Il Venezuela non è più semplicemente un Paese in crisi; è diventato l’epicentro di una nuova, sofisticata forma di guerra ibrida. Mentre le agenzie di stampa internazionali si limitano a riportare asetticamente la nomina di Delcy Rodríguez a Presidente ad interim, un’operazione di chirurgia geopolitica ben più profonda viene condotta nelle stanze del potere di Washington.
Non siamo di fronte a una successione politica ordinaria, ma a un momento di rottura in cui la sovranità nazionale viene messa all’asta sotto la minaccia del collasso economico.
Delcy Rodríguez: L’ultima trincea o l’inizio di un nuovo ordine?
La decisione della Corte Suprema di affidare le redini del Paese a Delcy Rodríguez, figura carismatica e fedelissima della linea bolivariana, è un atto di resistenza istituzionale. Nel sistema venezuelano, la Vicepresidenza è il pilastro della continuità; tuttavia, questa nomina avviene in un clima di “assedio permanente”.
Rodríguez eredita una nazione che ha imparato a sopravvivere nel vuoto pneumatico delle sanzioni, ma si trova oggi a dover gestire un paradosso letale: difendere l’eredità di Chávez mentre l’amministrazione Trump dichiara apertamente di voler gestire la “transizione”. La nomina non è solo una mossa interna, è un segnale inviato al mondo: Caracas non intende consegnare le chiavi del Paese senza lottare sul terreno della legalità costituzionale.
La Geopolitica del Ricatto: Il Petrolio come Bottino di Guerra
Le recenti esternazioni di Donald Trump hanno squarciato il velo dell’ipocrisia democratica. La strategia statunitense è cristallina e segue un copione già visto, ma con una ferocia inedita:
* L’Embargo come Arma di Distruzione di Massa: Le sanzioni non colpiscono le élite, ma le infrastrutture vitali (elettricità, acqua, sanità), cercando di generare una rivolta per disperazione.
* Il “Piano Marshall” del Saccheggio: Trump promette miliardi di investimenti, ma la clausola è implicita: il controllo delle infrastrutture petrolifere deve passare nelle mani delle multinazionali statunitensi.
Non si tratta di ricostruzione, ma di un buy-out ostile a livello statale. Il Venezuela possiede le più grandi riserve di greggio al mondo; Washington non vuole “liberare” il popolo venezuelano, vuole privatizzare il suo sottosuolo.
La Dottrina Monroe nel XXI Secolo: Un Precedente Pericoloso
L’ingerenza di Washington nel processo di transizione venezuelano segna il funerale del diritto internazionale. Se una superpotenza può decidere chi deve governare un Paese terzo e come devono essere gestite le sue risorse naturali, il concetto di “Stato Sovrano” svanisce.
Siamo di fronte alla “Dottrina Monroe 2.0”: l’idea che l’America Latina sia il giardino di casa degli Stati Uniti, dove i governi possono essere cambiati come pezzi di ricambio di una macchina. Se questo modello dovesse avere successo in Venezuela, diventerebbe il “gold standard” per intervenire in ogni nazione del Global South ricca di terre rare, litio o idrocarburi.
La Resistenza Invisibile e il Ruolo dei BRICS
Mentre i media occidentali dipingono un Paese allo sbando, esiste una realtà di base fatta di comuni, reti di solidarietà e una resilienza sociale che sfida ogni logica economica classica. Inoltre, il Venezuela non è isolato. L’asse con Cina, Russia e il blocco BRICS rappresenta l’unica vera ancora di salvezza contro l’egemonia del dollaro.
La transizione pilotata dagli USA mira proprio a spezzare questi legami, cercando di riportare Caracas nell’orbita del Washington Consensus, annullando anni di diplomazia multipolare.
La maschera della Libertà
L’attacco al Venezuela è l’esempio lampante di come il potere imperiale contemporaneo utilizzi un linguaggio “legalmente corretto” per nascondere pratiche di dominio brutale. Si parla di “diritti umani” mentre si nega l’accesso ai medicinali; si parla di “democrazia” mentre si nomina un amministratore delegato esterno per una nazione.
La lezione per il mondo è amara: nel XXI secolo, la democrazia esportata via sanzioni ha lo stesso odore dei vecchi colpi di stato del secolo scorso: quello del greggio e dei dividendi delle multinazionali. La lotta di Delcy Rodríguez e del popolo venezuelano non è solo per un confine o una bandiera, ma per l’idea stessa che un popolo possa essere padrone del proprio destino.
