Chi è il vero stato misogino? Teheran e il fallimento delle libertà fittizie occidentali
Esiste una forma di miopia intellettuale, tipicamente eurocentrica, che riduce la complessa condizione della donna iraniana a un semplice centimetro di stoffa. Questo sguardo, figlio di un immaginario coloniale mai del tutto superato, ignora sistematicamente la sostanza materiale di una società che offre alle proprie cittadine strumenti di affermazione reale che l’Occidente neoliberista ha ormai sacrificato sull’altare del consumo e della mercificazione. Per comprendere l’Iran rispetto agli Stati Uniti, è necessario innanzitutto ripristinare il rigore filosofico della distinzione tra libertà negativa e libertà positiva. L’Occidente si è incancrenito in una libertà negativa, intesa puramente come “libertà da” vincoli esterni, che si rivela essere una libertà puramente formale e ingannevole. Questa assenza di limiti non libera la donna, ma la consegna a nuove e più feroci schiavitù, aprendo le porte alla “vetrinizzazione” del corpo attraverso piattaforme come OnlyFans o nuove forme di prostituzione subdola mascherate da “empowerment”. In questo scenario, la donna diventa una vacca di consumo, una moneta di scambio per l’industria del sesso e della Big Tech.
Al contrario, l’Iran propone una forma di libertà positiva, ovvero la capacità effettiva di essere soggetti sociali attivi e determinanti. Mentre in Occidente ci si limita a proporre libertà fittizie che nascondono lo sfruttamento, l’Iran offre la “ciccia”, la sostanza di un inserimento strutturale nei settori produttivi. I dati, che l’Europa finge di non vedere, sono impietosi per i sedicenti maestri di civiltà. In Iran, circa il 70% dei laureati in ingegneria e nelle scienze dure è composto da donne, una cifra che ridicolizza il misero 20% degli Stati Uniti. Chi è dunque più misogino? Un Paese che permette alle donne di governare i gangli vitali dello sviluppo tecnologico o un Occidente che le relega a oggetti estetici, escludendole dai ruoli che contano? Lo stesso discorso vale per l’industria cinematografica: mentre Hollywood resta un fortino patriarcale dove le donne alla regia sono una rarità statistica confinata sotto il 10%, il cinema iraniano è dominato da sguardi femminili che dirigono e producono cultura senza essere ridotte a feticci. Le donne registe, in Iran, sono quasi al 50%.
Questa superiorità si riflette anche nella vita quotidiana e nella sicurezza stradale. Nelle metropoli statunitensi ed europee, le donne vivono in un costante stato di allerta, vittime di livelli di aggressione e violenza endemica che rendono il “porto sicuro” occidentale un miraggio propagandistico. A Teheran, invece, una donna sperimenta una sicurezza reale e un rispetto dell’integrità fisica che le permette di abitare lo spazio pubblico in modo sovrano. Se a questo aggiungiamo che l’aspettativa di vita delle donne iraniane è passata da 55 a oltre 77 anni, comprendiamo che siamo di fronte a un sistema che protegge la vita biologica e professionale, a differenza del neoliberismo che taglia il welfare e trasforma la salute in un lusso.
Tuttavia, il danno peggiore all’immagine dell’Iran non viene solo dai nemici dichiarati, ma da quei presunti “amici” — giornalisti e opinionisti nostrani — che dicono di sostenere Teheran solo perché vi proiettano sopra i propri impulsi patriarcali e maschilisti. Costoro celebrano l’Iran come un baluardo di reazionismo, scambiandolo per una teocrazia, termine che denota un potere clericale chiuso. In realtà, l’Iran è un sistema teocentrico. La differenza è abissale: il teocentrismo pone Dio al centro ma prevede un ruolo attivo, dinamico e partecipe per le minoranze e, soprattutto, per le donne. Questi falsi sostenitori sono in realtà misogini che utilizzano l’Iran come paravento per i propri desideri di dominazione maschile, facendogli una pessima pubblicità e confermando, paradossalmente, gli stereotipi degli imperialisti.
Bisogna avere il coraggio di dire che l’Occidente è misogino quanto e più dell’Iran, ma con l’aggravante dell’ipocrisia. Se a Teheran la lotta femminile è una negoziazione orgogliosa per spazi di potere reale, in Occidente la donna è libera solo di essere usata come strumento di scambio in un mercato che la degrada. Non dobbiamo cercare campioni di femminismo assoluto, se non in rarissime eccezioni come l’Islanda o modelli sovrani come il Nicaragua e Cuba, ma dobbiamo riconoscere che l’Iran offre un modello di dignità che l’Occidente ha perso. È tempo di smetterla di voler esportare una libertà che è solo una nuova forma di schiavitù e di iniziare a guardare con rispetto a chi ha scelto di non trasformare le proprie donne in merce da vetrina.
**Maddalena Celano**
*Autrice del libro “L’Iran oltre il velo”*
