Un progetto israeliano per collegare il petrolio del Golfo al Mediterraneo riaccende il confronto strategico con Il Cairo e apre nuovi scenari geopolitici tra Mar Rosso, Golfo di Aqaba e Canale di Suez.
A cura di: Chiara Cavalieri
TEL AVIV- La recente crisi nello Stretto di Hormuz e le tensioni nel Mar Rosso hanno riportato alla luce un progetto strategico di cui si discute da anni negli ambienti energetici e geopolitici della regione: trasformare Israele in un ponte terrestre tra il Golfo e l’Europa.
Secondo rivelazioni della piattaforma israeliana Yom HaYom, l’idea ruota attorno a quello che viene definito il “Piano Hormuz-Eilat”, ovvero la creazione di un corridoio petrolifero capace di bypassare le rotte marittime più vulnerabili e collegare direttamente il petrolio del Golfo al Mediterraneo.

In questo scenario, Israele non sarebbe più solo un terminale energetico regionale, ma diventerebbe un Paese di transito strategico, in grado di collegare il Mar Rosso al Mediterraneo attraverso infrastrutture già esistenti.
Tuttavia, la realizzazione di questo progetto si scontra con una realtà geopolitica complessa, nella quale l’Egitto rappresenta uno degli attori chiave e uno dei principali ostacoli strategici.
L’infrastruttura già esistente: l’oleodotto Eilat-Ashkelon
Una parte significativa dell’infrastruttura necessaria esiste già. Israele dispone infatti dell’oleodotto Eilat-Ashkelon, gestito dalla compagnia israeliana EAPC (Europe Asia Pipeline Company), storicamente noto come progetto Xatz o Ktzat.
Questo oleodotto rappresenta una delle infrastrutture energetiche più importanti del Paese.

Le sue caratteristiche tecniche sono rilevanti:
- diametro di circa 42 pollici
- lunghezza di 254 chilometri
- capacità di trasporto fino a 60 milioni di tonnellate all’anno da Eilat verso Ashkelon
- capacità inversa di 30 milioni di tonnellate annue nel senso opposto
Il sistema include inoltre:
- un secondo oleodotto per prodotti petroliferi lungo circa 260 chilometri
- terminali di stoccaggio con una capacità di circa 3,7 milioni di metri cubi
In pratica Israele possiede già una connessione terrestre bidirezionale tra il Mar Rosso e il Mediterraneo, che gli conferisce una notevole flessibilità logistica.
Questa infrastruttura permette non solo il semplice transito del petrolio, ma anche operazioni di stoccaggio, miscelazione, raccolta e ridistribuzione, trasformando Eilat e Ashkelon in veri hub energetici regionali.
Il collegamento con l’Arabia Saudita
Il progetto diventerebbe realmente strategico solo collegando questo sistema al petrolio saudita.
L’Arabia Saudita possiede già un’infrastruttura fondamentale: l’oleodotto Est-Ovest, noto anche come Petroline, che collega i giacimenti orientali del Regno al porto di Yanbu sul Mar Rosso.
Questo sistema è stato costruito proprio per aggirare lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta.
Secondo diverse analisi:
- la capacità di trasporto raggiunge circa 5 milioni di barili al giorno
- in situazioni di emergenza può essere ulteriormente aumentata
Da Yanbu il petrolio potrebbe teoricamente proseguire verso Eilat, per poi attraversare Israele e raggiungere il Mediterraneo attraverso Ashkelon.
Da qui nascerebbe l’idea di un corridoio energetico Golfo-Mediterraneo alternativo al Canale di Suez.
Il ruolo inevitabile della Giordania
Dal punto di vista geografico, tuttavia, esiste un passaggio obbligato.
Un eventuale oleodotto terrestre tra Arabia Saudita e Israele dovrebbe attraversare la Giordania meridionale, nella regione di Aqaba.
Ciò significa che il progetto non sarebbe semplicemente israelo-saudita, ma richiederebbe il coinvolgimento diretto di:
- Arabia Saudita
- Giordania
- Israele
La Giordania diventerebbe quindi un attore centrale, non solo dal punto di vista politico ma anche economico, potendo negoziare tariffe di transito e condizioni strategiche.
I limiti del modello marittimo
Un’alternativa teorica sarebbe l’uso intensivo del trasporto marittimo.
In questo scenario il petrolio arriverebbe a Eilat via petroliere, verrebbe pompato fino ad Ashkelon e poi ricaricato su altre navi dirette verso l’Europa.
Tuttavia questo modello presenta numerosi limiti:
- costi logistici elevati
- necessità di due operazioni di carico e scarico
- limitazioni portuali
- rischi ambientali
Uno studio del quotidiano economico israeliano Calcalist del 2021 ha evidenziato che anche con circa 60 petroliere all’anno, il ricavo massimo del progetto non supererebbe 23 milioni di dollari annui, prima delle spese operative.
Una cifra relativamente modesta per un’infrastruttura di tale portata.
Il precedente degli oleodotti che aggirano gli stretti
Nonostante questi limiti, l’idea di bypassare uno stretto strategico attraverso infrastrutture terrestri non è nuova.
Un esempio è l’oleodotto Habshan-Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, costruito proprio per aggirare Hormuz.
Il progetto:
- si estende per circa 360 chilometri
- è costato circa 3,3 miliardi di dollari
Questo precedente dimostra che infrastrutture di questo tipo sono tecnicamente realizzabili, anche se richiedono enormi investimenti e anni di pianificazione.
L’Egitto: il vero nodo strategico
Il vero elemento di competizione emerge quando si guarda alla posizione dell’Egitto.
Il Cairo possiede già una delle infrastrutture energetiche più importanti del Mediterraneo: l’oleodotto SUMED.
Questo sistema collega:
- Ain Sokhna, sul Golfo di Suez
- Sidi Kerir, sulla costa mediterranea
La sua capacità supera 117 milioni di tonnellate all’anno, rendendolo uno dei principali corridoi energetici alternativi al Canale di Suez.
Per l’Egitto, un corridoio energetico tra Eilat e Ashkelon rappresenterebbe una diretta minaccia economica e strategica, soprattutto in un momento in cui le entrate del Canale di Suez sono già sotto pressione a causa delle tensioni nel Mar Rosso e degli attacchi degli Houthi.
Una nuova competizione sulle rotte energetiche
La questione non riguarda solo la fattibilità tecnica del progetto.
Il vero interrogativo è chi accetterà un nuovo corridoio energetico nel Medio Oriente.
Le domande strategiche sono molte:
- l’Egitto accetterà un’alternativa che riduca il peso del Canale di Suez?
- la Giordania vorrà una quota politica ed economica significativa?
- l’Arabia Saudita accetterà di dipendere dal transito attraverso Israele?
- Israele è disposto a trasformarsi in un Paese di transito con tutti i rischi che questo comporta?
Il fattore sicurezza
Un altro elemento decisivo riguarda la sicurezza.
Le infrastrutture energetiche diventano immediatamente obiettivi strategici in caso di conflitto.
Le estremità del sistema israeliano sono già esposte a minacce:
- Ashkelon è nel raggio d’azione dei missili provenienti dalla Striscia di Gaza
- Eilat è stata negli ultimi anni bersaglio di missili e droni provenienti dallo Yemen
Inoltre qualsiasi nuova infrastruttura che colleghi Arabia Saudita, Israele e Occidente potrebbe diventare un obiettivo per:
- Iran
- gruppi armati regionali
- attori ostili alla nuova rotta energetica
Dalla geopolitica del petrolio alla geopolitica dei dati
Curiosamente, Israele sta già svolgendo un ruolo simile nel settore delle telecomunicazioni.
Progetti come Blue Raman stanno creando corridoi di fibra ottica tra Europa, Medio Oriente e Asia, passando proprio attraverso Israele.
Ma la differenza è evidente:
un cavo dati è relativamente neutrale dal punto di vista ambientale e politico, mentre un oleodotto è una infrastruttura strategica estremamente sensibile.
Un progetto possibile ma altamente controverso
Il “Piano Hormuz-Eilat” dimostra quanto la geopolitica dell’energia stia entrando in una nuova fase.
Le rotte energetiche del Medio Oriente non sono più solo marittime, ma sempre più ibride e terrestri, con infrastrutture che cercano di aggirare i chokepoint strategici.
Tuttavia la realizzazione di un corridoio petrolifero tra Golfo e Mediterraneo attraverso Israele aprirebbe inevitabilmente una nuova fase di competizione regionale.
E in questo scenario l’Egitto, con il Canale di Suez e l’oleodotto SUMED, continuerà a rappresentare uno degli attori decisivi nella partita energetica del Mediterraneo.
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