Ro. Ro. – È un’isola di 20 km quadrati e il suo nome significa “dattero acerbo”. Per anni è stata considerata una delle risorse strategiche più vulnerabili dell’Iran. Eppure, nonostante le ripetute speculazioni sul fatto che possa diventare un obiettivo, Kharg è rimasta finora indenne dalla guerra. La piccola isola, lunga solo circa 6 km e situata a circa 25 km dalla costa iraniana, vicino alla provincia di Bushehr, è il principale terminal di esportazione petrolifera della Repubblica Islamica nel Golfo e gestisce circa il 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran. Distruggere o mettere fuori uso le sue strutture infliggerebbe un colpo devastante all’economia iraniana.
Kharg ha una caratteristica naturale che la rende unica e preziosa: la profondità delle acque circostanti. Mentre gran parte del litorale persico è troppo basso per accogliere le superpetroliere, a Kharg possono invece attraccare con facilità e il terminal è in grado di caricare dieci navi simultaneamente. La piccola isola del Golfo gestisce la maggior parte delle esportazioni di petrolio dell’Iran, principalmente dirette verso la Cina, e questo la rende un obiettivo critico sotto il profilo economico. Tuttavia non è stata colpita e questo viene spiegato dagli analisti con tre ragioni precise: i timori di shock petroliferi, le preoccupazioni per un’escalation nella regione e le valutazioni politiche degli Stati Uniti. Per anni Kharg è stata considerata una delle risorse strategiche più vulnerabili di Teheran e ora che le forze israeliane hanno colpito per la prima volta nella guerra in corso gli impianti di stoccaggio del petrolio iraniano, la domanda è riemersa: con l’intensificarsi del conflitto l’isola diventerà un bersaglio da annientare?
Kharg è diventata vitale dal punto di vista strategico durante il boom petrolifero dell’Iran negli anni ‘60, quando si è trasformata in uno dei più grandi terminal di esportazione di petrolio greggio del mondo. Oggi, le strutture presenti possono teoricamente gestire esportazioni fino a 7 milioni di barili di petrolio al giorno, anche se Teheran dichiara ufficialmente cifre inferiori. La maggior parte di questo petrolio viene acquistata dalla Cina, che ha continuato a rifornirsi di greggio iraniano nonostante le sanzioni statunitensi. Poiché l’economia iraniana dipende in larga misura dalle esportazioni di energia, gli analisti considerano l’isola un punto cruciale. Come è già avvenuto in passato: durante la guerra Iran-Iraq degli anni ‘80, le forze di Saddam Hussein hanno attaccato ripetutamente le infrastrutture di Kharg, causando gravi danni. Nonostante ciò, l’Iran riuscì a continuare a esportare petrolio per gran parte del conflitto. E dopo l’attacco missilistico dell’Iran contro Israele nell’ottobre 2024 sembrava che Tel Aviv avesse preso in considerazione l’idea di colpire l’isola per rappresaglia. All’epoca, l’Iran avrebbe iniziato a prepararsi a tale eventualità allontanando molte delle petroliere che normalmente attraccano nei pressi delle coste e precauzioni simili sembrano essere state prese prima dell’attuale conflitto.
Nonostante questi preparativi, Bloomberg ha riferito che alcune petroliere cariche di petrolio sono rimaste nei pressi dell’isola anche dopo l’inizio degli attacchi israeliani e statunitensi a fine febbraio. Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha chiesto apertamente l’attacco a Kharg: “Israele dovrebbe distruggere tutti i giacimenti petroliferi e l’industria energetica iraniana sull’isola di Kharg”, il suo messaggio via social. “Ciò farebbe crollare l’economia iraniana e farebbe cadere il regime”. Il Center for Strategic and international studies con sede a Washington ha stimato il mese scorso che un attacco all’isola o un blocco delle sue strutture potrebbero far aumentare i prezzi del petrolio di circa 10 dollari al barile. “Kharg potrebbe essere disattivata in diversi modi”, sottolinea il rapporto, tra questi la distruzione delle attrezzature di carico delle navi, come oleodotti e pompe, il danneggiamento dei serbatoi di stoccaggio o l’interruzione delle condutture sottomarine che forniscono petrolio all’isola. In tali condizioni, il prezzo del petrolio potrebbe salire oltre i 100 dollari al barile.
La motivazione economica mette quindi l’isola al riparo da attacchi e un’altra possibile ragione per cui non è ancora stata presa di mira è la necessità dell’approvazione degli Stati Uniti per un’escalation di tali proporzioni. Il presidente Donald Trump si trova ad affrontare pressioni politiche interne in vista delle elezioni di medio termine a causa dell’aumento dei prezzi del carburante e una grave interruzione delle esportazioni di petrolio iraniano potrebbe destabilizzare ulteriormente i mercati globali. Il generale americano Keith Kellogg insiste pubblicamente: “Spero davvero che vadano a prendere Kharg. Se si elimina quell’isola, si colpisce l’80-90% dell’utilizzo di petrolio degli iraniani. In sostanza, li si spegne economicamente”. Secondo Axios, tra Stati Uniti e Israele è in corso una discussione sulla conquista dell’isola, che fornirebbe a Trump una moneta di scambio senza precedenti per negoziare quella che ha già definito una «resa incondizionata». I funzionari dell’amministrazione Trump hanno indicato altre opzioni, tra cui la confisca dell’isola e delle sue infrastrutture petrolifere o l’avvio di incursioni di commando per mettere in sicurezza le riserve di uranio arricchito dell’Iran. Quanto a Trump, non ha escluso la possibilità di operazioni di terra quando, in un’intervista con la ABC, gli è stato chiesto di possibili raid: “Tutto è sul tavolo”, la sua risposta.
Secondo gli analisti potrebbe esserci un altro motivo per cui Kharg non è stata ancora attaccata. Delgha Katinoglu, esperta iraniana di energia che collabora con l’emittente in lingua persiana Iran International con sede a Londra, avverte che la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbe paralizzare il Paese per anni, anche se l’attuale regime crollasse. Nel 2024, l’Iran ha guadagnato circa 78 miliardi di dollari dalle esportazioni di energia, nonostante le pesanti sanzioni statunitensi. “Se il governo di Teheran regime dovesse cadere, nessun governo futuro sarebbe in grado di stabilizzare il Paese o di fornire servizi di base se l’infrastruttura energetica venisse distrutta”, avverte Katinoglu. “In altre parole, distruggere gli impianti petroliferi e del gas dell’Iran potrebbe di fatto bloccare il cammino verso la transizione democratica”.
