Di fronte all’orrore sistemico degli “Epstein Files”, assistiamo ancora al penoso spettacolo di uomini — prevalentemente maschi, bianchi e privilegiati — che si lanciano in equilibrismi semantici per spiegarci che parlare di “pedofilia” sarebbe un’esagerazione, poiché le vittime erano “adolescenti”. Come evidenziato dagli esperti ONU e riportato da Francesca Coin su Il Manifesto, siamo invece di fronte a crimini contro l’umanità radicati in un’ideologia suprematista, misogina e razzista.
Il “patto di fratellanza” e l’omertà maschile
Da un punto di vista antropologico, il Sistema Epstein non è l’opera di un singolo predatore, ma la manifestazione di un patto di sangue patriarcale. In molte strutture di potere, la condivisione del crimine sessuale funge da collante: abusare insieme di corpi vulnerabili crea un legame di ricatto reciproco che garantisce l’impunità. È la “fratellanza dei lupi”: chi partecipa o tace diventa parte di un’élite intoccabile. La complicità maschile globale non è un’assenza di azione, è una struttura attiva di protezione del privilegio.
L’intersezionalità del sacrificio: razza e classe
Quello che è andato in scena non è stato un “errore di valutazione”, ma un’orgia sacrificale. Le vittime non erano “ragazzine” generiche: erano corpi scelti accuratamente per la loro estrema vulnerabilità. Quasi sempre nere, mulatte, brown; adolescenti provenienti da contesti di povertà e prive di protezione sociale. Il razzismo sistemico permette all’abusante di percepire la vittima non come persona, ma come “risorsa estraibile”. È la misoginia estrema che si sposa con il suprematismo: il corpo della “piccola donna” non-bianca ridotto a pura materia prima per il piacere di un’élite transnazionale.
Il paravento di Ghislaine Maxwell e la colpa femminizzata
C’è una dinamica perversa nel modo in cui il sistema ha gestito lo scandalo: la sovraesposizione di Ghislaine Maxwell come l’unico “mostro” visibile. È il vecchio trucco del capro espiatorio: si punisce una donna per assolvere un intero sistema di uomini. Maxwell non era una “donna normale”: era una funzionaria organica agli apparati di intelligence, legata al Mossad. Nei servizi segreti, le donne vengono addestrate a diventare ingranaggi di una macchina di ricatto geopolitico (honey trapping). Se ha partecipato, lo ha fatto per servire e condividere il potere maschile, non per sovvertirlo.
La de-responsabilizzazione dei “clienti” eccellenti
Mentre i riflettori restavano fissi su di lei, i nomi degli uomini che frequentavano l’isola e le ville — commettendo atrocità su bambine e minori — sono stati protetti da una cortina di omertà. Figure come il Principe Andrea d’Inghilterra, Bill Clinton, Donald Trump, Ehud Barak e l’avvocato Alan Dershowitz hanno beneficiato di questo sistema di schiavitù sessuale e tortura. Le donne “comuni” che frequentavano quegli ambienti vi approdavano spesso ignare; anche le donne potenti presenti cercavano una vicinanza al potere, ma non operavano secondo lo stesso meccanismo predatorio dei maschi. Il sistema è stato progettato da uomini, per uomini, per soddisfare appetiti alimentati da un senso di onnipotenza su corpi considerati “nulla”.
Oltre il tecnicismo
Chi oggi si rifugia nella distinzione tra pedofilia ed efebofilia per ripulire la coscienza di questi criminali, sta riaffermando la stessa ideologia suprematista. Non è un dibattito linguistico: è la difesa di un sistema che considera la violenza riproduttiva e la sparizione forzata come privilegi di casta.
La sottoscritta Maddalena Celano denuncia con forza questa cultura dell’impunità: non c’è “consenso” nella vulnerabilità, né “tecnicismo” che possa coprire un crimine contro l’umanità. Finché puniremo solo “Eva” per proteggere i “Re”, non avremo mai giustizia.
