Roberto Roggero/Patrizia Boi (Roma 6 marzo 2026) – Intervista al Direttore dell’Istituto di Cultura dell’Iran***
Mentre i monitor delle borse mondiali lampeggiano nel timore di un’interruzione dei flussi energetici e le cancellerie occidentali ricalibrano i propri piani d’attacco, c’è una narrazione che sfugge ai radar della stampa mainstream. Per capire se l’Iran sia davvero quel “colosso dai piedi d’argilla” descritto da certa politica americana, BRICS&Friends ha raccolto la testimonianza diretta del Direttore dell’Istituto di Cultura dell’Iran, Dottor Seyed Majid Emami.
Emami è nato nel 1982 in uno dei quartieri storici della splendida città di Isfahan e proviene da una famiglia di rinomati maestri della pittura moderna, della miniatura e della scuola di Isfahan. Laureato in Scienze Politiche a Teheran, ha conseguito il dottorato in Cultura e Comunicazione nel 2015. Da quell’anno, in qualità di membro del corpo docente, ha insegnato Sociologia, Politiche Pubbliche e Comunicazione Internazionale. Nel settembre 2021 è stato nominato il più giovane Segretario del Consiglio della Cultura Pubblica dell’Iran e, in veste di Vice Ministro della Cultura, si è dedicato al monitoraggio, alla pianificazione e alla valutazione della cultura e della società iraniana. Ha compiuto numerosi viaggi in vari paesi del mondo ed è profondamente interessato agli approcci interculturali e alla comprensione di altre culture e società. Nel marzo 2024, è stato nominato Consigliere Culturale dell’Ambasciata dell’Iran in Italia.
Le sue parole ci portano dentro una realtà dove la strategia militare si scontra con una forza d’inerzia millenaria.
L’Intervista: «Nessun piano sopravvive al contatto con la realtà»

B&F: Si parla di un imminente crollo del regime di Teheran sotto la pressione dei raid americani. Qual è la situazione reale sul campo?
Emami: Helmuth von Moltke, il celebre stratega prussiano del XIX secolo, è autore di una massima intramontabile: «Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico». Tuttavia, nel contesto attuale, siamo andati ben oltre. Il “Piano A” di Trump è andato in frantumi appena 48 ore dopo l’inizio delle ostilità. Il suo progetto — basato su una visione distorta ed esagerata della presunta debolezza iraniana — poggiava sul presupposto che il governo di Teheran sarebbe crollato istantaneamente a seguito dell’assassinio della Guida Suprema.
L’auspicio era che entro il lunedì mattina, prima della riapertura dei mercati finanziari, la guerra fosse già conclusa, permettendo a Trump di esibirsi nel suo celebre balletto celebrativo. Ma questo collasso non è avvenuto. È necessario comprendere che ci si trova di fronte a una nazione la cui identità millenaria — oltre cinquemila anni di civiltà che l’Occidente stesso ha contribuito a decifrare — non si dissolve facilmente.
B&F: Eppure i colpi subiti dalle infrastrutture militari sono stati pesanti…
Emami: Nonostante i pilastri militari, come lo Stato Maggiore e il Consiglio Supremo di Difesa, siano stati colpiti duramente in meno di sei mesi da squadre speciali e raid di F-35 e B-2, il Paese mantiene l’iniziativa grazie a una pianificazione strategica di lungo respiro. Si osserva una popolazione che, pur nel sacro mese di Ramadan, onora il digiuno di giorno e scende in piazza di notte, unendo il lutto alla difesa attiva della sicurezza urbana.

B&F: Qual è il costo umano di questa resistenza?
Emami: Altissimo e tragico. Gli attacchi alle scuole — crimini contro l’umanità che hanno lasciato sul campo ben 168 vittime — l’assalto proditorio a una nave impegnata in esercitazioni internazionali su invito del governo indiano, e un bilancio di vittime civili che ha ormai superato quota mille, delineano un quadro inequivocabile: l’Iran non sta solo combattendo una guerra, sta vivendo un martirio collettivo che ne rafforza la tempra invece di spezzarla.
B&F: Dottor Emami, lei ha menzionato la capacità di iniziativa del Paese nonostante le perdite. Come si spiega questa resilienza che sembra sfidare ogni logica militare convenzionale?
Emami: Bisogna guardare a ciò che io definisco l’Anima della Persia e l’Errore del Cronometro. Dopo aver analizzato l’andamento di questi mesi, appare chiaro l’errore di calcolo fondamentale di chi ha disegnato il “Piano A”. L’Occidente, e in particolare l’amministrazione Trump, ragiona con il cronometro dei mercati finanziari. Si esige che una nazione si arrenda prima che la borsa di New York riapra il lunedì mattina. Ma l’Iran non è un’azienda in borsa; è una stratificazione millenaria di polvere, poesia e resistenza.
Mentre i radar dell’Occidente contano i danni alle strutture, noi sentiamo la forza delle radici. Attaccare la polvere — ovvero le infrastrutture fisiche — non significa scalfire la poesia, che per noi è l’ossatura del pensiero e dell’identità. È questa sproporzione temporale a rendere inefficace la strategia USA: loro cercano un crollo istantaneo, noi abitiamo una durata che ha cinquemila anni di storia alle spalle.
B&F: Questa resistenza culturale sembra essere, nel suo racconto, più forte della tecnologia bellica…
Emami: Esattamente. Perché quando un popolo trasforma il lutto in difesa attiva e il digiuno in disciplina collettiva, il costo umano, per quanto tragico, non diventa un motivo di resa, ma un legame di sangue indissolubile. La civiltà persiana non si dissolve sotto i raid degli F-35 perché la sua architettura non è fatta solo di cemento, ma di una memoria collettiva che l’Occidente ha contribuito a decifrare ma che non ha mai imparato a sentire. Chi ha programmato questa guerra ha guardato i monitor di Bloomberg, ma ha dimenticato di leggere i versi di Hafez e le miniature di Isfahan.

Dopo aver parlato con il Dottor Emami, ci si rende conto che il vero conflitto non si sta giocando solo nello Stretto di Hormuz o sui cieli di Teheran, ma nello scontro tra due diverse concezioni del Tempo.
Da una parte l’Occidente del “tutto e subito”, della vittoria lampo da consumare tra la chiusura del venerdì e l’apertura del lunedì. Dall’altra la Persia dei millenni, che accetta il martirio come parte di una narrazione superiore. Emami, con la sua storia familiare legata alle miniature di Isfahan, ci ricorda che per dipingere un capolavoro servono pazienza e strati infiniti di colore. Lo stesso vale per la difesa di una nazione: la resistenza iraniana è una miniatura politica dove ogni vittima è un tratto di colore che rende l’opera finale — l’identità nazionale — indistruttibile.

Forse ‘il Piano A’ è fallito perché non ha tenuto conto che non si può mandare in bancarotta una civiltà che non riconosce la valuta temporale occidentale, ma soprattutto base fondamentale è l’incomprensione culturale e la presunzione di superiorità e impunità di un sistema rispetto a un altro, per il quale nemmeno il diritto internazionale ha valore.



