Il 28 marzo 2026, presso la Sede Nazionale del Partito Comunista a Roma, si è tenuto un incontro che sfida le narrazioni unidimensionali del nostro tempo: la presentazione del volume “Cina. L’irresistibile ascesa” (Sandro Teti Editore, collana Historos). In un’epoca di conformismo informativo, il lavoro dell’Ambasciatore Alberto Bradanini emerge come un’analisi necessaria, capace di scardinare i pregiudizi occidentali attraverso il rigore della storia e l’esperienza diretta sul campo.
Alberto Bradanini oltre che un diplomatico di lungo corso — già a capo delle missioni d’Italia a Pechino (2013-2015) e Teheran (2008-2012) — è anche un intellettuale che osserva la geopolitica attraverso la lente della filosofia e della struttura sociale. La sua carriera, iniziata nel 1975, lo ha visto protagonista nei principali snodi del potere mondiale, da Hong Kong a Ginevra, conferendogli un’autorità che nasce dalla conoscenza profonda delle radici confuciane e taoiste del “Paese-Civiltà”.
L’intervista che segue esplora i temi cardine dell’opera: dalla “cinizzazione” del marxismo alla transizione verso la Società 5.0, passando per la critica al messianismo statunitense e la difesa di un mondo multipolare. Insieme a Bradanini, il tavolo dei relatori ha visto il contributo di Fabrizio Da Silva (Responsabile Nazionale della Federazione Giovani Comunisti) e le conclusioni di Alberto Lombardo (Segretario Generale del PC), delineando un percorso che non cerca la propaganda, ma la comprensione di una realtà che, come il sole che sorge a Levante, è ormai impossibile ignorare.

Nell’introduzione al libro è citata un’iscrizione incisa in un tempio taoista a Hei-lung Tang che recita: «Natura madre di tutte le cose». Quanto ha inciso e ancora incide il pensiero taoista nella mentalità del cittadino cinese, nella formazione della Repubblica Popolare Cinese e nella sua ascesa?
«La storia è un continuum. La Repubblica Popolare è insieme espressione di una cultura millenaria che in un dato momento si è imbattuta nel pensiero comunista, una dottrina che i dirigenti politici cinesi da Mao in avanti hanno coniugato integrando in forma armonica ed efficace valori, principi, sensibilità e costumi provenienti dai due percorsi. Quanto al taoismo, se non tutti i cinesi esprimono aderenza o vicinanza al pensiero confuciano, buddista o di altre scuole filosofiche o religiose, tutti tuttavia reputano di possedere l’animo taoista, di appartenere alla Grande Civiltà del Taoismo. Il Tao non è solo la “Via”, poiché nella speculazione filosofica di questa famiglia di pensiero, esso riflette il “respiro profondo dell’universo”, da cui la Cina trae forza e ispirazione. Abbiamo molto da imparare, noi tutti.»
Al principio del libro la Cina viene definita a) Paese Continente; b) Paese Ideologia; c) Paese Civiltà, ci può spiegare le motivazioni di ogni definizione e la concorrenza di esse?
«La Cina è un paese-continente per via della sua dimensione geografica, è poi un paese-ideologia perché governato da un partito che si richiama alla dottrina comunista (sebbene soprattutto per quanto concerne l’organizzazione del Partito Comunista, poiché nella prassi il pragmatismo cinese vi ha introdotto numerose varianti, che nel lessico consolidato sintetizziamo “con caratteristiche cinesi”). Infine, la Cina è un paese-civiltà, perché è il paese che ha generato la sola civiltà – quella sinica che include, come noto, Vietnam, Corea, Giappone, altri paesi dell’Indocina e dei mari circostanti – oltre alla nostra, quella greco romana, che ha fagocitato quasi tutto il pianeta.»

Il libro definisce il pensiero classico cinese come strutturalmente anti-aristotelico, caratterizzato da quella che è chiamata ‘Colleganza illogica’ e la Cina viene definita il Paese del “NON DETTO”, con un pensiero di processo piuttosto che di arrivo, tanto che il filosofo Wang Fuzhi dell’epoca Ming affermava: «Parlare quando si è invitati a farlo, è disprezzabile al massimo grado». Come si sposa quest’atteggiamento con il bombardamento della parola di stampo orizzontale? E fa differenza che la parola sia scritta o verbale?
«In Cina i poli estremi possono convivere, diversamente dall’Occidente, dove invece si escludono. Secondo la logica aristotelica A è uguale a A, e dunque diversa da B. In Cina, non è contemplata l’esclusione, ma la compensazione, il bilanciamento. Tale postura, figlia della tradizione filosofica classica, trova applicazione anche nell’odierna speculazione ideologica e della prassi del comunismo cinese. L’espressione divenuta popolare di “economia socialista di mercato” illustra perfettamente la capacità dell’architettura economica cinese di conciliare ciò che sembrava inconciliabile. La pianificazione/programmazione statale non solo non esclude, ma implica l’esistenza del mercato in una combinazione ottimale dei due motori generatori di crescita economica e sviluppo sociale, sotto la supervisione/sorveglianza del Partito. Prosperità e risultati straordinari sono evidenza dell’efficacia di tale connubio, frutto di analisi e integrazione teoria/prassi. Solo una volta rimossa dagli scaffali impolverati delle biblioteche, la teoria può diventare strumento di avanzamento e progresso. Un’esperienza, quella cinese, che tutti i paesi poveri ed emarginati del mondo dovrebbero prendere a modello, calandola beninteso nella propria storia politica, sociale e valoriale, per recuperare la propria sovranità e incamminarsi verso l’uscita dal sottosviluppo.»
In apertura del primo capitolo lei tratta la ETEROPIA cinese, ci spiega a grandi linee che cosa intende?
«Con il termine eterotopia il sinologo francese F. Jullien intende identificare quel luogo dove è nata e si è sviluppata un’altra civiltà, a prescindere da quella occidentale. Il termine ha preso gradualmente il posto di alterità, un termine che esprime invece il rimbalzo di una società diversa, ma pur sempre progredita in riferimento a quella occidentale, che il malato etnocentrismo europeo ha per secoli considerato la sola civiltà degna di questo nome. Il mondo sinico, dunque, è cresciuto in parallelo a quello greco-romano, semplicemente ignorandone l’esistenza. Questo ne fa l’unico altro luogo (eteros, topos, dunque), da cui gli occidentali hanno la possibilità di guardarsi da fuori, scoprendo così pregi e difetti che altrimenti rimarrebbero sconosciuti. Tutto ciò vale, beninteso, anche per il mondo cinese che però – di tutta evidenza – ne trae profitto assai più di noi, poiché conosce l’Occidente molto meglio di quanto noi non conosciamo l’universo Cina.»

Il Confucianesimo è citato più volte nel libro. Confucio si teneva lontano da 4 condizioni: 1) conclusioni precipitate; 2) predeterminazione arbitraria; 3) ostinatezza; 4) egoismo. In quale misura questo pensiero ha contaminato l’attuale politica della Repubblica Popolare Cinese di PACIFISMO e NON-INTERFERENZA?
«Le riflessioni di Confucio hanno impregnato la storia imperiale della Cina e sono tuttora al centro dell’odierna cinesità. Quando tuttavia, all’alba del XXI secolo, si affrontano temi quali la pace, la guerra o la non-interferenza, occorre valutare la struttura delle relazioni tra i paesi. Vediamo. Tra i principali aspetti della realtà cinese, troviamo dunque una postura estranea all’impero statunitense (in 250 anni di esistenza ha conosciuto la pace solo per 16 anni). La Cina è un paese pacifico, non solo per scelta politica e ideologica, ma anche per interesse. La crescita economica su cui si basa il successo della Repubblica popolare, è infatti centrata su tre pilastri: domanda interna, investimenti e commercio. Quest’ultimo, in specie, sarebbe la prima vittima di un’eventuale guerra che coinvolgesse la Repubblica Popolare. Quanto alla non-interferenza, si tratta di un postulato fondante fin dalla nascita del movimento dei non allineati (Bandung, 1955). Esso resta tuttora centrale nella politica estera cinese, al cui nucleo troviamo il suo paziente impegno, insieme al cosiddetto Sud Globale, per dar vita a un mondo plurale, dove anche le piccole e medie nazioni possano far sentire la loro voce.»
Mao Zedong ha applicato il Marxismo-Leninismo ad una società cinese contadina non possedendo ancora una classe operaia, quali conseguenze ha condotto questa visione di socialismo con caratteristiche cinesi?
«Mao Zedong, riflettendo sulla circostanza che la strada per l’emancipazione dei popoli non può essere lineare, vale a dire universalmente predeterminata, ha contribuito a ulteriormente smentire (dopo quanto era già avvenuto nella Russia zarista) l’errata concezione che la rivoluzione sociale sarebbe iniziata nei paesi dove lo sviluppo capitalistico era più avanzato – e dunque nelle sfere alte dello sfruttamento, dove il popolo dei salariati e dei proletari s’incontrano con quello degli operai. I popoli mostrano invece che, quando ne sussistono le condizioni, la lotta contro le ingiustizie, l’alienazione e a favore dell’emancipazione, non tiene conto di criteri elaborati a tavolino, ma deve fare i conti con la prassi storica. La Cina odierna è il frutto di una battaglia di lungo corso, le cui fondamenta sono state poste, tuttavia, da Mao, che ha posto quale premessa della rivoluzione sociale la conquista della sovranità, e non solo la vittoria contro l’imperialismo giapponese, quello americano e il suo cane da guardia Chiang Kai-shek, capo del partito nazionalista cinese.»

Deng Xiaoping contribuì a migliorare più di tutti la vita di così tante persone in così poco tempo pur con i limiti della Guerra in Vietnam (1979) e di Piazza Tienanmen (1989), come questo fu possibile?
«Per Deng Xiaoping le due principali ragioni dell’implosione sovietica dovevano ricondursi alla senescenza della sua nomenclatura – una classe dirigente che, in assenza di alternative, per passare il testimone alla generazione successiva doveva morire, e che aveva fatto sorgere dal nulla un ceto di servizio artificioso, quello burocratico a tutela dei suoi privilegi. A tale ragione, Deng aggiungeva la soppressione della NEP, la Nuova Economia Politica (che oggi chiameremmo Nuova Politica Economica), introdotta da Lenin quale strumento di effervescenza mercantile sotto la supervisione dello Stato, poi soppressa da Stalin. Facendo tesoro di tali insegnamenti, Deng aveva raccomandato non più di due mandati per la classe al potere (e su questo Xi Jinping mostra, pericolosamente, di non voler seguire le indicazioni del Piccolo Condottiero) e introdotto nel sistema cinese pronunciati elementi di capitalismo, ampliando la zona franca di libertà economica anche rispetto alla NEP, sempre tuttavia sotto la sorveglianza strategica del Partito, nell’interesse della creazione di ricchezza e di benessere collettivo, un connubio che pur generando eccessive diseguaglianze di reddito (in via di graduale riduzione, deve rilevarsi) si è dimostrata la carta vincente, in un percorso creativo della strada verso il socialismo, sempre esposto alle verifiche della prassi.»

A questo proposito c’è una affermazione di Xi Jinping che recita: «I grandi della storia sono esseri umani, fanno alcune cose bene, altre male». Questa frase lei la cita in relazione a Mao, ma possiamo individuare una caratteristica della politica cinese a non infierire mai sugli errori dei propri predecessori come se ogni errore sia comunque determinato da una contingenza storica o da un motivo di crescita ancora da compiere?
«Nel suo libro Intervista con la Storia, Oriana Fallaci chiede a Deng Xiaoping cosa pensasse di Mao. Deng risponde che egli pensava di Mao quello che costui pensava di Stalin: 70% sì 30% no. Anche i grandi uomini sono esseri umani, fanno alcune cose bene altre male. Dobbiamo essere indulgenti davanti alle complessità del mondo, specie in alcuni momenti storici. Si può qui aggiungere che in fin dei conti l’amicizia tra Mao e Deng ha resistito a molte intemperie. Deng, pur essendo stato epurato due volte, entrambe le volte è stato poi riabilitato. Mao intuiva che Deng avrebbe fatto molto bene alla Cina. Alla morte del Grande Condottiero, egli ha posto le basi strutturali che hanno portato alla grande rivoluzione economica e sociale della Cina contemporanea. L’indulgenza si è dimostrata una virtù cruciale. Gli uomini che preferiscono lo spirito di vendetta dovrebbero rifletterci sopra.»
Il libro, pubblicato nel 2022 nella collana Historos, diretta da Luciano Canfora, evidenzia un fatto emblematico: mentre gli Stati Uniti possiedono circa 800 Basi Militari dislocate nel mondo la Cina, possiede l’unica base ufficiale a Gibuti (Corno d’Africa) inaugurata nel 2017 e ufficialmente “base di supporto logistico”. A differenza degli USA la Cina preferisce investire in infrastrutture civili che possono essere convertite all’uso militare in caso di necessità?
«La vocazione cinese non è quella di imporsi con la forza. La Cina non ha alcuna intenzione di sostituirsi agli Stati Uniti sul trono del mondo. Il dominio non fa parte della sua tradizione, del resto non ne ha la forza e l’interesse. La Repubblica Popolare lavora alla costruzione di un mondo plurale, multipolare, un mondo dove l’anarchia della realtà internazionale sia mitigata dal diritto internazionale e dal riconoscimento che tutti i popoli hanno diritto a vivere e prosperare nell’armonia nella diversità (concetto elaborato da Xi). Siamo diversi ma possiamo convivere senza aggredirci per prevalere gli uni sugli altri. Sono soprattutto le grandi potenze ad aver la responsabilità di costruire un ordine internazionale pacifico e rispettoso del diritto delle genti. La Cina, su questa strada, sostiene alacremente la Carta e la riforma del ruolo delle Nazioni Unite (che ahimè sono oggi al servizio dell’imperialismo statunitense), mentre sostiene in ogni foro ogni possibile attività a favore di un mondo pacifico e interconnesso, capace di generare prosperità per tutti i popoli del pianeta.»

Il mito fondativo degli Stati Uniti nega la nozione di LIMITE in quanto origina da un nucleo biblico-messianico, una nazione voluta da Dio per governare un Pianeta disordinato. Come si situa un paese come la Cina rispetto a questo postulato?
«La Cina è una potenza revisionista (il potere nel mondo è suddiviso in forma ineguale e dunque deve essere modificato), ma un paese che non intende promuovere i suoi obiettivi attraverso l’uso della forza. Essa conosce la nozione del limite, anche di quello di una grande potenza. Gli Stati Uniti sono invece la nazione dal destino manifesto, la sola nazione indispensabile (secondo M. Albright e B. Clinton), la nazione voluta da Dio per governare un mondo destinato altrimenti a implodere, e che avrebbe costruito la più grande democrazia del mondo! Una narrazione fallace e mistificatoria, beninteso, imposta attraverso il controllo dell’informazione e dunque, giù per li rami, delle coscienze degli individui. La Cina non è il paradiso in terra, che fa parte della prateria delle idealità. Essa però è un paese dove gli interessi collettivi, dello stato e della nazione, hanno la prevalenza su quelli privati, delle grandi ricchezze e delle corporazioni, i cui rappresentanti, in Occidente, siedono in cima alla piramide del potere finanziario e politico. Solo la storia potrà dire come finirà questa battaglia, che è di interessi, ma soprattutto di valori. Insieme all’oppressione e all’ingiustizia occorre infatti sconfiggere anche quel mostro che il grande filosofo di Treviri chiamava alienazione, un mostro che sottrae significato al valore dell’esistenza umana, quel breve spazio di tempo che il destino ci concede, per una sola volta, prima di accoglierci nell’eternità.»
L’analisi dell’Ambasciatore Bradanini ci consegna una visione della Cina che travalica i confini della cronaca politica per farsi categoria dello spirito e della storia. Attraverso il prisma dell’”eterotopia”, la Cina smette di essere un semplice attore geopolitico per diventare uno specchio critico in cui l’Occidente è costretto a riflettere le proprie fragilità e, soprattutto, la propria pretesa di universalità.
Se il modello statunitense appare oggi prigioniero di un “destino manifesto” che non accetta confini, la proposta cinese — pur con tutte le sue contraddizioni e asprezze — sembra poggiare sulla consapevolezza del limite e sulla ricerca di un’armonia tra opposti che la logica aristotelica fatica a comprendere.
In definitiva, l’intervista suggerisce che la vera sfida del XXI secolo non si giocherà solo sul terreno dei dazi o della supremazia tecnologica, ma sulla capacità delle civiltà di convivere senza annullarsi. L’invito di Bradanini è dunque un richiamo alla sovranità intellettuale: smettere di guardare l’Oriente con le lenti deformanti dell’etnocentrismo per iniziare, finalmente, a dialogare con un mondo che non chiede di essere come noi, ma chiede il diritto di essere se stesso. In questo spazio di “colleganza illogica” potrebbe risiedere l’unica reale possibilità di un futuro multipolare e, forse, autenticamente pacifico.
