto, è profondamente radicato nella società iraniana nonostante i blocchi, ormai facilmente aggirabili tramite VPN. Utilizzare questa piattaforma significa parlare direttamente al pubblico giovane e alla base militare, che consuma informazione quasi esclusivamente tramite smartphone. I Pasdaran gestiscono una rete di centinaia di canali “satellite” che non portano il loro nome ufficiale, ma che rilanciano i loro contenuti. Questa “camera dell’eco”, in gergo “Eco Chamber”, crea l’illusione di un consenso diffuso e spontaneo, mentre in realtà si tratta di una distribuzione gerarchica dell’informazione che parte dai vertici militari e si dirama in modo capillare nel tessuto digitale del Paese.
Oltre alla diffusione di notizie, Telegram viene usato come strumento di OSINT, Open Source Intelligence, e sorveglianza. Attraverso versioni modificate dell’app, i cosiddetti “fork” russi o iraniani, o canali che invitano all’interazione, i servizi di sicurezza legati ai Pasdaran possono monitorare i sentimenti della popolazione, identificare dissidenti e persino geolocalizzare determinati utenti. La notizia lanciata su Telegram non è, in sostanza, solo un fine, ma spesso un’esca per osservare le reazioni della rete e mappare la rete dei contatti degli oppositori o degli osservatori stranieri.
La questione del Kurdistan è uno dei paradossi geografici e politici più complessi dell’era moderna. Quando parliamo di Kurdistan non ci riferiamo, ovviamente, a un’entità statale definita da un codice civile o da una costituzione unitaria riconosciuta dall’ONU, come denota l’immenso numero di milizie al suo interno, ma a una regione etno-culturale che esiste “nonostante” i confini degli Stati sovrani che la ospitano. Il motivo per cui il Kurdistan, come è ben noto, viene definito quasi esclusivamente in base ai confini esterni e non alla sua regolamentazione interna risiede in una serie di traumi storici e necessità geopolitiche che hanno impedito la nascita di un ordinamento giuridico curdo universale.
La ragione principale per cui il Kurdistan è definito dai suoi margini esterni è, per l’appunto, storica. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Sèvres nel 1920 aveva effettivamente previsto la creazione di uno Stato curdo indipendente. Tuttavia, quel trattato non fu mai ratificato a causa dell’ascesa di Mustafa Kemal Atatürk in Turchia, ma venne sostituito a piè pari dal Trattato di Losanna del 1923, che di fatto cancellò l’ipotesi di un Kurdistan sovrano, spartendo i territori abitati dai curdi fra Turchia, Iraq, Iran e Siria.
Da quel momento, il Kurdistan ha smesso di essere un’entità con una propria legge interna, per diventare una “minoranza” all’interno di confini decisi a tavolino dalle potenze coloniali.
Questo ha costretto i curdi a definire la propria esistenza in opposizione ai confini di quegli Stati. Il Kurdistan “turco”, chiamato Bakur, quello “iracheno” chiamato Başûr, quello “siriano” ovvero i Rojava, e quello “iraniano” definito Rojhelat, non sono province di uno Stato, ma frammenti di una nazione che risponde a quattro codici penali, quattro sistemi fiscali e quattro governi diversi, rendendo impossibile una regolamentazione interna omogenea.
L’unico caso in cui esiste una vera regolamentazione interna è la Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno. Qui, dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003, la Costituzione irachena del 2005 ha riconosciuto ufficialmente l’autonomia di questa zona. Tuttavia, anche in questo caso, la base giuridica è precaria. Nonostante abbiano un Parlamento, un Presidente e delle leggi proprie, il Kurdistan iracheno non ha una propria Costituzione ratificata e sovrana a livello internazionale; la sua autorità deriva esclusivamente dalle concessioni politiche del governo centrale di Baghdad. Tale istanza crea un limbo legale non indifferente, poiché i confini della regione, come la famigerata “Linea Verde”, luogo di scontri violenti, sono definiti da accordi di cessate il fuoco militari e non da una chiara delimitazione amministrativa accettata da tutti. Città come Kirkuk, come Sinjar, ma anche la Piana di Ninive rimangono veementemente disputate proprio perché non esiste una regolamentazione interna condivisa tra curdi e arabi che stabilisca dove finisce l’autorità dell’uno e inizia quella dell’altro.
Un altro motivo per cui non si riesce a definire il Kurdistan sulla base di una regolamentazione interna, nonché il motivo per il quale resta difficile mobilitare un vero e proprio esercito curdo, è la profonda divisione politica tra i curdi stessi. In Iraq, ad esempio, il territorio è storicamente diviso tra l’influenza del PDK, Partito Democratico del Kurdistan, della famiglia Barzani, e l’UPK, Unione Patriottica del Kurdistan, della famiglia Talabani. Questa divisione ha portato alla creazione di due amministrazioni separate per decenni, con forze di sicurezza, i già citati Peshmerga, che spesso rispondono ai partiti e non a un comando nazionale unico. Quando mancano un esercito unico, una magistratura centralizzata e una legge universale, l’unico modo per identificare il Kurdistan agli occhi del mondo rimane quello geografico e di confine: è “quella terra che sta tra il confine turco e le montagne iraniane”, definita più dall’esterno che dalla coesione delle sue regole interne. La frammentazione politica e il dualismo dei clan curdi, inoltre, fa sì che essi siano in perenne conflitto tra loro per riuscire ad ottenere il comando totale tramite l’imposizione della loro visione come ideologia unitaria da porre alla base di un possibile paese sovrano, fattore che rende una mobilitazione unitaria al soldo dell’Occidente americano o dell’Iran, nel contesto di questo conflitto, incredibilmente ardua.
Gli americani, all’inizio del conflitto, avevano lasciato correre una voce secondo cui i curdi iracheni o iraniani erano in procinto di avviare un’offensiva contro l’Iran, notizia poi smentita dagli stessi curdi.
