Militari della South African National Defence Force sotto mandato ONU nella Repubblica Democratica del Congo
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha ufficializzato la volontà di ritirare gradualmente i contingenti della South African National Defence Force (SANDF) dalla Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO). Dopo 27 anni di impegno, Pretoria intende concludere la partecipazione alla missione di pace entro la fine del 2026, pur mantenendo cooperazione politica e diplomatica con Kinshasa e gli organismi multilaterali africani.
Il 12 gennaio 2026 il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha formalmente comunicato al segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, l’intenzione di ritirare gradualmente il contributo di soldati sudafricani alla missione MONUSCO nella Repubblica Democratica del Congo. Questa mossa segna la conclusione di una presenza militare iniziata alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, con la creazione della missione ONU più longeva in Africa, operativa dal 1999 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU e poi evolutasi nel mandato di MONUSCO nel 2010.
La South African National Defence Force è da decenni fra i principali contributori di truppe alla missione di pace, con oltre 700 soldati attualmente dispiegati. La decisione di Pretoria di riallocare le risorse dell’esercito sudafricano riflette la necessità di consolidare le capacità nazionali e rispondere alle criticità interne alla difesa, oltre a una valutazione strategica del ruolo di una missione multilaterale in un teatro di conflitto sempre più complesso.
ESCALATION DEL CONFLITTO IN EST CONGO E RUOLO DI MONUSCO
La decisione sudafricana si inserisce in un contesto di violenza protratta nella parte orientale del Congo, dove il gruppo armato March 23 Movement (M23), sostenuto da accuse — che Kigali respinge — di supporto rwandese, ha condotto offensive che hanno portato alla conquista di città come Goma e Bukavu nel 2025. Questa escalation ha causato gravi conseguenze umanitarie, con centinaia di civili uccisi, decine di migliaia costretti alla fuga e severe criticità nella protezione dei diritti umani.
Nel quadro di un conflitto che ha visto un notevole aumento delle operazioni militari e delle violazioni dei diritti umani, il mandato di MONUSCO — impostato per proteggere civili e sostenere lo Stato congolese nel consolidamento della pace — è stato messo sotto forte pressione. Critiche sono emerse sulla capacità di MONUSCO di impedire l’avanzata dei ribelli e di proteggere efficacemente la popolazione, nonostante la missione sia una delle più grandi e durature mai schierate dalle Nazioni Unite.
LE RAGIONI SUDAFRICANE E GLI OBIETTIVI FUTURI
Secondo Pretoria, la decisione di ritirarsi gradualmente dal contributo di truppe è influenzata da una revisione complessiva degli impegni di sicurezza internazionale e dalla necessità di riallocare risorse alla difesa nazionale. La SANDF, che ha sostenuto operazioni di stabilizzazione nella regione per quasi tre decenni, sta affrontando sfide logistiche, operative e di bilancio che richiedono un riassetto. Il governo ha altresì sottolineato che il ritiro non costituisce un rifiuto delle responsabilità internazionali, ma una ricalibrazione delle priorità di sicurezza nazionale e regionale.
Un elemento chiave della strategia è la cooperazione stretta con le Nazioni Unite per definire tempi e modalità del ritiro in modo ordinato, evitando vuoti di sicurezza che possano aggravare ulteriormente la situazione sul terreno. È prevista anche la continuazione di un dialogo costruttivo con il governo della Repubblica Democratica del Congo e la partecipazione a iniziative multilaterali di pace attraverso organismi come la Southern African Development Community (SADC) e l’Unione Africana.
L’IMPATTO REGIONALE E LE IMPLICAZIONI PER IL PEACEKEEPING ONU
Il ritiro della SANDF dalla missione MONUSCO rappresenta un precedente significativo nel dibattito sulle missioni di peacekeeping dell’ONU in Africa. Dopo anni di impiego sostanziale di risorse umane e materiali, la decisione sudafricana potrebbe innescare riflessioni più ampie sulla sostenibilità, l’efficacia e le responsabilità delle missioni internazionali in aree di conflitto prolungato. La capacità di MONUSCO di adattarsi a nuove dinamiche di conflitto, incluse le offensive di gruppi armati come M23, sarà sottoposta ad analisi nelle prossime fasi della transizione.

In termini geopolitici, il ritiro di Pretoria potrebbe influenzare le percezioni sulla leadership africana nei processi di gestione della sicurezza continentale. Nel passato recente, l’azione congiunta dei paesi SADC, inclusa l’iniziativa di dispiegare contingenti militari regionali nel 2025, ha mostrato come gli Stati africani siano protagonisti attivi nella ricerca di soluzioni alle crisi locali, pur con evidenti tensioni politiche e operative.
COOPERAZIONE MULTILATERALE E PROSPETTIVE DIPLOMATICHE
Nonostante l’impegno militare si stia riducendo, il governo sudafricano ha chiarito che rimarrà impegnato in sedi diplomatiche e multilaterali per promuovere un quadro di pace sostenibile nella regione dei Grandi Laghi. Il dialogo con Kinshasa, il coinvolgimento nella diplomazia regionale e il sostegno a iniziative di pace guidate dall’Unione Africana e dalla SADC costituiscono i pilastri di questa nuova fase.
La cooperazione con le Nazioni Unite resterà cruciale, soprattutto nella gestione delle conseguenze umanitarie della crisi in Congo e nell’applicazione di eventuali accordi di cessate il fuoco mediati da attori internazionali come il Qatar. In contemporanea, la comunità internazionale continua a monitorare la violenza e a sostenere programmi di protezione dei civili, riflettendo sulla necessità di adattare le missioni ONU ai contesti più complessi e fluidi.
