Esiste una forma di analfabetismo politico, oggi purtroppo molto diffusa tra le file di un certo “liberalismo” da salotto, che confonde sistematicamente l’analisi dei fatti con l’apologia ideologica. Recentemente, nel corso di un dibattito radiofonico sulla Repubblica Islamica dell’Iran, ho avuto modo di constatare quanto la narrazione mainstream abbia colonizzato le menti, rendendole incapaci di processare dati che non rientrino nel binomio infantile “paradiso occidentale contro inferno orientale”. Il disappunto sollevato da alcuni ascoltatori, che mi accusavano di dipingere un “paese dei balocchi” solo perché riportavo la verità materiale sulla condizione delle minoranze, è la prova provata che per il mondo liberal la realtà è un’offesa personale se non si piega ai propri slogan.
Il punto che questi critici ignorano, nella loro “ignoranza grassa”, è che l’Iran non è una democrazia liberale atomizzata, ma uno Stato-Civiltà che ha saputo integrare le sue componenti storiche in un sistema di pluralismo organico e giuridico che l’Occidente ha smarrito da secoli. Quando parliamo di minoranze religiose in Iran, non stiamo parlando di una “tolleranza” concessa per gentilezza o per timore delle sanzioni internazionali; stiamo parlando di un “riconoscimento costituzionale” che affonda le radici nella storia profonda della Persia. Cristiani, Ebrei e Zoroastriani non sono ospiti in attesa di assimilazione, ma soggetti politici con diritti blindati.
Prendiamo il caso della comunità ebraica iraniana, la più numerosa del Medio Oriente al di fuori dei confini dello Stato d’Israele. È un paradosso insopportabile per il liberal medio che in un Paese apertamente nemico del sionismo esistano sinagoghe attive, ospedali e scuole ebraiche, e che i membri di questa comunità siedano in Parlamento con seggi a loro riservati. Questo accade perché lo Stato iraniano distingue nettamente tra l’identità religiosa e comunitaria dei suoi cittadini e la postura geopolitica verso un’entità straniera. L’ebreo iraniano è un pilastro della nazione, presente persino nelle fila dell’esercito, pronto a difendere la sovranità del Paese così come fecero i martiri ebrei durante la lunga e sanguinosa guerra contro l’Iraq.
Lo stesso discorso vale per i Cristiani — Armeni, Assiri e Caldei — che godono di un’autonomia giuridica che farebbe impallidire i sostenitori della “laicità” francese. In Iran, le minoranze religiose non rispondono alla Sharia per quanto riguarda il diritto di famiglia, le eredità o le questioni comunitarie; esse hanno i propri tribunali, i propri codici e le proprie gerarchie ecclesiastiche ufficialmente riconosciute dallo Stato. Questa non è una concessione di “libertà astratta”, ma un sistema di pesi e contrappesi che permette a una Repubblica Islamica identitaria di mantenere la pace sociale e la coesione nazionale senza annullare le differenze.
Citare la persistenza dello Zoroastrismo, con i suoi templi del fuoco legalmente protetti, o ricordare che il Manicheismo nacque proprio come una spinta riformatrice interna volta a universalizzare la spiritualità persiana, serve a riportare il discorso su un piano storico e scientifico. Il “riformismo” che oggi agita la società iraniana, spinto dalle istanze legittime di giovani e donne, non è un tentativo di scimmiottare i modelli di consumo e di vita di Washington o Londra. È un movimento endogeno, una tensione al cambiamento che appartiene alla cultura iraniana da millenni, volta a modernizzare le istituzioni preservando però quell’identità sovrana che è il vero obiettivo degli attacchi occidentali.
L’obiezione liberale secondo cui riportare questi fatti significherebbe negare la rigidità delle leggi morali o la durezza del sistema di sicurezza iraniano è logicamente fallace. Uno Stato può essere fermo, persino aspro, nella difesa della sua impalcatura ideologica e pubblica, e al tempo stesso garantire spazi di libertà comunitaria che l’Occidente omologato ha cancellato in nome di un’uguaglianza formale che è, nei fatti, appiattimento totale.
Chi si scandalizza davanti alla complessità iraniana non sta difendendo la libertà; sta difendendo il proprio diritto all’ignoranza. L’Iran non è il “paese dei balocchi”, ma è una nazione che non accetta di essere una colonia culturale. E fino a quando i liberali non capiranno che esistono modelli di convivenza e di sovranità diversi dal loro “standard minimo garantito”, continueranno a scontrarsi con una realtà materiale che non possono né comprendere né, tantomeno, sconfiggere.
