Il premier indiano Modi e quello brasiliano Lula
(MARIO MICHELE PASCALE – BRICS & FRIENDS). La geopolitica contemporanea sta vivendo una fase di intensa trasformazione. Al centro di questo ribollire delle diplomazie si colloca la sempre più pressante richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’organo esecutivo più potente del sistema internazionale. Recentemente, due giganti del cosiddetto Sud globale, India e Brasile, hanno deciso di intensificare il loro coordinamento strategico per scardinare gli equilibri cristallizzati nel 1945. Questa iniziativa non rappresenta solo una rivendicazione di prestigio nazionale per Nuova Delhi e Brasilia, ma si configura come la punta di lancia di una strategia più ampia, sostenuta dal blocco BRICS+, volta a ridisegnare l’architettura della governance mondiale in senso multipolare.
L’attuale struttura del Consiglio di Sicurezza, con i suoi cinque membri permanenti dotati di diritto di veto (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito), appare agli occhi delle potenze emergenti come un fossile della storia, una fotografia sbiadita scattata alla fine della Seconda guerra mondiale che non rispecchia più la realtà demografica, economica e politica del XXI secolo. L’esclusione di interi continenti, come l’Africa e l’America Latina, dal novero dei decisori permanenti, unitamente alla sottorappresentazione dell’Asia, è divenuta il fulcro di una contestazione che India e Brasile stanno portando avanti con rinnovato vigore. I due paesi, membri fondatori del gruppo BRICS, sostengono che la legittimità stessa dell’ONU sia a rischio se l’istituzione non saprà adattarsi ai tempi, trasformandosi da garante dell’ordine dei vincitori del 1945 a specchio fedele del mondo contemporaneo.
Le motivazioni che spingono l’India a rivendicare un seggio permanente sono molteplici e difficilmente contestabili sul piano numerico. Con una popolazione che ha ormai superato quella cinese, rendendola la nazione più popolosa del pianeta, e con un’economia in rapida ascesa che punta a divenire la terza al mondo entro il prossimo decennio, Nuova Delhi percepisce la sua esclusione dal tavolo dei grandi come un anacronismo inaccettabile. A ciò si aggiunge il ruolo storico dell’India come uno dei maggiori contributori alle missioni di pace dell’ONU, un impegno che testimonia la volontà di assumersi responsabilità globali ben oltre i propri confini regionali. La diplomazia indiana argomenta che un Consiglio di Sicurezza privo della voce di un sesto dell’umanità non può avere l’autorità morale e politica necessaria per risolvere le crisi complesse del nostro tempo.
Parallelamente, il Brasile si fa portavoce delle istanze dell’America Latina e, più in generale, del mondo in via di sviluppo che non si riconosce nelle logiche di blocco della Guerra Fredda né nell’egemonia occidentale. La strategia di Brasilia, rivitalizzata sotto la leadership che ha riportato il paese al centro della scena diplomatica internazionale, punta a dimostrare che la stabilità globale non può prescindere dal coinvolgimento attivo delle grandi democrazie del sud. Il Brasile sottolinea come le sfide attuali, dal cambiamento climatico alla sicurezza alimentare, richiedano un approccio multilaterale che i vecchi assetti di potere non sono in grado di garantire. La cooperazione con l’India in questo ambito serve a creare una massa critica diplomatica capace di esercitare una pressione costante e coordinata sui membri permanenti attuali, molti dei quali si mostrano riluttanti a cedere o condividere quote di sovranità decisionale.
È interessante notare come questa spinta riformatrice si inserisca perfettamente nel quadro più ampio dell’evoluzione dei BRICS. L’allargamento del gruppo, avvenuto con l’ingresso di nuovi membri quali Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, ha fornito nuova linfa vitale e maggiore peso specifico alle rivendicazioni di India e Brasile. Il blocco non è più soltanto un forum di cooperazione economica, ma si sta trasformando in un soggetto politico capace di elaborare una visione alternativa dell’ordine internazionale. In questo contesto, la riforma dell’ONU diventa il banco di prova della capacità dei BRICS di incidere realmente sulle regole del gioco. Se il G7 rappresenta le economie avanzate dell’Occidente, i BRICS+ si pongono come i campioni del mondo emergente, e la democratizzazione delle istituzioni internazionali è il loro cavallo di battaglia principale.
L’azione congiunta di India e Brasile si scontra tuttavia con ostacoli formidabili. La carta delle Nazioni Unite rende estremamente difficile qualsiasi modifica della composizione del Consiglio di Sicurezza, richiedendo non solo la maggioranza qualificata dell’Assemblea Generale, ma anche la ratifica da parte di tutti i membri permanenti attuali. Qui risiede il paradosso e il principale scoglio: chiedere a chi detiene il privilegio del veto di votare per la diluizione del proprio potere. Sebbene paesi come Francia e Regno Unito abbiano espresso a parole il loro sostegno a una riforma, e gli Stati Uniti abbiano aperto a discussioni in tal senso, la traduzione di queste dichiarazioni in atti concreti è sempre stata frenata da calcoli geopolitici e rivalità regionali.
Un elemento di complessità ulteriore è rappresentato dalle dinamiche interne allo stesso fronte dei paesi emergenti. Esiste infatti un gruppo di nazioni, noto come Uniting for Consensus, che si oppone all’aumento dei seggi permanenti, proponendo invece l’espansione dei seggi non permanenti o la creazione di seggi a lunga durata rinnovabili. Questo gruppo, che vede tra i suoi animatori anche l’Italia, teme che l’aggiunta di nuovi membri permanenti possa creare nuove gerarchie e disparità, invece di risolverle. India e Brasile devono quindi navigare abilmente tra le resistenze dei cinque grandi e le perplessità di parte della comunità internazionale che, pur desiderando una riforma, non concorda sulle modalità con cui attuarla. Per approfondire le posizioni ufficiali sulla riforma del Consiglio di Sicurezza, è possibile consultare la pagina dedicata delle Nazioni Unite.
Nonostante le difficoltà, la coordinazione tra Nuova Delhi e Brasilia segna un salto di qualità nella diplomazia del Sud globale. I due paesi non si limitano più a presentare richieste isolate, ma stanno elaborando piattaforme comuni, scambiandosi sostegno reciproco nelle sedi multilaterali e coinvolgendo altri partner strategici come la Germania e il Giappone, con i quali formano il cosiddetto G4. Questo gruppo di quattro nazioni si supporta vicendevolmente nelle rispettive aspirazioni a un seggio permanente, creando una lobby diplomatica trasversale che unisce economie avanzate ed emergenti. La tesi di fondo è che il Consiglio di Sicurezza debba riflettere la distribuzione reale del potere e delle capacità nel mondo odierno, includendo i principali attori economici e politici di ogni regione geografica.
L’urgenza di questa riforma è dettata anche dalla crescente inefficacia del Consiglio di Sicurezza di fronte alle crisi recenti. La paralisi decisionale dovuta ai veti incrociati tra le superpotenze ha spesso impedito all’ONU di intervenire tempestivamente in conflitti sanguinosi, minando la credibilità dell’organizzazione. India e Brasile argomentano che un Consiglio allargato e più rappresentativo, pur potendo risultare più complesso da gestire, godrebbe di una maggiore legittimità e quindi di una maggiore capacità di far rispettare le proprie risoluzioni. La rappresentanza non è vista come un orpello formale, ma come un prerequisito funzionale per l’efficacia dell’azione internazionale in un mondo frammentato e interconnesso.
La spinta riformatrice proveniente dai BRICS+ mette in luce anche un cambiamento nella narrazione globale. Per decenni, l’Occidente ha definito gli standard di “buona governance” internazionale. Oggi, paesi come India e Brasile stanno sfidando questo monopolio normativo, proponendo modelli alternativi che pongono l’accento sull’equità, sulla sovranità nazionale e sullo sviluppo condiviso. La richiesta di riforma dell’UNSC è quindi anche una battaglia culturale, volta a affermare che la storia non è finita e che le istituzioni create quasi ottanta anni fa non sono sacre né immutabili. L’analisi dei dati economici globali mostra chiaramente come il baricentro si stia spostando verso est e verso sud, rendendo sempre più insostenibile lo status quo.

È fondamentale osservare come questa iniziativa diplomatica si intrecci con le questioni economiche. La riforma delle istituzioni politiche globali va di pari passo con la richiesta di riforma delle istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. India e Brasile vedono questi due percorsi come binari paralleli di un unico processo di emancipazione del Sud globale. Ottenere un seggio permanente all’ONU significherebbe acquisire il potere politico necessario per influenzare anche le regole del commercio e della finanza internazionale, settori dove i BRICS stanno già costruendo alternative concrete come la New Development Bank.
Il futuro del multilateralismo dipenderà in larga misura dall’esito di questo braccio di ferro. Se le potenze consolidate continueranno a fare muro contro le legittime aspirazioni delle potenze emergenti, il rischio è quello di una progressiva marginalizzazione dell’ONU. India, Brasile e gli altri membri dei BRICS potrebbero essere tentati di investire sempre più capitale politico in forum alternativi, svuotando di fatto le Nazioni Unite della loro rilevanza politica. Già oggi assistiamo a una proliferazione di formati “minilaterali” e regionali che cercano di colmare i vuoti lasciati dal sistema universale. Una riforma riuscita, al contrario, potrebbe rivitalizzare l’ONU, rendendola nuovamente il foro centrale per la composizione delle dispute internazionali.
In conclusione, l’iniziativa congiunta di India e Brasile non è una semplice manovra burocratica, ma un segnale potente del cambiamento dei tempi. Essa ci dice che il mondo unipolare o bipolare appartiene al passato e che il futuro sarà inevitabilmente multipolare. La domanda non è più se il Consiglio di Sicurezza verrà riformato, ma quando e come ciò accadrà. La resistenza al cambiamento può ritardare questo processo, ma difficilmente potrà arrestarlo indefinitamente di fronte alla pressione demografica ed economica di miliardi di persone che chiedono di essere rappresentate. Il dibattito sulla governance globale è ormai ineludibile e centrale in ogni vertice internazionale.
L’alleanza tra il gigante sudamericano e quello sudasiatico dimostra che le distanze geografiche contano sempre meno di fronte alla comunanza di interessi strategici. Insieme, India e Brasile stanno tracciando la rotta verso un ordine internazionale più democratico, dove il diritto della forza lasci il posto alla forza del diritto, o quantomeno a una distribuzione del potere più equilibrata e rispettosa delle diversità del pianeta. Resta da vedere se le potenze che oggi detengono le chiavi del Palazzo di Vetro avranno la lungimiranza di aprire le porte prima che vengano sfondate dalla storia. La sfida è lanciata, e l’esito di questa partita diplomatica definirà gli equilibri del mondo per i decenni a venire. Per seguire gli sviluppi delle negoziazioni intergovernative, è utile monitorare i comunicati ufficiali del Ministero degli Esteri indiano. La strada è ancora lunga e irta di ostacoli, ma la direzione è tracciata e il motore dei BRICS+ sembra avere il carburante necessario per percorrere questo viaggio fino in fondo.
