Il parlamento kenyota
Le relazioni diplomatiche tra Nairobi e Londra stanno attraversando uno dei momenti più critici dalla dichiarazione di indipendenza del 1963. Al centro della tempesta politica non vi è una disputa commerciale o un disaccordo su tariffe doganali, bensì una questione che tocca le corde più sensibili della sovranità nazionale e della giustizia umana: l’impunità percepita delle truppe straniere sul suolo africano. La recente pubblicazione di un rapporto da parte del comitato parlamentare per la difesa e le relazioni estere del Kenya ha scoperchiato un vaso di Pandora che, per decenni, è rimasto sigillato da accordi di cooperazione militare e taciti compromessi diplomatici. Il documento punta il dito direttamente contro la British Army Training Unit Kenya, meglio nota con l’acronimo BATUK, accusandola di una serie sistematica di abusi, negligenze ambientali e crimini gravi che sarebbero rimasti impuniti grazie a una giurisdizione ambigua.
La presenza militare britannica in Kenya, concentrata principalmente nelle vaste e aride distese della contea di Laikipia e nella zona di Nanyuki, è sempre stata presentata come una partnership strategica vantaggiosa per entrambe le parti. Per il Regno Unito, il Kenya offre un terreno di addestramento unico, con condizioni climatiche e topografiche ideali per preparare le truppe a scenari di guerra complessi prima del dispiegamento in teatri operativi come l’Afghanistan o l’Iraq. Per il Kenya, la base rappresenta una fonte di indotto economico, occupazione locale e supporto nella formazione delle proprie forze armate impegnate nella lotta al terrorismo regionale, in particolare contro i militanti di Al-Shabaab. Tuttavia, il rapporto parlamentare suggerisce che il prezzo sociale e umano pagato dalla popolazione locale per ospitare questa forza straniera è divenuto insostenibile.
Il nucleo incandescente della controversia risiede nella gestione dei crimini commessi dal personale militare britannico. Fino ad oggi, l’interpretazione degli accordi sullo status delle forze, noti come Defense Cooperation Agreement, ha spesso permesso ai soldati accusati di reati di essere rimpatriati e giudicati nel Regno Unito, lontano dagli occhi delle vittime e spesso con esiti che la popolazione keniota percepisce come eccessivamente clementi o addirittura insabbiati. Il rapporto del parlamento keniota raccomanda ora un cambio di paradigma radicale: i soldati britannici devono essere processati secondo la legge keniota per i crimini commessi sul territorio keniota. Questa richiesta non è solo tecnica, ma profondamente politica. Essa rivendica la piena sovranità giuridica dello stato africano e rifiuta l’idea, retaggio dell’epoca coloniale, che un cittadino o un soldato occidentale debba godere di uno status speciale o di un’extraterritorialità di fatto.
DI COSA SAREBBERO COLPEVOLI I MILITARI INGLESI

Il caso che più di ogni altro ha alimentato questa richiesta di giustizia è l’omicidio di Agnes Wanjiru, una giovane madre keniota il cui corpo fu ritrovato in una fossa settica in un hotel di Nanyuki nel 2012, due mesi dopo essere stata vista per l’ultima volta con soldati britannici. Per anni, la famiglia di Wanjiru ha atteso risposte che non arrivavano, mentre inchieste giornalistiche e testimonianze suggerivano che l’autore del delitto fosse stato fatto rientrare in patria e protetto dai commilitoni. La vicenda è diventata il simbolo dell’asimmetria di potere tra le due nazioni. Il rapporto parlamentare cita esplicitamente questo caso come esempio del fallimento degli attuali meccanismi di cooperazione, chiedendo che i responsabili vengano estradati e processati in Kenya. Per comprendere i dettagli e l’impatto emotivo del caso Wanjiru sulla società keniota, è utile consultare le inchieste condotte dai media internazionali che hanno tenuto viva l’attenzione sulla vicenda.
Ma le accuse non si limitano ai crimini contro la persona. Il documento elaborato dai legislatori di Nairobi dedica ampio spazio alla questione ambientale, dipingendo un quadro preoccupante di negligenza sistematica. Le esercitazioni militari su vasta scala comportano l’uso di munizioni pesanti e, secondo le accuse, avrebbero lasciato sul terreno ordigni inesplosi che rappresentano una minaccia mortale per le comunità pastorali che abitano la zona e per il loro bestiame. Inoltre, sono stati documentati incendi devastanti scatenati dalle attività di addestramento, che hanno distrutto migliaia di acri di vegetazione in un ecosistema già fragile e minacciato dai cambiamenti climatici. In un’epoca in cui la giustizia climatica e la protezione dell’ambiente sono priorità globali, l’idea che un esercito straniero possa danneggiare l’habitat di una nazione ospitante senza conseguenze tangibili è divenuta politicamente inaccettabile per l’elettorato keniota.
IL DILEMMA DIPLOMATICO
La raccomandazione del parlamento di processare i soldati in loco pone il governo britannico di fronte a un dilemma diplomatico complesso. Accettare tale richiesta significherebbe creare un precedente che potrebbe preoccupare i vertici militari di Londra, timorosi di esporre il proprio personale a sistemi giudiziari stranieri su cui non hanno controllo. D’altro canto, rifiutare categoricamente le richieste di Nairobi rischierebbe di compromettere l’intero accordo di cooperazione, costringendo potenzialmente il Regno Unito a rinunciare a una delle sue basi di addestramento più strategiche al mondo. La leva negoziale del Kenya è oggi più forte che in passato, forte di una maggiore assertività geopolitica e della possibilità di diversificare le proprie alleanze militari, guardando magari ad altri partner globali.
L’escalation verbale contenuta nel rapporto arriva in un momento delicato, poco tempo dopo la visita di Re Carlo III in Kenya, durante la quale il monarca aveva espresso profondo rincrescimento per gli abusi del passato coloniale, pur senza offrire scuse ufficiali complete che avrebbero implicato riparazioni legali. Il rapporto attuale sembra dire che le parole di rammarico per il passato non bastano se nel presente continuano a verificarsi ingiustizie strutturali. La narrazione politica in Kenya sta spostando l’attenzione dalla memoria storica alla responsabilità attuale: non si tratta solo di condannare ciò che è accaduto durante la repressione della rivolta dei Mau Mau negli anni Cinquanta, ma di garantire che nel 2025 la vita di un cittadino keniota abbia lo stesso valore giuridico di quella di un cittadino britannico.
Le implicazioni di questa presa di posizione vanno oltre i confini del Kenya e potrebbero influenzare il modo in cui altre nazioni africane gestiscono la presenza di truppe straniere sul proprio territorio. In tutto il continente, dal Sahel al Corno d’Africa, cresce l’insofferenza verso le basi militari occidentali, spesso percepite come strumenti neocoloniali che garantiscono sicurezza agli interessi stranieri ma lasciano le popolazioni locali esposte a rischi e umiliazioni. La mossa del parlamento keniota si inserisce in questo trend di “seconda decolonizzazione”, che non riguarda più l’indipendenza formale, ma la parità di trattamento nelle relazioni internazionali. Il testo completo degli attuali accordi di difesa tra Regno Unito e Kenya è disponibile per chi volesse analizzare le clausole giuridiche oggi contestate.
Il rapporto raccomanda inoltre che, in assenza di una risposta soddisfacente da parte di Londra, il Kenya debba considerare la sospensione o la revisione unilaterale del Defense Cooperation Agreement. Questo ultimatum mette pressione sull’esecutivo del presidente William Ruto, che deve bilanciare la necessità di mantenere buoni rapporti con un partner economico fondamentale come il Regno Unito con l’obbligo di rispondere all’indignazione dell’opinione pubblica interna. La politica estera keniota si trova dunque a un bivio: continuare sulla via della diplomazia silenziosa, che ha prodotto scarsi risultati sul fronte della giustizia, o adottare la linea dura tracciata dal parlamento, rischiando una crisi diplomatica aperta.
Un altro aspetto cruciale sollevato dal documento riguarda le compensazioni. Il comitato parlamentare sostiene che le attuali procedure per risarcire le vittime di incidenti o abusi legati alle attività della BATUK sono farraginose, opache e spesso inaccessibili per le persone povere delle zone rurali. Si richiede l’istituzione di un meccanismo trasparente e locale per la gestione dei reclami, che non costringa le vittime a intraprendere costose battaglie legali nelle corti di Londra, come spesso è accaduto in passato. Questo punto sottolinea la dimensione economica dell’ingiustizia: l’accessibilità alla legge è spesso determinata dalle risorse finanziarie, e spostare la giurisdizione in Kenya abbasserebbe significativamente la barriera d’ingresso per chi cerca riparazione.
La reazione di Londra a questo rapporto sarà determinante. Il Ministero della Difesa britannico ha storicamente difeso l’operato della BATUK, sottolineando i benefici economici portati alla regione e gli investimenti in progetti comunitari. Tuttavia, la strategia del “soft power” e degli aiuti allo sviluppo non sembra più sufficiente a compensare la richiesta di dignità e sovranità legale. È probabile che nei prossimi mesi assisteremo a intensi negoziati diplomatici dietro le quinte per cercare una formula di compromesso che salvi la faccia a entrambi i governi. Una possibile via d’uscita potrebbe essere la creazione di tribunali misti o l’introduzione di osservatori kenioti nei procedimenti militari britannici, ma per molti attivisti e parlamentari kenioti, qualsiasi soluzione che non preveda la piena giurisdizione locale sarà vista come un fallimento.
La condanna del parlamento keniota verso gli abusi dell’esercito britannico segna un punto di non ritorno. Non è più possibile per le potenze occidentali operare in Africa secondo regole d’ingaggio che prevedono eccezioni e privilegi. La richiesta è chiara: cooperazione sì, ma tra pari. Se il Regno Unito vorrà mantenere la sua presenza strategica in Africa orientale, dovrà probabilmente accettare un livello di responsabilità legale che non ha mai dovuto affrontare prima d’ora. Questo episodio ci ricorda che la sovranità non è un concetto astratto, ma si misura concretamente sulla capacità di uno stato di esercitare la giustizia sul proprio territorio, indipendentemente dalla nazionalità di chi commette il reato. Per un inquadramento più ampio sulle dinamiche di potere e la presenza militare straniera in Africa, è interessante leggere le analisi dell’Institute for Security Studies. La palla passa ora al governo britannico, chiamato a dimostrare se la “partnership speciale” con il Kenya è basata sul rispetto reciproco o se, sotto la superficie diplomatica, persistono ancora le vecchie logiche di dominio.
