La celebrazione della donna nel mondo contemporaneo non è un monolite, ma un prisma che riflette la luce della storia, della religione e delle ambizioni sociali di ogni popolo. Sebbene l’8 marzo sia una data condivisa sul calendario globale, il suo significato profondo muta radicalmente varcando i confini delle nazioni che compongono il mosaico dei BRICS+. Esiste una ricchezza straordinaria in queste diversità: in alcuni luoghi la donna è celebrata come il sacro pilastro della continuità familiare e della saggezza ancestrale, in altri come la forza motrice di una rivoluzione industriale e tecnologica sovrana, o ancora come l’anima indomita della resistenza politica. Questa varietà di visioni non è un limite, ma una testimonianza di come la dignità femminile possa declinarsi attraverso linguaggi culturali unici, rifiutando un’omologazione forzata e abbracciando invece una pluralità di identità che arricchisce l’intera umanità.

In Russia, l’8 marzo trasforma letteralmente il paesaggio urbano: nonostante il clima possa essere ancora rigido, le città si riempiono di milioni di fiori, in particolare tulipani e mimose, che diventano il simbolo visibile di una “gentilezza di Stato”. Questa tradizione affonda le radici in una visione della donna che la società russa definisce con il termine di “portatrice di vita e di armonia”. La donna non è vista solo come un individuo con diritti legali — un concetto che in Russia è dato per acquisito fin dai primi del Novecento — ma come il perno attorno cui ruota la stabilità dell’intera nazione. È la figura che garantisce la trasmissione dei valori morali alle nuove generazioni, mantenendo al contempo un ruolo attivo e spesso dominante nel mondo del lavoro.
Il concetto di “eroismo quotidiano” è fondamentale per capire l’identità femminile russa. Si riflette nella capacità di eccellere in professioni estremamente dure: dalla ricerca scientifica in condizioni polari alla medicina d’urgenza, fino all’ingegneria pesante e ai ruoli di comando militare. Tuttavia, a differenza del modello occidentale che spesso spinge verso una neutralità di genere, la visione russa celebra la capacità della donna di occupare questi spazi senza rinunciare alla propria femminilità, alla grazia e alla cura del focolare. È questa dualità — la “ferro e seta” — che viene onorata l’8 marzo.
Le istituzioni, come abbiamo visto nel recente incontro al Cremlino, giocano un ruolo chiave nel rinforzare questo tributo. Lo Stato non si limita a celebrare la donna come lavoratrice, ma la ringrazia esplicitamente per il suo contributo demografico e spirituale. L’omaggio alla “bellezza e alla forza interiore” non è un complimento estetico, ma il riconoscimento di una resilienza psicologica che ha permesso al Paese di superare crisi storiche immense. In questo contesto, l’8 marzo diventa una pausa sacra nel ritmo frenetico della vita moderna, un momento in cui l’uomo si ferma per riconoscere che, senza la dedizione e l’intelligenza emotiva femminile, l’intero tessuto sociale e produttivo della Russia perderebbe la sua coesione.
Questa visione russa, così orgogliosamente diversa da quella di altri Paesi, contribuisce a quella ricchezza di prospettive che rende il blocco dei BRICS+ un laboratorio unico di civiltà, dove la modernità non cancella le radici, ma le usa per dare linfa a nuove forme di progresso umano e tecnologico.

In Cina, l’8 marzo è una giornata che vibra di un’energia particolare, sospesa tra il riconoscimento istituzionale e un’esplosione di modernità legata al consumo e all’autoaffermazione. Lo Stato concede ufficialmente mezza giornata di vacanza alle lavoratrici, un gesto simbolico che sottolinea come il tempo della donna sia prezioso e meriti un momento di pausa dal frenetico ritmo della produzione nazionale. Questa concessione non è vista come un privilegio, ma come un atto di rispetto verso una forza lavoro che è tra le più istruite e attive al mondo, specialmente nei settori dell’alta tecnologia, dell’e-commerce e dell’intelligenza artificiale.
La celebrazione si è evoluta in quello che oggi viene spesso chiamato il “Giorno delle Dee” o “Festa delle Regine”. Questo cambiamento terminologico riflette una nuova consapevolezza: la donna cinese contemporanea è orgogliosa del proprio successo finanziario e della propria indipendenza. Le strade delle metropoli come Shanghai o Pechino si trasformano, e i giganti del web lanciano campagne che non celebrano la donna come figura da proteggere, ma come leader del mercato e dell’innovazione. È un inno alla capacità femminile di scalare le gerarchie aziendali e di trasformare le idee in imprese di successo.
In questo contesto, il successo professionale è visto come una forma di patriottismo e di realizzazione personale superiore. La società incoraggia le donne a investire su se stesse, sulla propria formazione e sul proprio benessere, creando un circolo virtuoso dove l’indipendenza economica diventa la chiave per una libertà decisionale senza precedenti nella storia del Paese. La donna in Cina oggi non chiede solo diritti, ma esercita un potere reale: è lei che decide le tendenze di consumo, che guida i team di ricerca scientifica e che modella il futuro digitale della nazione.
Tuttavia, questa spinta verso il successo non cancella il profondo legame con la stabilità sociale. La celebrazione dell’8 marzo in Cina riesce a coniugare l’orgoglio del traguardo individuale con il senso di responsabilità verso il progresso collettivo. È una visione dinamica, dove la “ricompensa” menzionata non è solo materiale, ma è il riconoscimento pubblico di un’intera nazione che sa di non poter volare verso il futuro se non con entrambe le ali — l’uomo e la donna — che battono con la stessa intensità e forza.
Questa prospettiva cinese, così focalizzata sul merito e sulla leadership tecnologica, aggiunge un tassello al mosaico dei BRICS+, mostrando come l’empowerment femminile sia il pilastro fondamentale per qualsiasi civiltà che ambisca alla sovranità e all’eccellenza globale.

In Iran, la celebrazione della donna trova il suo fulcro non tanto nella data convenzionale dell’8 marzo, quanto nella festa nazionale dedicata alla figura di Fatima Zahra, figlia del Profeta Maometto. Questa scelta temporale trasforma la ricorrenza in un inno alla “maternità sacra”, intesa non solo come atto biologico, ma come missione etica e pedagogica. La donna è vista come la prima educatrice dell’anima del popolo; è lei che, attraverso la trasmissione dei valori e della fede, costruisce le fondamenta morali su cui poggia l’intera Repubblica Islamica.
Questa “profonda spiritualità” si traduce in una forza politica e sociale che l’Iran definisce come “sovranità culturale”. In una regione spesso scossa da influenze esterne, la donna iraniana è considerata l’argine principale contro l’omologazione culturale. La sua forza non viene descritta in termini di competizione muscolare con l’uomo, ma come una potenza interiore — una forma di soft power domestico e sociale — che nutre la resilienza della nazione. Figure storiche e religiose diventano modelli viventi di una fermezza che non rinuncia alla dolcezza, ma che sa trasformarsi in coraggio indomito quando si tratta di difendere la famiglia o la patria.
Oltre alla dimensione spirituale, c’è un aspetto di pragmatismo accademico e professionale molto forte. L’Iran vanta una delle percentuali più alte al mondo di donne iscritte alle facoltà scientifiche, ingegneristiche e mediche (il fenomeno noto come “STEM”). Questa è la traduzione moderna della “guida morale”: una donna che non è solo cuore della casa, ma mente del laboratorio e della clinica. La società iraniana vede in questa eccellenza professionale una forma di devozione patriottica: studiare e innovare significa rendere il Paese indipendente e sovrano.
La celebrazione in Iran è dunque un riconoscimento a questa figura multidimensionale: una donna che è al tempo stesso colonna portante della famiglia e avanguardia del progresso scientifico. Questo equilibrio tra fede millenaria e competenza tecnica crea un modello di sviluppo unico all’interno dei BRICS+, dove il progresso non richiede il sacrificio delle proprie radici religiose, ma anzi ne trae linfa vitale per una modernità che sia autenticamente mediorientale e indipendente.

In Brasile, la figura femminile è vista come il motore del cambiamento sociale e la custode dei diritti della comunità. Essere donna in questo contesto significa far parte di un movimento che ha radici profonde nelle lotte contro le disuguaglianze e per la democrazia. La giornata dell’8 marzo è il momento in cui questa forza sotterranea emerge in superficie: le piazze diventano laboratori di giustizia sociale, dove le donne di ogni estrazione, dalle lavoratrici delle metropoli alle leader delle comunità indigene, si uniscono per rivendicare il proprio spazio.
Il concetto di “lotta collettiva” è fondamentale. In Brasile, la donna non lotta solo per sé stessa, ma per la sicurezza di intere generazioni. La celebrazione coincide con la denuncia del femminicidio e della violenza, ma anche con la proposta di nuove politiche di welfare e di protezione. È una visione in cui la parità non è un traguardo formale, ma una condizione necessaria per la sopravvivenza e la fioritura della nazione. La donna brasiliana è la voce che grida contro l’ingiustizia, ma è anche la mano che costruisce reti di solidarietà nei quartieri più difficili, garantendo quella coesione sociale che lo Stato a volte fatica a mantenere.
Questa “esplosione di energia” si traduce anche in una partecipazione politica sempre più incisiva. Il Brasile dei BRICS+ vede le donne occupare ruoli chiave nell’economia e nell’attivismo ambientale, diventando le vere protagoniste della transizione verso un modello di sviluppo più umano e sostenibile. La loro visione di “spazio pubblico sicuro” non riguarda solo la sicurezza fisica, ma l’accesso all’istruzione, alla sanità e a una rappresentanza reale che rispecchi la diversità etnica e culturale del Paese.
In questo senso, il Brasile offre al blocco dei BRICS+ un esempio di come l’empowerment femminile sia indissolubilmente legato alla salute della democrazia e alla giustizia territoriale. È una forza vibrante, calda e instancabile, che ricorda al mondo che la vera celebrazione della donna è quella che avviene ogni giorno attraverso la trasformazione della realtà sociale.

In India, l’8 marzo non è un evento isolato, ma si inserisce in un calendario dove la femminilità è onorata attraverso molteplici festival e riti. Tuttavia, nella modernità del XXI secolo, questa celebrazione ha assunto una forma unica: il “ponte” citato si manifesta nel modo in cui lo Stato e la società civile premiano l’eccellenza. Il governo indiano utilizza questa data per conferire il Nari Shakti Puraskar, la massima onorificenza per le donne che hanno abbattuto barriere in settori impensabili fino a pochi decenni fa. È un tributo a una donna che non deve scegliere tra le sue radici e la sua ambizione, ma che usa le prime per alimentare la seconda.
Questa visione della donna come “custode del tempio” si riferisce al suo ruolo insostituibile nella conservazione del Dharma, ovvero l’ordine etico e sociale e i valori della famiglia indiana. Ma, allo stesso tempo, l’India dei BRICS+ è il Paese dove le donne guidano missioni lunari e governano colossi della tecnologia globale. La “leader del domani” in India è una scienziata che indossa il sari nel centro di controllo del Mangalyaan (la missione su Marte), dimostrando che la modernità tecnologica non deve necessariamente passare attraverso l’occidentalizzazione, ma può fiorire da una matrice culturale propria e sovrana.
La celebrazione indiana mette in luce una verità profonda: la forza della donna è la forza della trasformazione. Che si tratti di guidare un micro-credito in un villaggio rurale o di dirigere una multinazionale a Bangalore, la donna indiana agisce con la consapevolezza di essere l’architetto del futuro del Paese. Questa capacità di armonizzare il sacro con il profano, il rito con l’algoritmo, rende il modello indiano un pilastro fondamentale del blocco BRICS+, offrendo una visione in cui lo sviluppo tecnologico è impregnato di un senso di responsabilità verso la comunità e la vita.
In questo vasto Paese, l’8 marzo è dunque il riconoscimento di una rivoluzione silenziosa ma inarrestabile, dove la “Shakti” si manifesta nell’intelligenza, nella resilienza e nella capacità di guidare l’intera nazione verso una nuova era di prosperità e saggezza.

In Egitto, l’8 marzo funge da apertura internazionale per una ricorrenza ancora più sentita e specifica: la Giornata della Donna Egiziana del 16 marzo.
Questa data non è stata scelta a caso, ma affonda le radici nel 1919, quando le donne egiziane scesero in strada per la prima volta in una grande manifestazione politica contro l’occupazione britannica. Celebrare la donna in Egitto significa dunque onorare il coraggio di figure storiche che hanno trasformato la protesta in una marcia inarrestabile verso la sovranità nazionale. La donna egiziana non è vista solo come il cuore della famiglia, ma come la “custode della nazione”, colei che nei momenti di crisi politica ha sempre saputo mobilitare la società civile.
Il “profondo senso storico” menzionato si manifesta oggi in una fusione tra l’eredità delle grandi regine dell’antichità e la grinta delle leader contemporanee. Lo Stato egiziano utilizza questo periodo per promuovere la “Strategia Nazionale per l’Emancipazione delle Donne 2030”, un piano ambizioso che mira a integrare pienamente la figura femminile nei processi decisionali. Non si tratta di una concessione, ma del riconoscimento di un fatto storico: l’identità moderna dell’Egitto è stata plasmata da scrittrici, intellettuali e attiviste che hanno lottato per l’istruzione universale e per il diritto di voto già nella prima metà del secolo scorso.
In questo contesto, onorare la donna significa riconoscere il suo ruolo fondamentale nella modernizzazione sociale. L’Egitto di oggi vede una presenza femminile crescente nei tribunali, nei ministeri e nelle facoltà scientifiche. La visione che emerge è quella di una donna che è “ponte tra le ere”: colei che preserva le tradizioni millenarie della valle del Nilo ma che, allo stesso tempo, guida la transizione digitale e industriale del Paese.
All’interno dei BRICS+, l’Egitto porta l’esempio di una civiltà che ha saputo rendere la lotta per i diritti femminili una parte integrante della propria lotta per l’indipendenza. La celebrazione del 16 marzo è un promemoria annuale per tutto il mondo arabo e africano: la forza di una nazione si misura dalla libertà e dal protagonismo delle sue donne.

Negli Emirati Arabi Uniti, la prospettiva si è spostata radicalmente verso un empowerment che potremmo definire “visionario”. Lo Stato ha compreso che per raggiungere gli obiettivi della We the UAE 2031 e della successiva Centennial 2071, il talento femminile deve essere al centro dell’innovazione. Questo ha portato a un fenomeno unico nel mondo arabo: la donna come protagonista assoluta dei piani di sviluppo nazionali. Non è raro vedere donne emiratine alla guida di ministeri chiave — come quello della Cooperazione Internazionale o della Felicità — o ai vertici di autorità spaziali. Un esempio lampante di questa “modernità d’avanguardia” è stato il team della missione Hope su Marte, dove le donne hanno rappresentato l’80% dell’intero team scientifico, dimostrando che il cielo non è più un limite, ma un nuovo campo di espressione per l’eccellenza femminile araba.
Questa trasformazione avviene senza rinnegare l’identità culturale; al contrario, dimostra come la tradizione possa integrarsi perfettamente con le ambizioni di leadership globale. La donna emiratina è vista come il simbolo di un’identità nazionale che è orgogliosa delle proprie radici beduine ma che parla il linguaggio dell’intelligenza artificiale e della sostenibilità. La celebrazione del ruolo femminile negli Emirati sottolinea una “leadership dell’equilibrio”: la capacità di essere custodi della cultura e dei valori familiari pur essendo pioniere nei laboratori di robotica e nelle sale dei consigli d’amministrazione delle multinazionali.
All’interno dei BRICS+, gli Emirati portano un modello di sviluppo accelerato dove l’investimento nell’istruzione femminile ha dato frutti immediati. Le università del Paese vedono una presenza femminile che spesso supera quella maschile nei corsi di ingegneria e tecnologie avanzate. La visione che emerge è quella di una nazione che ha capito che la vera sovranità tecnologica e politica passa inevitabilmente attraverso l’inclusione piena e di alto livello delle donne.
Onorare la donna negli Emirati significa dunque celebrare il futuro stesso del Paese: una figura dinamica, colta e ambiziosa che sta ridisegnando la percezione della donna araba nel mondo, portando con sé un messaggio di progresso che è al contempo radicato e universale.

In Etiopia, la donna è riconosciuta come il “cuore pulsante dell’economia rurale”. Non si tratta di una metafora poetica, ma di un dato strutturale: le donne gestiscono la quasi totalità delle attività agricole di sussistenza e sono le vere custodi della biodiversità. La loro “forza silenziosa” si manifesta nel lavoro instancabile che inizia prima dell’alba e termina molto dopo il tramonto, occupandosi non solo della semina e del raccolto, ma anche della complessa gestione delle risorse idriche e forestali. Questa dedizione garantisce la sopravvivenza quotidiana di milioni di persone, rendendo la donna la vera garante della sicurezza alimentare del Paese.
Il concetto di “saggezza nella gestione delle risorse” citato è fondamentale per comprendere la resilienza etiope. In un contesto climatico spesso sfidante, è la donna a tramandare le tecniche di coltivazione sostenibile e a gestire le piccole cooperative di credito rotativo (le tipiche Iqqub), che permettono alle comunità di investire nel futuro senza dipendere da aiuti esterni. La celebrazione della donna in Etiopia è dunque un inno alla sovranità alimentare e all’autosufficienza; è il riconoscimento di un’intelligenza pratica che sa trasformare la terra in nutrimento e la fatica in fioritura comunitaria.
All’interno dei BRICS+, l’Etiopia porta l’esempio di una nazione che sta cercando di tradurre questa forza rurale in potere politico e scientifico. Negli ultimi anni, il Paese ha visto una partecipazione femminile senza precedenti ai vertici dello Stato, con la consapevolezza che la stabilità nazionale dipende direttamente dalla protezione e dall’empowerment di chi, ogni giorno, tiene in vita le radici stesse della nazione.
Onorare la donna etiope significa dunque celebrare la dignità del lavoro e la profondità di una saggezza antica che, pur rimanendo umile, è capace di sostenere il peso e la speranza di un intero popolo che guarda al domani con orgoglio e indipendenza.
Per approfondire la realtà del Sudafrica, dobbiamo immergerci in una narrazione dove l’attivismo femminile non è solo una parte della storia, ma la forza d’urto che ha scardinato le fondamenta dell’ingiustizia. In questo Paese, celebrare la donna significa onorare un’eredità di resistenza che ha trasformato il corpo e la voce femminile in uno scudo per l’intera nazione.

In Sudafrica, ogni celebrazione dell’8 marzo (e della più specifica Giornata Nazionale della Donna del 9 agosto) è intrinsecamente un “atto di libertà”. La figura femminile è vista come il simbolo vivente della fine dell’oppressione, in memoria della storica marcia del 1956, quando 20.000 donne di ogni etnia sfidarono il regime dell’apartheid marciando verso gli edifici governativi di Pretoria. Il loro canto, “Se colpisci una donna, colpisci una roccia”, è diventato l’inno di una nazione che riconosce nella fermezza femminile la garanzia della propria democrazia. La donna sudafricana non è dunque solo una cittadina, ma l’erede di una stirpe di “madri e guerriere” che hanno saputo anteporre il futuro collettivo alla propria sicurezza personale.
Questa visione della donna come “simbolo di libertà” si traduce oggi in una partecipazione politica e giuridica tra le più avanzate del continente africano. Il Sudafrica dei BRICS+ è un laboratorio dove la dignità è un “diritto conquistato con il coraggio”, e questo coraggio si manifesta ora nella lotta per l’uguaglianza economica e contro le piaghe sociali che ancora affliggono il Paese. La donna è vista come la guida morale e pratica di una “nazione arcobaleno” che cerca di sanare le ferite del passato attraverso la giustizia e l’inclusione.
Il concetto di “madre della nazione” in Sudafrica assume un significato politico profondo: è colei che nutre non solo i propri figli, ma le istituzioni stesse, vigilando affinché i sacrifici fatti durante la lotta di liberazione non vadano perduti. La celebrazione femminile è dunque un momento di rinnovato impegno civile, dove la memoria storica serve da bussola per le nuove generazioni di leader, imprenditrici e attiviste che continuano a marciare per un futuro di reale prosperità.
All’interno dei BRICS+, il Sudafrica porta l’esempio di una resilienza che nasce dal dolore ma fiorisce nella libertà. Onorare la donna sudafricana significa riconoscere che non esiste vero progresso senza il riconoscimento del valore di chi ha saputo restare in piedi quando tutto sembrava crollare, trasformando la protesta in una proposta di pace e dignità universale.

Questa incredibile diversità di approcci ci insegna che la “Donna Multipolare” del mondo BRICS+ non è un soggetto passivo di politiche globaliste, ma l’architetto consapevole di una nuova modernità. In questo vasto blocco di nazioni, la figura femminile non deve scegliere tra progresso e identità: ella è, al tempo stesso, la custode del fuoco sacro delle tradizioni e la pioniera delle tecnologie di frontiera.
Il contributo delle donne BRICS+ definisce una via alternativa allo sviluppo, dove l’economia non è slegata dall’etica e la tecnologia non è separata dall’umanità. Dalla resilienza della “roccia” sudafricana alla forza creatrice della “Shakti” indiana, dalla dedizione della “ferro e seta” russa alla visione spaziale emiratina, emerge una verità inconfutabile: la stabilità del nuovo ordine multipolare poggia sulla capacità di ogni popolo di onorare la propria metà femminile. Riconoscere questa pluralità di identità significa finalmente comprendere che la dignità umana non è un concetto standardizzato, ma un fiore che sboccia con colori e profumi diversi in ogni angolo della terra, rendendo il giardino della civiltà globale infinitamente più ricco, equilibrato e sovrano.
La foto di copertina è stata scattata in India dal Fotografo Sergio Pessolano
