Siamo testimoni di una decomposizione che non è solo economica o politica, ma profondamente antropologica e materiale. Quello che viviamo non è un progresso liberatorio, ma un’implosione silenziosa che sta divorando le fondamenta stesse del vivere civile e della conoscenza. Se un tempo l’educazione era il motore dell’ascesa sociale e il terreno dello scontro ideale, oggi è diventata il recinto di una mediocrità programmata, un “corpo putrescente” che attende solo di esalare l’ultimo respiro.
Il crollo delle “autorità” tradizionali e l’eclissi del limite pedagogico
La società del passato, pur nelle sue ombre patriarcali e autoritarie, si reggeva su una struttura verticale che riconosceva il valore del limite. La mia generazione è stata educata con metodi autoritaritaristici e violenti, un paradosso che però formava una tempra resistente. Oggi quell’”autorità” non si è evoluta in democrazia, ma si è estinta nel vuoto. Il “genitore amico” è in realtà un genitore abdicante.
Questo si riflette in dati allarmanti: l’Italia registra un aumento esponenziale delle aggressioni ai docenti, con un incremento di oltre il 110% negli ultimi due anni scolastici (dati Ministero dell’Istruzione e del Merito). I figli, trasformati in “piccoli tiranni” intoccabili, non sanno gestire la frustrazione perché il limite è stato rimosso. Quando la realtà oppone un rifiuto, la risposta è la violenza. Non sono incidenti, è il risultato logico di un sistema che ha scambiato l’educazione con l’assecondamento narcisistico.
Il fallimento delle rivoluzioni: il privilegio maschile post-68
Dobbiamo chiederci, con onestà brutale, come mai dopo il 1968 e la rivoluzione sessuale, la figura maschile non sia mai stata realmente messa in discussione, ma sia rimasta arroccata in una forma di idolatria e venerazione. Le rivoluzioni sociali e culturali degli anni Sessanta hanno abbattuto vecchi tabù, ma non hanno scalfito il narcisismo patriarcale; al contrario, hanno fornito al maschio ulteriori strumenti per pretendere di più.
Il ’68 ha permesso di aggirare l’autorevolezza e le gerarchie tradizionali, ma questa “liberazione” è stata cavalcata dal genere maschile per rivendicare un nuovo tipo di potere. Con la scusa della rivoluzione sessuale, si è preteso che il sesso e il corpo femminile diventassero merci facilmente accessibili, una sorta di “bene comune” a disposizione del desiderio maschile. In questo scenario, la donna non si è liberata, ma è stata investita del nuovo “dovere” di rendersi appetibile e seduttiva. La rivoluzione è stata fraintesa e distorta: invece di liberare i soggetti, ha liberalizzato il consumo dei corpi, lasciando il maschio al centro di un altare dove continua a essere venerato, ma con in mano i nuovi strumenti della pretesa e del possesso sessuale semplificato.
L’incancrenimento del divario di genere e la genesi del femminicidio
Questa polarizzazione spiega l’incancrenirsi della violenza di genere. Nelle famiglie italiane resiste un’idolatria arcaica per il figlio maschio, esentato dalla responsabilità e giustificato nella sua prepotenza. Al contempo, le femmine subiscono una regressione: non sono più educate alla virtù, ma a una sessualizzazione precoce spacciata per emancipazione. È un incoraggiamento subdolo a essere “oggetti di lusso”, ammiccanti e seduttivi, incoraggiato spesso da figure materne che vedono nell’estetica l’unico capitale rimasto per sopravvivere in un mondo che non offre più cultura.
Quando educhi un maschio all’onnipotenza — potenziata dalla distorsione post-sessantottina — e una femmina alla mercificazione, il femminicidio diventa l’atto finale del “proprietario” che non accetta l’autonomia dell’oggetto. Nonostante decenni di retorica sulla parità, i femminicidi non diminuiscono perché il nucleo del potere maschile non è stato distrutto, è stato solo modernizzato e reso più esigente.
Il tradimento della classe povera: la finta democrazia del livellamento
Il vero crimine sociale è il gioco al ribasso sulle competenze. Negli anni ’60 e ’70, il rigore e l’eccellenza erano gli unici veri strumenti di riscatto: il figlio dell’operaio poteva superare il figlio del borghese solo attraverso uno studio feroce e meritocratico. Oggi, la scuola del “successo formativo per tutti” ha distrutto questa scala mobile.
Secondo i dati PISA e INVALSI, quasi il 50% dei diplomati italiani ha competenze di lettura e calcolo inadeguate (analfabetismo funzionale di ritorno). Questo livellamento in basso è una finta democrazia: se la scuola non richiede più sforzo, il figlio del povero resterà ignorante e marginalizzato, mentre il figlio del ricco continuerà a governare grazie alle relazioni ereditate. Abbiamo creato un conformismo che punisce il merito e cristallizza le gerarchie sociali, rendendo l’ascesa impossibile per chi non ha già il capitale.
Il declino economico e la fine del risparmio: il corpo sociale che muore
A questo degrado antropologico si accompagna un tracollo materiale inesorabile. L’Italia è l’unico paese OCSE dove i salari reali sono diminuiti negli ultimi 30 anni. Il risparmio delle famiglie, storicamente il nostro scudo, è crollato: dal 25% degli anni ’80 a meno dell’8% odierno. Gli italiani non riescono più a mettere nulla da parte; sono pieni di debiti e le proprietà di famiglia — frutto del lavoro di generazioni — stanno scomparendo per pagare le spese correnti.
Senza risparmio non c’è autonomia. Il cittadino diventa un soggetto ricattabile o un disperato violento. Questo alimenta il crimine e l’insicurezza reale che percepiamo ogni giorno. È il corpo dell’Occidente che, dopo aver perso la capacità di produrre valore reale, inizia a consumare le proprie stesse fondamenta.
L’armageddon del know-how e il virus del narcisismo
L’Occidente sta morendo di inedia cognitiva. Abbiamo perso il “saper fare”. Persino i migranti, che arrivavano con una tempra fatta di sacrificio e lavoro manuale, si stanno “occidentalizzando” nel senso peggiore: per non sentirsi esclusi, adottano il narcisismo vacuo dei coetanei locali, perdendo la propria resistenza morale.
Il capitalismo si sta suicidando perché ha distrutto il capitale umano. Chi manderà avanti la complessa macchina tecnologica quando non ci saranno più menti capaci di pensare? Quando anche l’ultimo ingegnere indiano o ricercatore iraniano sarà infettato dal virus della superficialità occidentale, il sistema imploderà per pura incompetenza. L’IA non ci salverà se chi la usa non sa più nemmeno formulare un ragionamento critico.
L’asilo delle astrazioni: l’accademia e il distacco dal reale
In questo panorama, la ricerca accademica italiana si è trasformata spesso in un formalismo inutile, privo di coraggio. È un sistema che premia la ripetizione citazionistica e punisce l’innovazione. Ma il dato più inquietante è l’affollamento dei percorsi di alta formazione da parte di una casta di “funzionari dello spirito” che usano la speculazione intellettuale come un anestetico psicologico.
Queste figure, protette da istituzioni storiche e conservatrici, si rifugiano in metafisiche inapplicabili e in testi polverosi perché non hanno la tempra necessaria per guardare la realtà fisica e materiale della decomposizione in atto. È una fuga dal reale che nasconde fragilità irrisolte, trasformate in una filosofia inattuale che non si sporca mai le mani con la fame, la violenza o il fallimento educativo. Mentre i laici affrontano l’urto della materia, queste caste vivono di una rendita morale e materiale garantita, complici di un silenzio assordante.
Assistere a questo degrado richiede uno stomaco di ferro. La mia non è la visione di una mistica che aspetta il giudizio divino, ma l’autopsia laica di un osservatore che vede i bulloni saltare e il motore fondere. L’umanità sembra quasi meritare questo destino, ma il dolore di vedere questo corpo marcire lentamente è intollerabile. È tempo di smetterla di gonfiare voti e di tornare alla dignità della fatica e del pensiero reale, prima che l’agonia finisca e resti solo il vuoto.
