Il fallimento del messianismo ideologico di fronte alla realtà dei bisogni materiali e il pericoloso equilibrismo di Palazzo Chigi.
L’atlantismo contemporaneo sta attraversando una metamorfosi pericolosa: da alleanza pragmatica basata sulla mutua sicurezza e sul benessere economico, si è trasformato in una sorta di teocrazia laica.
L’ Atlantismo attuale è una struttura che, simile a certi ordini religiosi dogmatici, pretende dai propri affiliati una fede cieca e sacrifici rituali, pur avendo smesso da tempo di distribuire le “indulgenze” della crescita economica e della stabilità energetica.
La fine del patto materiale
Ogni alleanza storica, per sopravvivere, deve poggiare su gambe di carne e ossa, ovvero sulla capacità di soddisfare i bisogni materiali dei propri membri. Negli anni d’oro, l’asse atlantico offriva tecnologia, mercati aperti e protezione energetica. Oggi, quella dinamica si è invertita: Washington e Londra chiedono agli alleati europei — e all’Italia in particolare — di farsi carico di costi insostenibili e rischi bellici diretti, offrendo in cambio solo retorica sulla “difesa dei valori”.
Ma i valori non scaldano le case e non alimentano le industrie. Quando il prezzo della fedeltà atlantica si traduce in una “tassa di transito” da 2 milioni di dollari per ogni petroliera nello Stretto di Hormuz, o nel rincaro del 10% delle assicurazioni navali, il patto smette di essere politico e diventa un dissanguamento. Chiedere a un alleato di rinunciare alla propria sicurezza energetica e alla propria autonomia commerciale senza offrire alternative concrete non è strategia, è una pretesa di servitù che ignora la logica elementare del bisogno.
Il gioco pericoloso di Palazzo Chigi
In questo scenario, il Governo Meloni sta conducendo un equilibrismo al limite del temerario. Da una parte, la Premier ostenta un atlantismo di facciata, quasi devozionale, per rassicurare i mercati e i partner d’oltreoceano. Dall’altra, la realtà dei fatti impone una “sovranità dimezzata”: l’Italia è costretta a negare sottobanco l’uso offensivo di basi nevralgiche come Sigonella per timore delle ritorsioni iraniane sul suolo nazionale, ma continua a votare sanzioni che strangolano la nostra stessa economia.
È un gioco a somma zero. L’Italia sta svendendo la propria autonomia decisionale in cambio di una pacca sulla spalla a Washington, mentre il Paese reale affonda sotto il peso di una benzina a costi proibitivi e di una marginalità geopolitica sempre più evidente. Meloni e Crosetto sembrano prigionieri di un vicolo cieco: sanno che assecondare l’escalation bellica significa trasformare la Sicilia in un bersaglio, ma non hanno il coraggio politico di pretendere un ritorno al realismo diplomatico che ha sempre caratterizzato la migliore tradizione italiana nel Mediterraneo.
Il sospetto USA e la frattura dell’intelligence
È in questo solco di insostenibilità che nasce il profondo sospetto degli Stati Uniti nei confronti dell’intelligence italiana. Washington ha iniziato a percepire che ampi settori dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza di Roma non sono più monoliti ideologici. Il sospetto è che esista una “diplomazia sotterranea” che guarda a Teheran o ai poli eurasiatici non per tradimento, ma per puro realismo nazionale.
L’intelligence, per definizione, deve analizzare i fatti: e i fatti dicono che l’Iran è una realtà geografica inamovibile con cui l’Italia ha interessi vitali. Il timore americano che la propria pianificazione offensiva nelle basi italiane venga “filtrata” o limitata nasce dalla consapevolezza che l’Italia non vuole essere il bersaglio dei missili balistici per una guerra che non ha deciso. Quando gli Stati Uniti iniziano a secretare informazioni ai propri stessi alleati sul loro territorio, siamo di fronte al collasso della fiducia: l’alleanza è diventata un regime di sorveglianza reciproca.
L’illusione della libertà astratta
L’ottusità dell’atlantismo odierno risiede nel credere che i popoli possano vivere di “sogni di libertà” mentre la realtà quotidiana si restringe. La libertà è una capacità d’azione: è poter viaggiare, poter produrre, poter garantire un tenore di vita dignitoso. Una libertà che chiede di soffrire il freddo o di rinunciare al consumo di base per sostenere conflitti per procura è un’astrazione psicotica.
Le élite atlantiste sembrano aver dimenticato che la stabilità politica poggia sulla bistecca nel piatto e sulla benzina nel serbatoio. Se l’Occidente continua a ignorare i bisogni materiali dei suoi alleati, pretendendo solo obbedienza militare e sacrifici economici, finirà per implodere sotto il peso della propria incoerenza. Nessun popolo accetterà in eterno di vivere in una parrocchia di fanatici dell’ideologia mentre il mondo reale, fuori dai confini atlantici, si organizza su basi multipolari fatte di scambi, energia e pragmatismo.
