Roberto Roggero – Mentre a Ginevra si sono appena conclusi i colloqui indiretti, mediato dal Sultanato dell’Oman, fra le delegazioni iraniana e americana, lo schieramento statunitense nel Mare Arabico e nelle basi USA in Medio Oriente ha assunto la condizione di massima allerta per un possibile via all’attacco.
Da Washington le ultime informazioni precisano che il “biondo” presidente non ha ancora preso una decisione su come procedere, e pare si diverta a tenere il mondo sulle braci ardenti.
Il dispositivo militare USA sta per raggiungere una potenza di fuoco più che notevole, con le portaerei USS-Abraham Lincoln e USS-Gerald Ford (in arrivo nella zona), con i rispettivi gruppi di supporto, per circa 30 navi da guerra, centinaia di caccia e diversi sistemi di difesa, anche se parte di questa potenza di fuoco è ancora in arrivo.
La Task Force della USS-Gerald Ford è in procinto di oltrepassare lo stretto di Gibilterra, nel frattempo altri 50 caccia, fra F16, F22 e F35, sono stati inviati nella regione, con un ponte aereo colossale che prosegue senza sosta da due giorni.
Anche Teheran sta dispiegando le proprie forze, decentralizzando l’autorità decisionale, rafforzando i siti nucleari e intensificando lo stato di allarme, oltre alle esercitazioni congiunte con unità russe cinesi nello Stretto di Hormuz, tratto di mare fra il Golfo e l’Oceano Indiano, dove transita circa 1/5 del petrolio mondiale. L’area di azione delle esercitazioni iraniane non è lontano dal tratto di mare dove stazionano le navi americane, nei pressi delle coste dell’Oman, una vicinanza oltremodo pericolosa.
I leader iraniani si stanno preparando a un attacco che potrebbe interrompere la catena di comando e per questo motivo la Guardia della Rivoluzione Islamica ha annunciato l’intenzione di ripristinare la strategia detta “difesa a mosaico”, che conferisce ai comandanti autonomia nell’emanare ordini alle proprie unità. Nella capitale, Teheran, e in altre città particolarmente importanti, è stato divulgato il pano difensivo per adottare alcune stazioni della metropolitana a rifugi per la popolazione, in caso di attacco aereo.
L’Iran sta anche conducendo lavori di protezione nei propri siti nucleari per preservarli da eventuali attacchi per i quali certamente costituiscono obiettivi sensibili.
Secondo diversi analisti internazionali, un’operazione militare americana contro l’Iran potrebbe durare diverse settimane, e somiglierebbe più a una guerra vera e propria che ai raid mirati condotti il mese scorso in Venezuela. Ovviamente ci si aspetta che anche lo stato nazi-sionista israeliano prenda parte all’eventuale operazione offensiva.
Una simile guerra avrebbe un impatto devastante sull’intera regione, dove i leader arabi premono per evitare il conflitto, che secondo la strategia adottata dal “biondo” Donald, servirebbe in particolare come ricatto e minaccia per costringere la leadership iraniana ad accettare le condizioni imposte durante i colloqui di Muscat e Ginevra, che Teheran dovrebbe interpretare in chiave “Se non accettate, attacchiamo”.
