Non è più il tempo delle prudenze diplomatiche o delle analisi asettiche. Ciò a cui stiamo assistendo, tra le minacce di annientamento nucleare e i bombardamenti che già martirizzano il suolo iraniano, è l’epilogo grottesco di un Occidente che, nel tentativo di affermare una supremazia morale ormai naufragata, si sta trasformando nello specchio deforme dei peggiori fanatismi della storia. Le parole che giungono dai vertici del potere americano non sono semplici iperboli elettorali o muscolari: l’evocazione della “bomba”, l’idea di radere al suolo una civiltà millenaria, è l’espressione di una psicosi politica che minaccia di inghiottire il futuro stesso della specie.
Sventrare il patrimonio storico dell’Iran non significa soltanto colpire un nemico politico; significa compiere un atto di “memoracidio” sistematico. Quando le bombe lacerano le trame del Palazzo del Golestan, quando le vetrate di Piazza Naqsh-e Jahan vanno in frantumi o quando il Gran Bazar di Teheran viene violato, non è solo il popolo iraniano a essere derubato. È l’umanità intera che perde un pezzo della propria carta d’identità collettiva. Questi siti non sono semplici pietre o residui polverosi del passato: sono il sedimento di millenni di filosofia, arte, scienza e convivenza che hanno nutrito il pensiero universale. Ignorare la Convenzione dell’Aja del 1954, che protegge i beni culturali in tempo di guerra, significa rigettare secoli di progresso giuridico per tornare all’età del ferro, dove il vincitore non si accontenta di vincere, ma deve cancellare ogni traccia dell’esistenza dell’altro.
Ma la ferocia non si ferma all’architettura. L’attacco deliberato contro trenta università e centri di ricerca d’eccellenza, come l’Istituto Pasteur, rivela la vera natura di questa offensiva: un attacco all’intelligenza, alla scienza e alla possibilità stessa di sviluppo di un popolo. È una strategia di terra bruciata che vuole condannare l’Iran a un medioevo artificiale, privandolo dei suoi cervelli e delle sue istituzioni educative.
L’Occidente deve svegliarsi dal suo torpore morale. Non si può esportare la democrazia attraverso la cenere nucleare o la distruzione della bellezza. Se permettiamo che questa follia giunga al suo compimento, se resteremo muti mentre l’ombra del fungo atomico si allunga su Teheran, avremo perso il diritto di chiamarci “civili”. La resistenza a questa deriva non è solo una scelta politica, è un dovere ontologico per chiunque creda che la storia valga più della polvere.
GIÙ LE MANI DALLA STORIA: L’IRAN È PATRIMONIO DELL’UMANITÀ!
LA CULTURA NON SI BOMBARDA!
