I missili della Corea del Nord
La Corea del Nord, sotto la guida di Kim Jong-un, ha accelerato in modo esponenziale il suo programma di test missilistici, non limitandosi più a semplici dimostrazioni di forza ma conducendo esercitazioni che simulano attacchi nucleari tattici contro obiettivi specifici in Corea del Sud e Giappone. Uno degli esempi più eclatanti è l’esercitazione “terra bruciata”, condotta nell’agosto 2023. In quella occasione, lo Stato Maggiore dell’esercito nordcoreano ha dichiarato esplicitamente di aver simulato attacchi nucleari contro i principali centri di comando militare e gli aeroporti operativi della Corea del Sud. L’obiettivo dichiarato dalla propaganda di regime era quello di paralizzare la catena di comando e le capacità di risposta aerea di Seul nelle prime fasi di un potenziale conflitto. Durante queste manovre, i missili sono stati fatti esplodere a una quota prestabilita sopra un bersaglio simulato nel Mar del Giappone, testando la detonazione aerea che serve a massimizzare i danni delle radiazioni e dell’onda d’urto su obiettivi di terra.
Questa evoluzione preoccupante si manifesta attraverso la diversificazione dell’arsenale, che ora include missili balistici intercontinentali a combustibile solido, vettori ipersonici e sottomarini in grado di lanciare ordigni nucleari. L’obiettivo dichiarato del Nord è quello di rendere il proprio deterrente irreversibile e di possedere una capacità di “secondo colpo” che possa sopravvivere a un eventuale attacco preventivo. Le violazioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono diventate sistematiche, con lanci che avvengono con una frequenza senza precedenti e spesso senza preavviso per la navigazione aerea e marittima civile. Particolare allarme desta lo sviluppo di testate miniaturizzate, come la Hwasan-31, progettate per essere montate su missili a corto raggio che possono eludere i sistemi di difesa tradizionali grazie a traiettorie non balistiche e manovrabili. La retorica di Pyongyang si è fatta altrettanto aggressiva, con l’inserimento nella costituzione dello status di stato nucleare e la minaccia esplicita di utilizzare l’atomica non solo per difesa, ma anche in via preventiva se si percepisse una minaccia imminente. Questa postura offensiva ha alterato fondamentalmente il calcolo del rischio nella regione, costringendo gli analisti militari a considerare lo scenario di un conflitto nucleare limitato come una possibilità concreta e non più come una remota teoria da guerra fredda. Per comprendere meglio la portata delle violazioni e le specifiche tecniche dei vettori utilizzati, è possibile consultare i database aggiornati sui test missilistici forniti da organizzazioni specializzate come la Nuclear threat initiative.
Da notare il funzionamneto della “autarchia tecnologica” degli ingegneri nordcoreani che, nonostante l’isolamento economico, continuano a presentare avanzamenti che sorprendono le agenzie di intelligence occidentali, suggerendo l’esistenza di reti di approvvigionamento parallele.
LA RISPOSTA ALLA COREA DEL NORD
La risposta all’aggressività nordcoreana si è concretizzata in un rafforzamento senza precedenti della cooperazione trilaterale tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Washington ha assunto il ruolo di perno centrale, lavorando instancabilmente per ricucire i rapporti tra Seul e Tokyo, storicamente tesi a causa delle dispute risalenti all’occupazione giapponese della penisola coreana. Il risultato è un’architettura di difesa integrata che prevede la condivisione in tempo reale dei dati di allerta missilistica, esercitazioni militari congiunte di vasta scala e la presenza regolare di asset strategici americani, come sottomarini a propulsione nucleare e bombardieri strategici, nelle acque e nei cieli della regione. Questo nuovo livello di coordinamento è stato formalizzato attraverso accordi diplomatici che mirano a istituzionalizzare la cooperazione, rendendola resistente agli eventuali cambi di amministrazione nei tre paesi. In particolare, la creazione di un gruppo consultivo nucleare tra Stati Uniti e Corea del Sud ha garantito a Seul una maggiore voce in capitolo nella pianificazione strategica americana, rassicurando l’opinione pubblica sudcoreana che sempre più spesso dibatteva sull’opportunità di sviluppare un proprio arsenale atomico indipendente. Il Giappone, dal canto suo, ha intrapreso una revisione storica della sua politica di difesa, abbandonando decenni di pacifismo rigoroso per acquisire capacità di contrattacco, ovvero la possibilità di colpire le basi missilistiche nemiche prima che queste possano lanciare un attacco. Questa mossa, impensabile fino a pochi anni fa, è stata accolta con favore dagli Stati Uniti come un necessario passo verso una condivisione più equa del fardello della sicurezza regionale. Tuttavia, questa militarizzazione del Pacifico non avviene senza conseguenze geopolitiche più ampie, in quanto viene letta da Pechino e Mosca come un tentativo di accerchiamento, spingendo questi due attori a rafforzare a loro volta i legami con la Corea del Nord, creando così due blocchi contrapposti che ricordano le dinamiche più tese del ventesimo secolo. Per un’analisi approfondita sulle implicazioni diplomatiche di questa triplice alleanza è utile riferirsi agli studi pubblicati dal Center for strategic and international studies.
Il terzo pilastro di questa crisi complessa riguarda l’aspetto economico e l’efficacia del regime sanzionatorio internazionale, che appare oggi più fragile che mai. Nonostante l’inasprimento formale delle sanzioni, l’economia nordcoreana non è collassata. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, paralizzato dai veti incrociati di Russia e Cina, non riesce più a imporre nuove misure punitive significative, lasciando che le sanzioni esistenti vengano aggirate con crescente facilità. Inoltre, il recente riavvicinamento con la Russia ha aperto nuove linee di rifornimento: in cambio di munizioni e artiglieria per la guerra in Ucraina, si sospetta che Mosca stia fornendo alla Corea del Nord tecnologie spaziali e missilistiche avanzate, oltre a cibo e carburante. Le sanzioni unilaterali imposte da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud cercano di colpire le entità terze che facilitano questi traffici, ma la natura opaca delle reti finanziarie nordcoreane rende ogni azione di contrasto estremamente difficile. Gli esperti sottolineano che senza un coinvolgimento costruttivo della Cina, che gestisce la quasi totalità del commercio estero nordcoreano, qualsiasi regime sanzionatorio è destinato a essere inefficace. Pechino, tuttavia, teme più il collasso del vicino nordcoreano e la conseguente crisi di rifugiati e instabilità ai suoi confini di quanto non tema il programma nucleare di Kim, mantenendo così un precario status quo. La comunità internazionale si trova quindi di fronte a un vicolo cieco in cui gli strumenti tradizionali di pressione economica hanno perso mordente e la via diplomatica appare sbarrata. Per monitorare l’evoluzione delle sanzioni e le relative violazioni, il sito del comitato sanzioni 1718 delle Nazioni Unite offre documentazione ufficiale e report periodici.
