Oltre il feticismo del velo: verso uno sviluppo endogeno dei diritti.
L’Eccellenza come base sociale
L’Iran contemporaneo presenta uno scenario unico nel panorama mediorientale: le donne non sono solo partecipi del sistema d’istruzione, ma ne costituiscono la colonna portante. Oltre il 60% dei laureati nelle università iraniane è di sesso femminile. Le donne eccellono in settori ad alta specializzazione come la medicina, la ricerca scientifica e l’insegnamento universitario, dove ricoprono ruoli di prestigio come ricercatrici e docenti.
Tuttavia, questa fioritura intellettuale si scontra con un soffitto di cristallo che non è solo sociale, ma strutturale e legislativo. L’Articolo 1117 del Codice Civile rappresenta lo strumento di repressione economica più efficace: permette al marito di impedire alla moglie di esercitare qualsiasi professione che egli ritenga contraria agli “interessi della famiglia” o alla propria dignità. Questa “proprietà” legale sulla libertà di movimento e di reddito della donna trasforma il matrimonio in un vincolo di sudditanza che alimenta una massiccia fuga dei cervelli femminile.
Lo spreco di Stato: l’Iran tra ideologia religiosa e sanzioni internazionali
Questo comportamento ideologico, in realtà alimentato e rafforzato anche dalle sanzioni internazionali e dall’ isolamento economico forzato (imposto da USA e Israele), non solo lede i diritti individuali, ma rappresenta un errore strategico che indebolisce l’Iran e lo rende vulnerabile. Lo Stato investe somme ingenti di denaro pubblico per formare medici, ingegneri e scienziate, ma poi, a causa di un certo ideologismo religioso applicato alla norma civile, permette che questo capitale umano venga neutralizzato tra le mura domestiche. Trattare le donne esclusivamente come “incubatrici” o balie, invece di utilizzare in maniera costante le loro eccellenze per gli interessi nazionali, è un atto di auto-sabotaggio. Se l’Iran integrasse pienamente il proprio genio femminile nel mercato del lavoro, sarebbe una potenza economica e tecnologica infinitamente più forte e sviluppata di quanto non lo sia oggi. Invece, offrendo su un piatto d’argento l’ingegno delle proprie figlie a paesi come il Canada, la Germania o il Regno Unito, l’Iran finanzia indirettamente il progresso dei propri competitor internazionali.
Va inoltre considerato che la stagnazione occupazionale iraniana è pesantemente aggravata dal regime delle sanzioni e del blocco economico (embargo), che ha reso il mercato del lavoro asfittico e precario. Tuttavia, sebbene le sanzioni colpiscano l’economia generale e costituiscano un ostacolo esterno brutale, è proprio la fragilità indotta dai codici patriarcali interni a far sì che siano le donne le prime a essere espulse o escluse, rendendo il patriarcato un complice interno del declino nazionale indotto dall’esterno.
La donna come Coscienza: oltre che “apparato riproduttivo”.
Sia l’Iran che l’Italia devono imparare a trattare la donna come una Coscienza, una mente vivida e consapevole, e non come un mero involucro o un apparato riproduttivo. La donna, specialmente quando è colta e consapevole, rifiuta di essere oggettificata come semplice “corpo riproduttivo” al servizio dello Stato o della famiglia. La procreazione non può e non deve essere un atto coattivo o un’imposizione ideologica; quando la donna viene ridotta a un animale da riproduzione, senza rispetto, cura o considerazione sociale, essa si “sterilizza” metaforicamente, chiudendosi al futuro.
Al contrario, le donne diventano volentieri “corpi riproduttivi” quando si sentono veramente amate, rispettate e valorizzate nella loro interezza di esseri umani. La procreazione diventa un atto di speranza solo quando la donna intravede un futuro di devozione e dignità, anche nelle difficoltà drammatiche della realtà. Senza questa speranza e senza il riconoscimento della donna come coscienza senziente, le società sono destinate a inaridirsi.
Il suicidio intenzionale dell’Italia: un patriarcato senza scuse
In modo inquietante, questo meccanismo si riflette specularmente in Italia, ma con una colpa infinitamente più grave. A differenza dell’Iran, l’Italia non soffre di embarghi o sanzioni, eppure si sta suicidando per colpa di un patriarcato narcisistico, vittimista e revanscista. Mentre l’Iran è paradossalmente più lungimirante nel formare le donne, nonostante le restrizioni ideologiche, l’Italia assiste a un declino intenzionale.
Il sistema italiano, pur di non cedere potere reale alle donne, preferisce desertificare il proprio territorio. Il risultato è una fuga di massa che riduce regioni come il Molise, l’ Abruzzo, la Basilicata o la Calabria a cumuli di macerie sociali e città fantasma, dove le scuole chiudono perché l’intellighenzia femminile è costretta a fuggire. La denatalità italiana è una forma di resistenza: le donne italiane, colte e consapevoli, si rifiutano di procreare in condizioni umilianti e anacronistiche, dove dopo il parto vengono trattate come involucri senza valore produttivo, perdendo ogni tutela e dignità lavorativa.
Dati statistici a confronto: Un ingente spreco di capitale umano.
* Iran: Donne al 60% dei laureati, ma solo al 14-16% della forza lavoro, intrappolate tra embarghi, sanzioni e “ideologismo” religioso.
* Italia: Donne più istruite degli uomini (in media, un 23,5% in più di laureate donne rispetto ai laureati maschi), ma con un tasso di occupazione al 51% e con una fuga costante verso l’estero che assorbe il genio italiano.
La miopia del femminismo occidentale: il feticismo del velo
È necessario muovere una critica serrata a certo femminismo liberale occidentale, colpevole di una narrazione superficiale focalizzata esclusivamente sull’hijab. Questo feticismo del velo è una semplificazione che evita di affrontare la complessità del diritto civile e della capacità giuridica. Mentre le attiviste occidentali si focalizzano su un simbolo estetico, le donne iraniane combattono contro la potestà maritale e per il diritto di essere riconosciute come soggetti di diritto e coscienze autonome.
Il fallimento dell’interventismo: perché il bombardamento è regresso
Nessuna criticità può giustificare l’opzione militare occidentale. Ogni qualvolta l’Occidente ha bombardato per “liberare”, ha prodotto solo regresso, distruggendo le infrastrutture e favorendo l’ascesa di reazioni ancora più oscurantiste. La guerra è la distruzione sistematica di ogni speranza di emancipazione e di ogni possibilità per la donna di agire come coscienza libera.
Il pensiero critico e lo sviluppo endogeno: Minoo Mirshavahlad e la laicità
Il percorso di liberazione deve essere uno sviluppo endogeno, lontano dalle strumentalizzazioni geopolitiche. In questo solco si inserisce l’opera di Minoo Mirshavahlad, sociologa laica che analizza le dinamiche di genere senza cadere nelle trappole orientaliste. Accanto a lei, ricordiamo:
* Shahrzad Mojab: che denuncia l’impatto delle sanzioni sull’autonomia delle lavoratrici.
* Hamideh Sedghi: che sostiene una modernizzazione frutto di dialettica interna.
* Ziba Mir-Hosseini: che promuove riforme radicate nella cultura locale e nate dal basso.
Per un’autonomia reale
I diritti delle donne devono germogliare dalle dinamiche interne della società civile. È necessario sostenere le riforme del Codice Civile e della partecipazione politica, trattando la donna non come un apparato riproduttivo da sfruttare, ma come una coscienza vivida. Solo un’evoluzione che nasca dal rispetto e dalla speranza può garantire una trasformazione duratura, libera dalle ipocrisie del “salvazionismo” occidentale e dalle rovine della guerra.
