Roberto Roggero – A Erbil, nel nord-est dell’Iraq, si trovano alcuni dei giacimenti di petrolio più importanti del Paese, una delle zone a rischio per eventuali risposte iraniane alla proditoria aggressione israeliana e americana, in un territorio dove è ancora troppo presente l’influenza statunitense. Nei giorni scorsi, a Erbil si sono verificate alcune massicce esplosioni, e da subito si è pensato a missili provenienti dall’Iran, che avessero colpito le centrali di alimentazione. Quando è stato chiarito che non si trattava di missili, si è pensato a un sabotaggio da parte israeliana, ma anche questa versione è stata smentita.
La verità è in seguito venuta alla luce: il blackout che ha improvvisamente tenuto al buio l’Iraq è stato dovuto proprio agli immensi giacimenti di greggio del sottosuolo, e alla mancanza di infrastrutture e attrezzature adatte a gestire tale ricchezza, dopo anni e anni di conflitti, costringendo nei fatti l’Iraq a fare riferimento al vicino Iran per quanto riguarda le fonti energetiche di prima necessità. Sembra paradossale, eppure è proprio così.
A questo si deve aggiungere che, a causa della guerra scatenata dal “biondo” Donald e dal criminale Bibi Netanyahu, la situazione nello Stretto di Hormuz è una vera e propria bomba a orologeria, per cui nessuna petroliera osa avvicinarsi ai terminal di Al-Bashra (Bassora), principale sbocco petrolifero iracheno e, di conseguenza, il governo di Baghdad è stato costretto a disporre una drastica riduzione della produzione. Da qui le conseguenze sulla rete nazionale dell’energia, che in Iraq dipende completamente dall’alimentazione a gas, elemento che il Paese non è in grado di produrre e soprattutto di conservare in appositi siti di stoccaggio.
Le grandi centrali e i depositi di Rumaila, presso Al-Bashra, non riescono a soddisfare le richieste operative, e finiscono per andare in tilt, per cui va in tilt l’intera rete nazionale, con una perdita di potenza di oltre 3.000 Megawatt e un conseguente drastico calo di operatività della rete di distribuzione nazionale, basata su infrastrutture assolutamente obsolete e insufficienti per soddisfare i bisogni energetici del Paese. L’effetto domino, da Al-Bashra si è naturalmente diffuso a tutti i nodi logistici dell’Iraq, né si può parlare solo di un pur grave guasto tecnico.
Sorprende in fatto che, nonostante le attuali condizioni, l’Iraq sia il quinto Paese al mondo per riserve di petrolio, e tuttavia questa ricchezza non si riflette sulla necessaria solidità dal punto di vista produttivo ed energetico. Il motivo è semplice: decenni di guerre, in genere portare dall’esterno, soprattutto dagli Stati Uniti che si sforzano invece di apparire come protettori e tutori, hanno compromesso lo scheletro di base della struttura energetica irachena, perché l’egemonia del controllo americano ha voluto concentrare tutto sul processo estrattivo e nulla sulla raffinazione e sull’utilizzo, per cui le ingenti quantità di gas associato alla stessa estrazione sono semplicemente lasciate bruciare. Logica conseguenza: il fabbisogno di gas naturale dell’Iraq arriva dal vicino Iran a livello di dipendenza cronica. A peggiorare la situazione, il blocco delle esportazioni imposto alla Repubblica Islamica dalle stesse sanzioni americane, che vanno a penalizzare l’Iraq. L’economia del petrolio ha puntato solo sull’estrazione e assai limitatamente sulla cattura del gas associato, che spesso viene semplicemente lasciato bruciare. Una politica che ha portato ad una dipendenza cronica dall’Iran e all’inevitabile crisi quando con il Paese degli ayatollah sono stati sospesi i rapporti commerciali per timore di sanzioni.
Attualmente, il livello produttivo di energia dell’Iraq si aggira intorno ai 25-27 Gigawatt, di fronte a una domanda di circa 50 Gigawatt, su una rete di distribuzione ampiamente insufficiente, che implica una dispersione di più del 40% fra i punti di origine, ovvero le centrali, e gli utenti finali. Dall’Iran arrivavano, ogni giorno, oltre 50 milioni di metri cubi di gas, e altri 1,3 milioni da reti di distribuzione transfrontaliere, per un totale complessivo di circa 10 Gigawatt.
Questo già delicatissimo equilibrio, oggi è completamente saltato, e già da diverse settimane, cioè da quando il “biondo” Donald non ha voluto confermare all’Iraq l’esenzione dalle sanzioni proprio a causa dei rapporti energetici con il vicino Iran. Con le proprie risorse, l’Iraq non è in grado di affrontare il fabbisogno quotidiano di distribuzione e consumo e, nonostante si trovi su un vero e proprio oceano di gas e petrolio, oggi appare nulla più che un gigante paralizzato…
