Roberto Roggero – Un equilibrio ancora in sospeso, ma che si preannuncia in ogni caso come una linea rossa per la regione mediorientale e per l’intero pianeta.
Lo stato nazi-sionista israeliano sta esercitando tutta la pressione possibile per spingere il “biondo” Donald a ordinare l’attacco, pare senza rendersi conto, oppure proprio perché se ne rende conto, che una mossa del genere andrà a coinvolgere non solo le parti in causa, ma tutti i Paesi del Golfo, quelli dove gli Stati Uniti mantengono basi militari, nonché Europa, Cina e Russia. E sempre paradossalmente convinto di essere dalla parte della ragione e di essere intoccabile, anche nel caso di una vera e propria guerra totale, oltretutto forti del fatto che, stando ai sondaggi, la maggioranza della popolazione israeliana è a favore del conflitto.
Lo schieramento ammassato da Washington intorno alla Repubblica Islamica, d’altra parte, appare francamente sproporzionato per una “semplice” pressione di deterrenza o per una specie di bluff a poker, anche se, a quanto è dato sapere, la decisione di attaccare è già stata rinviata due volte, e per motivi ben chiari, fra i quali i continui arrivi di aerei cargo dalla Russia a Teheran e il supporto della sorveglianza e del monitoraggio dei satelliti cinesi (capaci di scovare soprattutto gli aerei Stealth americani), nonché della partecipazione di Mosca e Pechino alle esercitazioni iraniane nello Stretto di Hormuz.
A questo punto, la domanda principale è: se scatta l’attacco, e naturalmente la reazione iraniana, per quanto tempo durerà, e quanti e quali potranno essere i danni e le vittime, soprattutto civili?
A monte di tutto questo, l’esito decisivo che sancirà la prevalenza di uno o dell’altro fronte, nel confronto di due blocchi, e la vittoria o meno della multipolarità del mondo libero.
Un Iran ridotto all’obbedienza significa per la Cina la fine delle prospettive di espansione commerciale. Senza il petrolio iraniano e senza un alleato in medio oriente, Pechino si vede rinchiusa in un ruolo di potenza regionale, peraltro già mantenuto a fatica, con alle porte Giappone, Filippine e Taiwan, tutti sotto controllo americano.
La Cina ha superato sul piano produttivo e tecnologico il grande competitore internazionale, ma la sua posizione geografica e la mancanza di risorse interne la rende condizionata dall’avversario nelle sue capacità espansive.
L’estensione del controllo militare, minaccia concretamente commerci internazionali e rifornimenti di materie prime.
Nel 1914 la Germania scelse la guerra per togliersi dall’impaccio, e mal gliene incolse.
La Cina, per tradizione estranea a coinvolgimenti diretti, non ha nessuna intenzione di farsi trascinare in un confronto con gli USA, e tuttavia, dopo il colpo americano in Venezuela, non può continuare a far finta di niente.
Se il “biondo” Donald non attaccano, arriverà alla campagna elettorale per le elezioni di medio termine, ma un conflitto con perdite significative sarebbe un colpo insostenibile per la presidenza. E anche ritirarsi senza aver concluso un accordo vantaggioso con l’Iran equivarrebbe a una capitolazione, che Trump non vuole e non può permettersi. Tutto fa pensare che l’attacco sia irrinunciabile. Ma se l’attacco avviene, il confronto sarà senza esclusione di colpi, con il coinvolgimento di altri paesi del Golfo e la possibilità di incidenti diretti Pechino e Washington, mentre la Russia non può permettersi una eccessiva partecipazione a causa del conflitto in Ucraina ancora senza soluzione.
L’attività di pirateria avviata dalla marina americana (e in parte anche europea) nei confronti degli approvvigionamenti navali da e per la Russia chiarisce il livello dello scontro.
Oramai la questione è solo una questione di forza, e le alternative in gioco sono l’imposizione dell’imperialismo israelo-americano o di un nuovo multipolarismo, imperniato su Cina e Russia.
Ale spalle di tutto questo inquietante scenario, la stampa europea che, sprezzante di cadere nel grottesco, continua a presentare l’aggressione israelo-americana come fosse una crociata per la giustizia e la democrazia.
