Roberto Roggero – A poche ore dalla visita improvvisa di Giorgia Meloni in Qatar, Majed Al-Ansari, il portavoce del primo ministro Mohammed Al-Thani, racconta i contenuti del colloquio, che definisce costruttivo.
Al-Thani e Meloni hanno ovviamente discusso la situazione attuale nel Golfo e gli eventuali sviluppi, augurandosi una rapida de-escalation, per fare in modo di evitare la crisi energetica che ne deriverebbe.
L’interesse della premier Meloni è certo avere la garanzia che gli investimenti e le forniture energetiche dal Qatar all’Italia possano avere una continuità, se non un aumento, e a tale scopo è allo studio un potenziamento delle relazioni nei settori della diplomazia, dell’energia e degli investimenti. Il Qatar si è detto disponibile a intensificare la cooperazione.
Dall’inizio del conflitto, la leadership del Qatar è in contatto sia con il governo italiano che con altri governi europei, in materia di difesa e sicurezza internazionale ed energetica.
Particolare attenzione è data, come si può ben immaginare, allo Stretto di Hormuz. Il tratto di mare, che come si sa ha una importanza strategica fondamentale per l’economia mondiale, prima dell’aggressione americana e israeliana all’Iran era l’unico passaggio marittimo libero da autorizzazioni, pagamento di pedaggi, obblighi di vario genere, a differenza del Canale di Panama, del Canale di Suez, dello Stretto di Malacca. Con la guerra che il “biondo” Donald e il criminale assassino Netanyahu hanno scatenato, anche Hormuz adesso è sottoposto a condizioni difficili, sia dal punto di vista della sicurezza della navigazione, sia per le imposizioni che la Repubblica Islamica ha deciso di fissare, per impedire che gli Stati Uniti ne assumano il controllo e usufruiscano dei vantaggi che ne deriverebbero.

Molti partner internazionali del Qatar riconoscono la gravità della situazione e l’impatto che l’instabilità regionale avrà sull’economia globale. Il Qatar è il primo fra i Pasi del Golfo, ad avere preso la decisione di non essere mediatore fra le parti in causa, per concentrarsi sulla propria difesa nazionale e sulla riparazione dei danni, in particolare agli impianti energetici, ma ha assicurato di sostenere ogni sforzo che possa portare alla pacificazione dell’area. Decisa la posizione di non essere trascinato direttamente nel conflitto in corso.
Una priorità è poi tentare di ricostruire le relazioni che si erano stabilite con Teheran, prima che il territorio fosse coinvolto direttamente a causa della presenza delle basi americane, poiché non è la prima volta che il Qatar subisce attacchi. Stesso discorso per quanto riguarda l’aggressione israeliana a Doha, durante i negoziati fra Israele e Hamas.
Dal 2023 la leadership del Qatar manifesta assoluta preoccupazione per le continue escalation nella regione avrebbero causato danni a importanti infrastrutture energetiche, come gli impianti di produzione di gas naturale e altre aree industriali. Il Qatar rappresenta il 20% del commercio mondiale di GNL e questi incidenti hanno ridotto la capacità di esportazione di circa il 17%, con perdite stimate in 20 miliardi di dollari annui.
Improvviso, ma non improvvisato, quindi, l’arrivo della premier italiana in Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita, la quale avrebbe voluto andare anche in Kuwait ma per ovvie ragioni di sicurezza non è stato possibile. Improvviso soprattutto perché ha costituito una sorpresa per molti partners europei, che ne sono stati tenuti all’oscuro, e soprattutto anche per il “biondo” Donald, che ha preso la notizia non certo positivamente.
Resta il fatto che l’iniziativa della premier è un segno evidente che l’Europa appare frammentata rispetto alle posizioni da assumere, e soprattutto in merito a quella unità che in un momento del genere sarebbe invece assolutamente prioritaria e necessaria. Se ognuno dei Paesi membri della UE comincia a curare esclusivamente i propri interessi, la situazione sarà estremamente sbilanciata, considerando le diverse necessità. Il problema è trovare il giusto equilibrio fra necessità nazionali e comunitarie, e non basarsi sul concetto “ognuno per sé”.
In questo quadro, sono insistenti le voci che siano in corso contatti non ufficiali fra Roma e Teheran, perché se ha Hormuz possono passare le petroliere spagnole, indiane, cinesi e giapponesi, significa che è possibile aprire una trattativa, sempre che il nostro governo si decida a non tenere il piede in due scarpe, come è solito fare, ma a prendere una decisa e netta posizione.
Insomma, è prioritario non perdere il 15% di petrolio e il 10% di gas che arrivano in Italia dai Paesi arabi, per non andare incontro a una reale crisi energetica che imporrebbe un rigido razionamento, ma è necessario anche uno sforzo supplementare, ovvero una posizione chiara e inequivocabile. A parte la eventuale crisi energetica, l’interesse del governo è quello di non crollare nel consenso, che sta già traballando, e sta proprio in questo “l’interesse nazionale”, espressione che può significare molte cose.
Tra l’altro il pericolo di abbandono e solitudine rispetto a una reazione comunitaria assolutamente mancante, mentre abbondano altre iniziative, come la decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) che, con voto unanime, ha stabilito di liberare 400 milioni di barili delle riserve strategiche dei 32 Paesi che ne fanno parte (la quota dell’Italia, poco meno di 10 milioni di barili, cioè 2,5% del totale), equivalenti a 16 giorni della produzione petrolifera giornaliera. Periodo che comunque è già trascorso, visto che la decisione risale all’11 marzo. Anche il G7 sta pensando a qualcosa di analogo, ma la condizione necessaria è che la guerra si concluda in tempi brevi.
Al momento, si è fermi alla proposta che Francia, Germania, Olanda, Italia, Canada, Gran Bretagna e Giappone, hanno rivolto al Consiglio di Sicurezza ONU per formare una coalizione disponibile a intraprendere azioni diplomatiche, il cui scopo è la libera navigazione attraverso Hormuz, con supervisione delle Nazioni Unite, ma solo quando il conflitto potrà dirsi ufficialmente finito.

L’ostacolo da superare rimane comunque la diversità delle posizioni dei Paesi UE, fin dai primi giorni della guerra: la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Antonio Costa, la responsabile della politica estera Kaja Kallas, il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, tutte centrate sulla necessità di mantenere alta la pressione sulla Russia, anziché favorire un riavvicinamento, proprio perché la Russia (e di conseguenza Cina e gruppo BRICS) può essere una soluzione alla minaccia di crisi energetica, oltre che un ideale canale di mediazione proprio con l’Iran. E invece ci si ostina a non voltare le spalle ai ricatti americani, per altro economicamente sfavorevoli.
Non solo: l’Unione Europea di fatto si è schierata contro due Paesi membri come Slovacchia e Ungheria, e si intestardisce a favorire l’Ucraina nella disputa sull’oleodotto Druzhba.
A questo punto no si può parlare di mancanza di lungimiranza politica ed economica
In realtà, mentre la premier Meloni si affretta a volare nel Golfo, per difendere gli “interessi nazionali”, e dice di non essere d’accordo, almeno a parole, con Donald “il biondone” Trump (di concerto con Londra e Berlino), una grossa fetta dell’Europa comunitaria sceglie la strada esattamente opposta. La Bulgaria ha concesso l’uso della base Vassilj Lebskj agli aerei americani che vanno a bombardare l’Iran, e la Romania ha fatto lo stesso con l’aeroporto di Costanza, dove stanno arrivando circa 10mila militari americani, come tappa per il trasferimento nel Golfo. Anche il Kosovo ha manifestato appoggio alla guerra di aggressione americana-israeliana, come Albania, Repubblica Ceca, Paesi Baltici, Nord Macedonia e Polonia, che ha negato l’invio di missili contro l’Iran perché sono baluardo contro la Russia, come ha dichiarato il ministro della Difesa, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz.
Stando così le cose, i presupposti per un fronte unico che abbia lo scopo di salvaguardare la disponibilità di risorse energetiche per l’Europa, non ha alcuna possibilità di realizzarsi, considerando poi che i responsabili dei più importanti Commissariati UE nel caso specifico, ovvero Difesa, Esteri ed Economia, sono affidati ad altrettanti rappresentanti proprio dei Paesi Baltici (Andrius Kubilius, Kaja Kallas e Valdis Dombrovskis) i quali, contrariamente a quanto sarebbe logico fare, stanno favorendo l’allargamento dell’ingerenza americana Ue quindi israeliana) sul versante orientale dell’Unione Europea, con la cocciuta e irreale convinzione di dover contenere l’espansionismo russo.
