L’assassinio geopolitico come strumento di decostruzione statale
L’assassinio di Ali Larijani, intellettuale kantiano e figura cardine della struttura statale iraniana, non può essere derubricato a semplice “danno collaterale” o operazione di intelligence. Esso rappresenta il culmine di una precisa strategia geopolitica occidentale volta all’eliminazione sistematica della mediazione razionale. Colpire Larijani significa colpire la possibilità stessa di un “progetto per la pace perpetua” per imporre un’agenda fondata sulla radicalizzazione opposta. L’ascesa forzata di figure massimaliste e intransigenti come Saeed Jalili non è un errore di calcolo degli Stati Uniti o di Israele, ma il successo di una manovra che mira a rendere il conflitto l’unica lingua parlata tra le nazioni.
Questa è la “strategia della provocazione automatica”: colpendo il moderato, l’Occidente costringe l’Iran a chiudersi in una postura di difesa estrema, alimentando sentimenti antisionisti e antisemiti che vengono poi usati dagli stessi media occidentali per giustificare ulteriori sanzioni o interventi militari. Si crea un corto circuito in cui l’estremismo dell’uno giustifica e alimenta quello dell’altro, in un gioco a specchio che annulla ogni spazio di manovra per chi crede ancora nel diritto internazionale. Colpire chi possiede la cultura per gestire la macchina statale significa voler trasformare quella nazione in un territorio di scontro permanente, privando lo Stato di una classe dirigente capace di pensiero strategico.
Lo “stupro” del Diritto Internazionale e la fine della coesistenza pacifica
Da oltre trent’anni assistiamo a quello che si può definire uno “stupro” sistematico delle norme internazionali. Gli Stati Uniti e Israele hanno agito con una spregiudicatezza che ha trasformato l’ONU e i trattati globali in simulacri privi di potere. Dalla martoriata Palestina all’America Latina, ogni qualvolta il diritto si è opposto agli interessi egemonici, è stato calpestato. L’erosione del diritto internazionale e delle relazioni internazionali va di pari passo con lo svuotamento della coesistenza pacifica tra nazioni.
Questo vuoto normativo genera le “guerre infinite”, guerre ibride e costanti che non hanno più lo scopo di vincere, ma di mantenere il mondo in uno stato di tensione perenne. In questo scenario, il diritto internazionale non è più un limite all’azione degli Stati egemoni, ma un ostacolo da aggirare. Se non esiste più una legge valida per tutti, rimane solo l’arbitrio del più forte: il trionfo dei trafficanti d’armi e della pura forza cinetica.
*La distruzione della scuola pubblica:
Precarizzazione e Liquidità
Il parallelo con la crisi interna delle nazioni occidentali, e dell’Italia in particolare, è agghiacciante. La distruzione della scuola non è un errore amministrativo, ma una necessità del sistema neoliberista per smantellare l’idea di Stato.
* Il docente liquido e precarizzato: In Italia assistiamo al taglio sistematico dei diritti acquisiti, dalla carta del docente (decurtata di oltre 100 euro) agli stipendi, i più bassi d’Europa. La precarizzazione selvaggia dei professori — che appaiono e spariscono nel giro di pochi mesi — ha un fine pedagogico perverso: abituare i ragazzi alla temporaneità dei rapporti umani. Senza figure di riferimento stabili, il giovane cresce nell’idea che nulla sia solido, che ogni legame sia precario.
* L’educatore depotenziato: Ridotto a burocrate privo di autorevolezza, l’insegnante viene degradato a “babysitter”. Privo di strumenti economici e di potere contrattuale, il docente perde la sua funzione di guida intellettuale.
* Lo studente-cliente: La scuola si trasforma in un grande parcheggio dove l’alunno è un cliente. Il dovere di imparare scompare sotto il dogma del “meno bocciature, meglio è”. Il professore, per evitare ritorsioni o problemi burocratici, è spinto a regalare voti alti, svuotando di senso il merito e la conoscenza. Una scuola che non insegna più la critica produce una massa atomizzata, funzionale al neoliberismo più estremo.
Lo svuotamento della magistratura e il declino della giustizia
Allo stesso modo, assistiamo allo svuotamento della magistratura. Processi infiniti, costi esorbitanti e una burocrazia asfissiante portano il cittadino abusato a rinunciare ai propri diritti.
* La rinuncia al diritto: Quando la giustizia diventa inaccessibile o troppo lenta, l’abuso diventa la norma. Questo indebolimento non dà potere al popolo, ma ai delinquenti e ai criminali ai vertici del potere.
* Il popolo indifeso: Lo svuotamento della legalità interna specchia quello del diritto internazionale. Se le forze di polizia non possono intervenire e i giudici sono bloccati da procedure infinite, lo Stato abdica alla sua funzione di protezione, lasciando il campo libero alla legge della giungla.
La resistenza dello stato contro l’anarchia del capitale
In quanto rivoluzionaria, affermo che la distruzione dello Stato a cui assistiamo non è un passo verso la libertà, ma verso una nuova forma di schiavitù feudale gestita dai mercati. L’eliminazione dei pensatori kantiani in Iran e lo smantellamento della scuola e della magistratura in Italia sono parte di un unico disegno: trasformare il mondo in una discarica sociale governata dal caos e dal profitto.
Difendere lo Stato e le sue istituzioni (scuola, magistratura, diritto) non significa essere conservatori, ma opporsi radicalmente al nichilismo del capitale che vuole cancellare ogni argine tra sé e la sua brama di dominio assoluto. L’umanità è in pericolo perché ha smesso di credere nella stabilità dei rapporti umani e nella forza della legge collettiva, cedendo il passo ai fanatici, ai mercanti e ai trafficanti di morte.
