L’etimologia del sacrificio: solidarietà vs. fraternità
Il concetto di solidarietà in Enrique Dussel non può essere compreso senza un’analisi della sua radice giuridica latina: in solidum. In un’obbligazione “solida”, ogni debitore risponde per l’intero. Per Dussel, questo significa che la responsabilità verso la vittima non è parcellizzata, ma totale. Se un solo essere umano è escluso dal sistema, l’intero sistema è colpevole.
Qui risiede la superiorità della Solidarietà sulla Fraternità. La fraternità, nata nel contesto della Rivoluzione Francese, è un concetto “orizzontale” che presuppone l’uguaglianza tra cittadini già inclusi nel contratto sociale. È la solidarietà tra “uguali” che spesso finisce per escludere il “diverso”. Al contrario, la solidarietà dusseliana è “verticale” e “asimmetrica”: è il legame che si stabilisce con chi è fuori (l’Esteriorità). Come Ali Shariati sottolineava nei suoi discorsi a Teheran, non ci può essere vera fratellanza tra l’oppressore e l’oppresso se prima non viene ristabilita la giustizia. La solidarietà è l’atto di farsi carico del debito di dolore dell’Altro.
Il metodo analettico: la parola dell’Altro come rivelazione
Il cuore filosofico della proposta dusseliana è il metodo analettico. Mentre la dialettica hegeliana è un movimento circolare dove l’Io incontra l’Altro solo per riassorbirlo in una sintesi superiore (una forma di imperialismo filosofico), l’analettica (ana-logos) è il superamento della ragione verso l’Altro in quanto Altro.
* L’ascolto: Il metodo analettico non “spiega” il povero, lo ascolta.
* La rottura: Esso rompe la Totalità del sistema vigente. La parola della vittima (“Ho fame”) non è un dato statistico, ma un giudizio metafisico sul sistema.
In questo, Dussel e Shariati convergono in modo sorprendente. Shariati, attraverso la sua sociologia dell’Islam, proponeva un risveglio della coscienza che non fosse una semplice analisi marxista delle classi, ma una risposta esistenziale al grido del Mustad’afin (l’oppresso). Per entrambi, la verità non nasce dal pensiero astratto, ma dalla prassi della liberazione.
Il parallelismo con Ali Shariati: l’islam rosso e la liberazione
Ali Shariati rappresenta il “Dussel del Medio Oriente”. Entrambi operano una distinzione cruciale all’interno della tradizione religiosa:
* Religione della Giustificazione: La “Cristianità” coloniale o l’Islam istituzionalizzato dei palazzi, che predicano la rassegnazione.
* Religione della Liberazione: Il Cristianesimo profetico o l’Islam di Ali (l’Islam “rosso” del sacrificio e della giustizia), che chiamano alla solidarietà attiva.
Shariati criticava il marxismo occidentale per il suo ateismo materialista che, a suo avviso, svuotava l’uomo della sua tensione verso l’infinito. Dussel, similmente, rilegge Marx per trovarvi il concetto di Lavoro Vivo: il lavoro come soggettività pura che il capitale non può mai possedere interamente. La solidarietà è dunque l’unione di questi “Lavori Vivi”, di queste “Anime” che resistono alla mercificazione.
La dimensione pratica: prossimità e potere obediencial
Nella prassi politica latinoamericana e nelle lotte anticoloniali, questa filosofia si traduce in un nuovo tipo di “contatto”:
* Contatto Funzionale: L’altro come strumento (Capitalismo).
* Contatto Fraterno: L’altro come mio simile (Liberalismo).
* Contatto Prossimale: L’altro come Signore e Maestro (Liberazione).
La solidarietà porta al “Poder Obediencial” (il potere obbedienziale): il leader non comanda, ma serve la comunità. Questa è la traduzione politica dell’analettica: le istituzioni devono “obbedire” alle esigenze della vita della periferia. Se il sistema produce morte (povertà, distruzione ecologica), la solidarietà impone la distruzione etica di quel sistema per costruirne uno nuovo, “Trans-moderno”.
La solidarietà come rottura: Dussel, Shariati e la parola dell’Altro
Il concetto di solidarietà, se spogliato della sua veste retorica e borghese, emerge nel pensiero di Enrique Dussel come un atto di ribellione metafisica. Per comprendere la sua portata, dobbiamo immaginare il mondo non come una piazza aperta, ma come una “Totalità” chiusa: un sistema di potere, economia e pensiero che si auto-giustifica e che vede tutto ciò che è diverso come una minaccia o una risorsa da sfruttare. In questo contesto, la solidarietà non può essere una semplice “fraternità”. Dussel è categorico su questo punto: la fraternità presuppone dei fratelli, ovvero delle persone che si riconoscono come simili perché condividono la stessa cultura, la stessa lingua o lo stesso status sociale. Ma cosa succede a chi è “fuori”? Cosa succede all’indigeno, al povero, allo straniero?
Qui entra in gioco il metodo analettico, che è il vero cuore pulsante della solidarietà dusseliana. Mentre la dialettica occidentale (da Hegel a Marx) cerca di risolvere i conflitti riportando l’altro all’interno del sistema (trasformando l’altro in “me” o in “noi”), l’analettica ci chiede di fare un passo indietro. Ci chiede di riconoscere l’Altro come Esteriorità, ovvero come qualcuno che possiede una verità che noi non possediamo. La solidarietà, etimologicamente intesa come un legame in solidum, diventa allora la responsabilità totale verso il debito di giustizia che il sistema ha contratto con la vittima. Non è un “aiutare l’altro”, ma un “farsi carico dell’altro” perché la sua sofferenza mette in crisi la nostra intera esistenza.
Questa visione trova un’eco profonda e sorprendente dall’altra parte del mondo, nelle riflessioni di Ali Shariati. Se Dussel parla dalla periferia latinoamericana, Shariati parla da quella mediorientale, ma entrambi identificano lo stesso nemico: un sistema che disumanizza l’uomo. Shariati opera un parallelismo spirituale potente: egli distingue tra una religione che serve il potere e una religione che serve il Mustad’afin, l’oppresso. Per Shariati, la solidarietà è l’essenza stessa del Tawhid (l’unità divina), trasposta sul piano sociale. Se Dio è uno, l’umanità deve essere una solidità indivisibile dove il dolore del singolo è il dolore del tutto.
In questo senso, sia Dussel che Shariati compiono un’operazione di “salvataggio” nei confronti di Marx. Entrambi ne apprezzano l’analisi economica, ma ne rifiutano il materialismo più rigido che rischia di trasformare l’uomo in un semplice dato statistico. Shariati infonde nel marxismo la forza del “martirio” e della testimonianza spirituale; Dussel vi inietta l’etica dell’Altro di matrice levinasiana, trasformando il “lavoro vivo” nella voce stessa della carne che soffre. La loro critica al marxismo occidentale è la medesima: non potete liberare il mondo usando solo la ragione di chi il mondo lo ha conquistato. Bisogna partire dal “grido”, da quel contatto primordiale che Dussel chiama prossimità.
Il contatto, nel metodo analettico, smette di essere funzionale o simmetrico. Non guardo l’altro perché mi serve, né lo guardo perché è uguale a me. Lo guardo perché è diverso, e in quella diversità risiede la mia salvezza.
Un’unica lotta planetaria
Unire Dussel e Shariati significa comprendere che la solidarietà non è un sentimento, ma un’architettonica politica della speranza. È la “solida” base su cui si poggia chi decide che la vita dell’ultimo degli uomini vale più dell’intero capitale mondiale.
Il metodo analettico ci insegna che il futuro non verrà dal “Centro” (l’Occidente), ma dalla “Periferia”. È nel contatto con l’escluso che l’umanità ritrova se stessa.
