Si è svolto ieri, sabato 7 marzo, presso il Roma Scout Center, un incontro di cruciale importanza per comprendere le faglie sismiche che stanno ridisegnando la geopolitica mondiale. Il convegno, dal titolo “Il declino dell’egemonia occidentale. Decolonizzazione e multipolarismo”, ha riunito menti lucide del panorama critico italiano per analizzare la transizione verso un ordine globale non più centrato su un unico polo di potere.
L’evento è stato promosso e coordinato e animato dalle voci della redazione di L’interferenza, un progetto editoriale nato per offrire una lettura multidisciplinare della realtà contemporanea e far convergere politica, economia e filosofia nella lettura dei fenomeni complessi (come la crisi del neoliberismo e il passaggio al multipolarismo) che i media tradizionali spesso faticano a interpretare.

A guidare la giornata sono state due figure chiave della redazione: Fabrizio Marchi, coordinatore dell’incontro, l’anima analitica del progetto Interferenza, focalizzata sul superamento dei filtri del pensiero unico e Alessandro Visalli, Architetto e saggista, a cui è stata affidata l’introduzione dei lavori. Visalli è un esperto nello studio delle dinamiche sistemiche e territoriali, capace di leggere i mutamenti geografici come specchio dei poteri politici.
Il tavolo dei relatori ha visto alternarsi personalità che fondono l’esperienza istituzionale con la ricerca accademica e il giornalismo d’inchiesta, a cominciare da Vito Petrocelli, già senatore e Presidente della Commissione Affari Esteri, voce autorevole sul mondo BRICS e sulla transizione verso sistemi finanziari multipolari. per continuare con Alberto Bradanini, diplomatico di lungo corso, che ha servito come Ambasciatore d’Italia a Pechino e Teheran, portando al dibattito una conoscenza diretta e profonda delle potenze emergenti, e con Angelo d’Orsi, storico del pensiero politico e accademico di fama, il cui contributo è fondamentale per inquadrare il declino occidentale nella lunga durata della storia coloniale, con la presenza di Margherita Furlan, giornalista e direttrice della Casa del Sole TV, nota per il suo impegno nel documentare le dinamiche internazionali attraverso una lente libera da condizionamenti, fino all’ottimo Pierluigi Fagan, analista e saggista, specializzato nello studio della complessità e nei mutamenti strutturali che definiscono il nostro tempo.
L’intervento introduttivo di Alessandro Visalli ha aperto il cuore tecnico del dibattito, offrendo una visione strutturale delle tensioni attuali.

Visalli ha osservato come il periodo di potere esclusivo degli Stati Uniti, che abbiamo chiamato mondializzazione, sia giunto al termine. La domanda centrale che ha posto è: “Perché questa fretta?”. L’accelerazione dei conflitti e delle tensioni (dagli attacchi diretti all’Iran alle dinamiche in Africa) suggerisce che i centri decisionali occidentali stiano cercando di anticipare un evento imminente.
Una delle risposte alla “fretta” globale risiede nella finanza. Visalli ha evidenziato come il sistema sia sull’orlo di una crisi di fiducia repentina, potenzialmente più devastante di quella del 2008. Il cuore del problema sarebbe nel sistema assicurativo, che fatica a nascondere un crollo sostanziale. In questo scenario, la guerra diventa uno strumento per gestire o anticipare il collasso economico attraverso il controllo politico e militare.
L’intervento ha toccato il processo di “federalizzazione” dei paesi BRICS+, citando il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo e l’obiettivo di de-dollarizzare il 30% dei finanziamenti internazionali. La Cina, pur schermata meglio dell’Occidente contro le crisi finanziarie, affronta la sfida di rendersi indipendente sul piano delle risorse, mentre gli USA cercano di mantenere il dominio energetico per riprendere il controllo del ciclo energia-materie prime.
Il punto più filosofico e tecnico del suo intervento riguarda il gas liquefatto (LNG). Visalli ha descritto un nuovo modello economico-industriale a integrazione verticale (dal giacimento alla nave con tecnologia proprietaria) che gli Stati Uniti stanno tentando di copiare dal modello cinese. Egli ha definito questo passaggio come un cambio di “cosmotecnica”: l’integrazione tra la tecnica e una filosofia di forza. La vera posta in gioco non è solo il territorio, ma il controllo sovrano e tecnologico dei processi di trasformazione del modello economico mondiale.
La Lectio Magistralis di Angelo d’Orsi: Storiografia del Declino e l’Età della Vendetta

Dopo l’introduzione tecnica di Visalli, la parola è passata ad Angelo d’Orsi, che ha condotto l’uditorio in un “soliloquio storiografico” volto a rintracciare le radici profonde della crisi attuale. Lo storico ha operato attraverso le due direttrici fondamentali della sua disciplina: la periodizzazione e la ricerca delle cause, per interpretare il passaggio dall’egemonia al puro dominio.
D’Orsi ha individuato l’inizio della fine intorno alla metà degli anni Settanta. Conclusi i “Trenta Gloriosi” — decenni di conquiste sociali e politiche — il mondo occidentale ha subito quella che Giovanni Arrighi definì la “controffensiva capitalistica”. Si è trattata di una lotta di classe esercitata dall’alto verso il basso, il cui primo bersaglio sono state le Costituzioni.
Secondo l’analisi di d’Orsi, le carte costituzionali nate dal dopoguerra sono state giudicate “troppo avanzate” dai centri di potere (come la Scuola di Chicago). In Italia, questo attacco si è palesato già all’inizio degli anni Ottanta con le prime spinte verso la riforma costituzionale dell’era Craxi. È stata l’apertura dell’apologetica del privato: con l’ascesa di Reagan e Thatcher, il “privato” non si è più opposto solo allo statale, ma al politico. Se negli anni Sessanta “tutto era politico”, dagli anni Ottanta tutto è dovuto diventare privato, non solo nell’economia ma nei servizi essenziali (sanità, istruzione, pensioni) e persino nei comportamenti antropologici.
Lo storico ha richiamato la celebre denuncia di Eisenhower sul Complesso Militare-Industriale, quello “Stato parallelo” (o Deep State) capace di condizionare le scelte internazionali. D’Orsi ha riletto il passaggio tra gli anni Ottanta e Novanta come un gioco del gatto col topo tra gli USA e la Russia di Gorbaciov, culminato nel 1989.
Quello che l’Occidente ha celebrato come il trionfo della democrazia (la “fine della storia” di Fukuyama), d’Orsi lo ha definito un’operazione indotta dall’esterno che non corrispondeva alla volontà dei popoli sovietici. Da quel momento, il bipolarismo è morto, lasciando spazio a una delegittimazione sistematica del diritto internazionale.
D’Orsi ha coniato definizioni taglienti per descrivere gli ultimi trent’anni: ha definito la Guerra di Panama (1989), un modello di regime change giustificato da “cause nobili” (la lotta al narcotraffico) ma attuato con una forza sproporzionata, precursore degli interventi in Iraq e Venezuela. Citando Huntington (Lo Scontro delle Civiltà), d’Orsi ha spiegato come l’Occidente, perso il comunismo, abbia avuto bisogno di inventare un nuovo nemico “pronto all’uso”: l’Islam. Da Saddam Hussein a Milosevic, fino a Putin, ogni avversario è stato dipinto come il “nuovo Hitler” per giustificare l’uso della forza. In particolare, nella guerra del Kosovo, d’Orsi ha rilevato un uso politico della storia senza precedenti, dove la tragedia della Shoah è stata evocata impropriamente per legittimare un intervento altrimenti ingiustificabile.
Il cuore della riflessione di d’Orsi ha toccato le categorie gramsciane: l’Occidente sta vivendo una crisi di egemonia.
«L’egemonia si fonda sul consenso; quando il consenso viene meno, l’Occidente cerca di sostituirlo con il dominio, che si fonda sulla coercizione, sulle armi e sulla guerra.»
Mentre il “resto del mondo” (il Sud globale) ha iniziato a guardare all’Occidente con sospetto e si è organizzato in modo policentrico (BRICS, Cina, India), l’Occidente collettivo ha risposto con la “Nato Globale” e le rivoluzioni colorate, tentando di frenare un percorso verso il multipolarismo che appare ormai geometrico e inarrestabile.
Arrivando ai giorni nostri, d’Orsi ha visto nel 2026 il preannuncio di un crollo del vero. Il complesso militare-industriale si è fuso con i media e la finanza, trovando in figure come Elon Musk un “accordo globale” che riassume in sé comunicazione, logistica e armamento.
Infine, citando la Trappola di Tucidide, lo storico ha analizzato il conflitto in Ucraina: una grande potenza che vede l’ascesa di un concorrente non lo attacca direttamente, ma crea le condizioni affinché l’altro sia costretto ad agire per primo. In questo senso, d’Orsi ha distinto tra aggressore strategico (l’Occidente, per la sua pressione costante) e aggressore operativo (la Federazione Russa).
D’Orsi ha poi rivolto lo sguardo al conflitto in corso in Medio Oriente, definendo l’azione di Israele verso i palestinesi come uno sviluppo di natura “terroristica” che ha portato a una spaventosa escalation. Lo storico ha analizzato il 7 ottobre non come un evento isolato, ma come un “combinato disposto” che ha messo sotto attacco simultaneamente le popolazioni dei territori occupati e della Striscia di Gaza.
Ciò che d’Orsi ha denunciato con forza è stata la costruzione di una narrazione mediatica e legislativa in tutto l’Occidente, volta a presentare Israele esclusivamente come vittima sotto attacco, silenziando le critiche attraverso l’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. A questo proposito, ha citato con durezza i recenti provvedimenti legislativi italiani, definendo “vergognoso” il percorso normativo appena approvato in prima lettura al Senato e criticando il ruolo delle figure istituzionali che lo hanno promosso.
Nelle sue conclusioni, d’Orsi ha evocato un vero e proprio “crollo del vero”. Se nel 1989 si parlava di “fine della storia”, oggi nel 2026 ci troviamo di fronte alla fine della credibilità del racconto occidentale. Il tentativo degli Stati Uniti di lanciare nuovi scudi stellari — sia fisici che mediatici — è stato letto dallo storico come l’ultimo atto di un’egemonia che, non potendo più convincere, cerca di proteggersi dietro una cortina tecnologica e militare sempre più personalizzata e integrata.
L’intervento si è chiuso con un monito: l’Occidente sta cercando di fermare con la forza bruta un processo che non è più solo lineare ma esponenziale. Il ritorno della Russia come grande potenza europea e la crescita inarrestabile dei BRICS rappresentano, per d’Orsi, i segnali inequivocabili di un policentrismo che la “fretta” bellica di Washington non potrà arrestare, ma solo rendere più doloroso.
Pierluigi Fagan: L’Analisi della Complessità e il “Gioco dei Giochi”

Dopo l’introduzione di Visalli, l’analisi è stata approfondita da Pierluigi Fagan, che ha abbandonato le letture lineari della geopolitica per immergere l’uditorio nelle dinamiche di una “guerra mondiale a pezzi” che sta rapidamente convergendo verso un conflitto generale.
Pierluigi Fagan ha approcciato il suo intervento con la calma di chi è abituato a osservare i sistemi complessi, invitando subito il pubblico a guardare oltre la cronaca immediata. La sua tesi di fondo è stata che non siamo di fronte a una serie di eventi casuali, ma a una vera e propria architettura del caos, dove la “fretta” degli Stati Uniti di accendere focolai in Venezuela, Iran e Africa nasconde la paura che il tempo stia per scadere a favore dei BRICS.
Uno dei punti più affascinanti del suo discorso ha preso in considerazione la strategia iraniana, che lui ha definito, citando l’ex ambasciatore Carnelos, come la “strategia dei mille tagli”. Fagan ha spiegato che Teheran non ha alcuna intenzione di farsi trascinare in una guerra simmetrica frontale; al contrario, punta a un lento disanguamento dell’avversario. L’obiettivo iraniano è far sì che il costo del conflitto diventi insostenibile: ogni giorno di guerra è un giorno in cui il prezzo del petrolio sale, l’inflazione morde le economie occidentali e il telefono dello Studio Ovale squilla senza sosta con notizie di mercati asiatici in apnea.
Fagan ha poi analizzato con estremo realismo il ruolo della Cina, smontando le aspettative di chi vorrebbe vedere Pechino intervenire militarmente come in un film d’azione. La Cina, ha ricordato, non fa alleanze militari per principio. La sua risposta è stata molto più sottile e micidiale: la “diplomazia del credito”. Ritirando i finanziamenti alle monarchie del Golfo e vendendo i bond di Aramco, la Cina ha dimostrato di poter colpire l’Occidente dove fa più male — nel portafoglio — proprio alla vigilia dell’incontro cruciale tra Xi Jinping e Trump.
Un passaggio particolarmente amaro del suo intervento si è incentrato sull’Oman e il fallimento della diplomazia. Fagan ha raccontato come l’accordo sul nucleare fosse praticamente cosa fatta, a soli due giorni dalla firma, con l’Iran pronto a cedere su ogni punto pur di uscire dall’isolamento. Il fatto che la guerra sia scoppiata proprio in quel momento suggerisce, secondo l’analista, che l’obiettivo non fosse affatto la sicurezza nucleare, ma impedire che l’Iran diventasse un partner legittimo e stabile nel nuovo ordine mondiale.
Infine, Fagan ha affrontato il tema dell’informazione e della manipolazione interna. Ha denunciato con forza il tentativo di balcanizzare la regione attraverso l’uso delle minoranze etniche (Curdi e Beluci), una vecchia strategia dei neocon americani che rischia però di far esplodere anche alleati come la Turchia. Ha poi liquidato come “follie da neurodeliri” le ricostruzioni della stampa italiana sulla successione al vertice iraniano, spiegando che il sistema di Teheran sta reagendo alla minaccia con una leadership diffusa, una “triade” che rende inutile e velleitario qualsiasi tentativo di colpire un singolo uomo per abbattere lo Stato.
In chiusura, il suo approccio ci ha consegnato l’immagine di un’Europa che, ridotta a un “non-soggetto” geopolitico, resta a guardare mentre il mondo scivola dall’egemonia del soft power al dominio puro dell’hard power, pagando il conto più alto in termini di energia e credibilità.
Dopo l’affresco sistemico di Fagan, l’intervento dell’Ambasciatore Alberto Bradanini ha impresso al convegno una sferzata di realismo diplomatico e una critica radicale ai pilastri della narrazione occidentale. Il suo approccio non è stato solo tecnico, ma quasi pedagogico: un invito a “ripulire” lo sguardo dalle incrostazioni della propaganda.
L’Eclissi della Sovranità: Il Grande Inganno del “Protettorato” Europeo
Alberto Bradanini ha iniziato il suo discorso con una provocazione intellettuale diretta: prima ancora di analizzare le mappe, dobbiamo “decolonizzare la nostra mente”. Secondo l’Ambasciatore, il cittadino occidentale vive oggi in un paradosso dove il dissenso non viene solo osteggiato, ma criminalizzato, rendendo necessaria una fuga consapevole dai media mainstream per ritrovare una bussola di verità.
Il cuore del suo intervento è stato relativo alla ridefinizione del ruolo dell’Europa. Bradanini ha contestato l’uso del termine “colonia”, definendolo impreciso. La colonia ha un governatore straniero; l’Europa, invece, è un “protettorato”. In questa struttura, la potenza dominante (gli Stati Uniti) non governa direttamente, ma seleziona e istruisce una finta classe politica locale. Questa élite, pur parlando la lingua del proprio popolo, agisce sistematicamente nell’interesse della nazione colonizzatrice. È così che l’Ambasciatore ha spiegato le decisioni suicide dei decenni passati: dalle guerre in Iraq alla distruzione della Libia — il nostro principale alleato in Africa — che hanno portato solo instabilità e immigrazione fuori controllo.
Bradanini ha poi raccontato con estremo rigore la questione iraniana, portando la sua esperienza diretta sul campo. Ha smontato pezzo per pezzo la “leggenda” della bomba atomica di Teheran, ricordando come l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) non abbia mai prodotto una prova concreta del passaggio al settore militare. Ha sottolineato il valore della fatwa di Khamenei contro le armi di distruzione di massa, citando un precedente storico fondamentale: durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, gli iraniani subirono attacchi chimici devastanti sostenuti dall’Occidente, ma scelsero deliberatamente di non rispondere con la stessa moneta per ragioni etico-religiose.
Un passaggio particolarmente tagliente del suo intervento ha messo in risalto la figura della Guida Suprema e le ingerenze americane. Bradanini ha definito “da neuro” la pretesa di Washington di voler dare un parere favorevole sul prossimo successore di Khamenei, denunciando l’arroganza di una superpotenza che pretende di validare le cariche religiose altrui. Ha spiegato che colpire la Guida Suprema non è solo un atto di guerra, ma un insulto profondo alla sensibilità religiosa di un intero popolo, un errore strategico che finisce per compattare la nazione iraniana contro l’invasore, superando persino le divisioni tra conservatori e moderati.
Infine, l’Ambasciatore ha affrontato il rischio dell’escalation nucleare con un monito raggelante. Ha ricordato che Israele è una potenza nucleare non dichiarata con oltre 200 testate e “capacità di secondo colpo” grazie ai sottomarini. In un angolo, Israele userebbe la bomba. Dall’altra parte, l’Iran possiede ormai centinaia di chili di uranio arricchito, sufficienti per diverse testate. Il suo messaggio è stato chiaro: stiamo giocando con il fuoco su una linea di faglia che coinvolge non solo potenze regionali, ma l’intero equilibrio tra Russia e Cina, in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano aver rinunciato all’egemonia del soft power per passare al puro dominio militare.
In conclusione, Bradanini ci ha lasciato con l’immagine di un’Italia che ha smarrito la sua tradizione diplomatica di “ponte” per ridursi a una comparsa silenziosa, mentre il mondo intorno a noi cambia pelle e si sposta verso Oriente.
L’intervento di Vito Petrocelli ha portato nel dibattito una sferzata di crudo realismo politico, tingendo la discussione di una nota profondamente amara, quasi crepuscolare. Il suo contributo si è concentrato sulla perdita di identità della politica estera italiana, osservata con l’occhio di chi ha vissuto le istituzioni dall’interno e ne ha visto sgretolarsi l’autonomia.
L’Italia dei Silenzi: Il Tramonto della Sovranità tra Memoria e Realtà
Vito Petrocelli ha aperto una riflessione malinconica ma necessaria sul crollo della dignità politica nazionale. Nel suo discorso, ha espresso un paradosso che fotografa perfettamente il degrado attuale: la classe politica odierna è talmente sottomessa a logiche esterne da far rimpiangere persino i protagonisti della Prima Repubblica. Quei leader, pur con tutte le loro ombre, conservavano un senso dello Stato e della posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo che oggi sembra svanito.
Ha ricordato con precisione i tempi in cui l’Italia sapeva dire “no”, citando episodi storici di autonomia che oggi appaiono come miraggi. Un punto fermo della sua analisi è stata la denuncia della trasformazione del Parlamento in una camera di risonanza per decisioni prese altrove. Secondo l’ex Senatore, l’Italia ha smesso di essere un ponte tra mondi diversi per ridursi a un esecutore passivo di ordini atlantici.
Un passaggio fondamentale della sua testimonianza ha toccato l’esperienza del governo Conte 1, indicato come l’ultimo, isolato momento di reale esercizio della sovranità. Petrocelli ha rievocato con orgoglio la scelta di non riconoscere Guaidò come presidente del Venezuela, una decisione che all’epoca pose l’Italia in una posizione di rottura rispetto al blocco occidentale. Ha rivelato che quel gesto non fu solo simbolico: l’Iran, osservando quella scintilla di indipendenza, avrebbe voluto riallacciare rapporti commerciali e diplomatici privilegiati con Roma. Tuttavia, quella finestra si è chiusa rapidamente con il ritorno dell’Italia nei ranghi più ortodossi del “protettorato”.
L’ex Presidente della Commissione Esteri ha poi offerto una visione disincantata della democrazia moderna, definendola una parola ormai svuotata di senso. Ha descritto un popolo non informato, una “maggioranza silenziosa” distratta dai telefoni cellulari e incapace di percepire la gravità dei processi storici in corso. La sua analisi si è spinta fino alla denuncia di un sistema che tollera il dissenso solo finché questo rimane irrilevante: siamo liberi di parlare, ha suggerito, solo perché non contiamo nulla e non spostiamo gli equilibri del potere reale.
In conclusione, Petrocelli ha prospettato uno scenario dove l’unica via rimasta è quella della “resistenza e della testimonianza”. Di fronte a un’Europa che ha rinunciato a svolgere qualsiasi ruolo attivo — specialmente nel conflitto ucraino, dove si limita a subire le decisioni di Washington — l’Italia appare come un paese che ha smarrito la bussola. Il suo auspicio, seppur venato di pessimismo, resta legato all’attesa di un “Cigno Nero”, un evento imprevisto e dirompente capace di scardinare un sistema che oggi appare blindato e impermeabile a qualsiasi volontà popolare.
L’intervento di Margherita Furlan ha chiuso il cerchio del convegno, spostando l’attenzione dai palazzi della politica ai grattacieli della finanza globale. La sua analisi ha squarciato il velo sulle motivazioni economiche profonde che alimentano i conflitti, descrivendo la guerra non come un fallimento della diplomazia, ma come un lucroso modello di business per i nuovi padroni del mondo.
L’Algoritmo della Guerra: I Dividendi del Sangue e il Grande Israele
Margherita Furlan ha introdotto una prospettiva brutale e numerica, citando i dati delle borse per spiegare chi comanda davvero dietro le quinte. Mentre la politica balbetta, i mercati brindano: la giornalista ha mostrato come colossi della difesa come Lockheed Martin abbiano toccato massimi storici con rialzi del 40%, seguiti a ruota da Northrop Grumman. Questi dati borsistici, ha suggerito, sono la vera bussola per capire verso dove si muove il mondo: la guerra si autoalimenta perché produce profitti senza precedenti per quelli che Giulietto Chiesa chiamava i “Padroni Universali”.
Il centro della sua analisi ha riguardato il potere quasi divinatorio dei grandi fondi d’investimento. Furlan ha citato cifre che sfidano la comprensione: BlackRock, Vanguard e State Street gestiscono insieme oltre 24.000 miliardi di dollari. Una massa monetaria che supera il PIL di Stati Uniti e Cina messi insieme. Questi giganti non sono semplici spettatori, ma attori che possiedono quote rilevanti in ogni settore vitale, dalle armi all’energia. BlackRock, in particolare, opera in Israele dal 2016 con una sede a Tel Aviv, e il suo legame con le dinamiche belliche della regione è apparso, nei dati presentati dalla Furlan, come un investimento strategico a lungo termine.
Un passaggio molto forte del suo intervento ha toccato il progetto del “Grande Israele”. Furlan ha spiegato che per certi settori della finanza la guerra in Medio Oriente non è un costo, ma un’opportunità di espansione coloniale ed energetica. Ha citato la crescita incredibile del settore assicurativo israeliano (+152%) e di quello energetico (+77%), alimentati dalla prospettiva di mettere le mani sui giganteschi giacimenti di gas del Mediterraneo, da Gaza al Libano. In questo scenario, il conflitto diventa la “materia prima” per ridisegnare i confini a vantaggio dei grandi capitali.
La giornalista ha poi rivolto lo sguardo ai BRICS, confermando la tesi che ogni paese appartenente a questo blocco sia oggi sotto attacco, che sia in termini economici o militari. Lo scopo è impedire la nascita di un mondo multipolare dove la solidarietà tra nazioni sovrane possa sostituire il dominio del dollaro e dei fondi speculativi. L’Italia, nonostante le sue riserve auree — le terze al mondo — è stata descritta dalla Furlan come un paese “suddito”, incapace di organizzare forum internazionali di rilievo o di proteggere le proprie imprese, ormai preda dei grandi predatori finanziari come BlackRock, che ha visto i suoi profitti aumentare del 35% proprio in concomitanza con le tensioni in Iran.

In conclusione, Margherita Furlan ha lasciato il pubblico con un’immagine inquietante: quella di un mondo dove il caos è la risorsa principale e la guerra è il motore di un’economia che ha smesso di servire l’uomo per servire l’algoritmo del profitto. Il suo è stato un appello a ritrovare la sovranità per poter finalmente far parte di quel mondo multipolare che, nonostante tutto, sta cercando di nascere dalle macerie del vecchio ordine.
