L’offensiva scatenata dall’amministrazione Trump contro Cuba ha superato i confini della geopolitica per entrare nel territorio del crimine contro l’umanità. Non si tratta di una semplice divergenza diplomatica, ma di un assedio deliberato che mira a strangolare un intero popolo attraverso il blocco sistematico delle risorse energetiche. Impedire l’arrivo del carburante e minacciare sanzioni contro qualunque partner commerciale osi rifornire l’isola non è “strategia politica”: è un tentativo di sterminio sociale che oggi lascia Cuba al buio, con l’unico obiettivo di dimostrare, con la forza bruta, la presunta superiorità di un’ideologia neoliberale ormai priva di etica.
Per analizzare correttamente la crisi attuale, è necessario operare un “lavoro antibiotico” contro la propaganda revisionista che oggi riscuote successo tra le fila dei neofascisti e dei sostenitori del libero mercato ad ogni costo. La narrazione secondo cui Cuba fosse una “perla” economica prima della Rivoluzione del 1959 è una menzogna storica smentita dai dati ufficiali delle Nazioni Unite e dell’UNESCO.
Prima del 1959, Cuba non era un paese libero, ma il distretto privato di Cosa Nostra. Sotto la dittatura di Fulgencio Batista, l’isola era ostaggio di figure criminali come Meyer Lansky e Lucky Luciano, che avevano trasformato l’Avana nel fulcro mondiale del narcotraffico e del gioco d’azzardo, mentre la popolazione sprofondava in una miseria senza precedenti. Secondo i dati ONU del 1958, appena il 18% della popolazione godeva di uno standard di vita medio-alto. Il restante 82% era abbandonato a se stesso: nelle zone rurali, l’analfabetismo superava il 41,7%, con oltre un milione di cubani totalmente esclusi dalla cultura e 600.000 bambini privi di istruzione.
Mentre l’élite e i gangster banchettavano, l’80% dei contadini viveva in abitazioni di fango e paglia, prive di acqua corrente ed elettricità. La sanità era un privilegio per pochi: esisteva un unico ospedale rurale in tutto il territorio nazionale e la mortalità infantile era una piaga sociale inaccettabile, oscillando tra i 60 e gli 80 decessi ogni 1.000 nati vivi. Questo era il vero volto del liberismo di Batista: un genocidio silenzioso orchestrato dalla mafia e dalle multinazionali americane.
L’attuale blocco energetico imposto da Trump è la prosecuzione ideale di quel dominio coloniale. Colpire l’energia elettrica significa, scientificamente, colpire la vita: si arrestano i macchinari salvavita negli ospedali, si deteriorano le scorte di farmaci e si paralizzano i servizi essenziali, come la raccolta dei rifiuti, trasformando le città in potenziali focolai epidemici. È un atto di guerra non dichiarata che trasforma il carburante in uno strumento di ricatto economico, alimentando la speculazione e la disperazione sociale.
È paradossale che Washington tenti di definire “fallimentare” un sistema che, nonostante decenni di sanzioni brutali, ha portato l’analfabetismo allo 0,2% e la mortalità infantile a circa 7 per 1.000 (un dato superiore a quello di molte metropoli degli stessi Stati Uniti). Il vero obiettivo del blocco non è la “libertà”, ma la distruzione di un modello che ha dimostrato come sia possibile sradicare l’ignoranza e la fame senza sottomettersi agli interessi mafiosi e monopolistici.
Restare “osservatori” di fronte a questo assedio significa rendersi complici di un crimine contro la sovranità dei popoli. La storia di Cuba è una storia di resistenza contro la barbarie coloniale; oggi, denunciare il genocidio energetico di Trump non è solo un atto di solidarietà, ma un dovere per chiunque rifiuti la logica della sopraffazione ideologica e il ritorno a un passato di sfruttamento e malavita.

L’Alchimia della dignità: la “Resistencia Creativa” contro la barbarie del consumo
Esiste una forma di intelligenza che il capitalismo selvaggio e il neoliberismo non potranno mai comprendere: è l’intelligenza di chi, non avendo nulla, decide di non arrendersi al brutto. In anni di studi e viaggi, ho trovato il cuore pulsante di questa filosofia a Cuba. Lì, dove la “miseria nera” morde i fianchi di un popolo fiero, accade un miracolo quotidiano che io chiamo Resistencia Creativa.
Mentre in altri contesti — come quello che ho tristemente osservato in Egitto — la povertà si trasforma in un’apatia aggressiva che disprezza il dono e calpesta la bellezza, a Cuba la scarsità è la madre dell’invenzione.
Il copertone che diventa Arte
Nei quartieri più poveri dell’Avana o delle province interne, non vedrete distese di rifiuti abbandonati per inerzia. Vedrete la metamorfosi. Una vecchia ruota d’auto, altrove destinata al rogo o alla discarica, a Cuba diventa una giostra. Con una mano di vernice e un’intuizione geniale, quel pezzo di gomma inutile si trasforma in un mostriciattolo con gli occhi grandi, in un’opera d’arte per far ridere un bambino.
Questa è la vera linea di confine tra la civiltà e la barbarie:
A Cuba, si ricicla anche “la cacca” (in senso figurato, e talvolta quasi letterale) per generare vita, gioco e comunità.
Nel capitalismo gretto, se un oggetto non è di marca, se non è ostentazione, viene disprezzato. In giro, ma mai a Cuba, ho visto sciarpe con decorazioni di Monet o Van Gogh trattate come stracci da chi, pur essendo povero, ha la mente colonizzata dal mito del possesso materiale.
La scuola della bellezza
Perché i cubani non si piegano? Perché, nonostante decenni di embargo e privazioni, sono rimasti un popolo colto. L’istruzione di massa ha insegnato loro che la dignità non si compra: si fabbrica. Se manca un pezzo di ricambio per una macchina degli anni ’50, lo si inventa. Se manca un parco giochi, lo si costruisce con gli scarti.
Questa è un’intelligenza che non trovi ovunque. La trovi a Cuba o in certe zone della Colombia, dove il legame sociale è ancora più forte dell’avidità individuale. È un’intelligenza che si rifiuta di accettare il degrado.
La superiorità morale di Cuba
Chi disprezza un dolce tradizionale locale o una casacca di lino perché non ne comprende il valore artigianale, vive in un esilio spirituale permanente. Il cubano, invece, valorizza tutto. Ringrazia per un vaso di plastica perché vede in esso una funzione e una bellezza futura.
Nulla è riuscito a piegare Cuba finora, proprio perché il loro spirito non è in vendita. Finché ci sarà un cubano capace di trasformare un rifiuto in un sorriso per un bambino, quella nazione resterà, per me, un luogo sacro. La loro resistenza non è solo politica; è un’estetica della dignità che il mondo intero dovrebbe invidiare.


