L’Italia di oggi ha smesso di essere una nazione per scivolare in un limbo post-storico, un’entità geografica e antropologica svuotata, offerta in pasto al capitale globale come un reperto archeologico ancora tiepido. Quella che un tempo, con la forza delle sue fabbriche e dei suoi operai, era l’ottava potenza industriale del mondo, è diventata una gigantesca SPA del passato. Siamo un rifugio museale a cielo aperto, un parco giochi degradato per le élite del Nord Europa che vengono qui a consumare bellezza e malinconia. Lo smantellamento dei grandi poli produttivi e la precarizzazione del sapere hanno ridotto lo stivale a un territorio di conquista, dove lo Stato è evaporato, lasciando dietro di sé solo una burocrazia servile. In questo deserto di istituzioni, dove i partiti sono agenzie d’affari e i sindacati ombre del passato, resta in piedi solo il Vaticano. Ma non è la Chiesa trionfante dei secoli d’oro; è un potere ammaccato, logorato da una crisi di vocazioni che svuota le navate, eppure resta l’unico amministratore di condominio capace di gestire le chiavi di questa immensa discarica culturale. Il Vaticano oggi è il “gallo sull’immondiziaio”, l’ultimo custode, ambiguo e spesso compromissorio, di un Paese che non produce più futuro, ma solo intrattenimento per turisti.
Il destino che stiamo vivendo ricalca fedelmente la Cuba prerivoluzionaria di Fulgencio Batista degli anni ’40 e ’50: un’isola felice per i ricchi, una terra di vizi normalizzati sotto una facciata di finto decoro, dove il gioco d’azzardo, le bische e le spiagge private inaccessibili definiscono i confini della nuova apartheid economica. In questa “cubanizzazione-batistana” forzata, l’Italia è diventata un set cinematografico, un luogo di svago superficiale dove il Vaticano gestisce il polo museale come se fosse l’ultimo ufficio di collocamento per un popolo di custodi e camerieri. È un potere che non salva più le anime, ma amministra la rendita di una nazione-cartolina. Lo Stato si è ritirato, il welfare è un ricordo sbiadito, e il Vaticano resta lì, a fare da garante a un sistema che ha trasformato la storia in un prodotto da scaffale e il territorio in un parco divertimenti per chi ha i dollari o gli euro forti.
In questa palude, la condizione delle donne è il segno più doloroso del nostro fallimento. Il sistema economico italiano non aiuta la maternità; la pretende come un atto di martirio. In un Paese che ha ucciso la stabilità, essere madre è diventata una tassa biologica pesante, una vera e propria mutilazione dell’identità sociale e professionale. Le donne sono schiacciate da un ricatto infame: o accettano il sacrificio totale, nobilitato da una retorica stantia, o vengono marchiate come egoiste, come “cattive cittadine”. Ma la denatalità non è un capriccio; è uno sciopero silenzioso e disperato. Le donne scappano da questa maternità-trappola perché rifiutano un masochismo che il lavaggio del cervello vaticano cerca di spacciare per santità. È una ribellione della carne contro un sistema che chiede la vita senza offrire i mezzi per viverla dignitosamente.
Parallelamente, assistiamo alla normalizzazione della vendita del corpo, l’unica merce che sembra non conoscere crisi in questa Cuba mediterranea. La prostituzione è ovunque, mascherata dai nuovi algoritmi del “successo” digitale o nascosta nelle pieghe della povertà estrema del Sud. Migliaia di ragazze giovanissime vendono la propria intimità su OnlyFans, mentre altre, spinte dalla fame, si prostituiscono occasionalmente per pagare le bollette. È un mercato della carne che il sistema tollera e persino incoraggia, presentandolo come “liberazione”, mentre in realtà è l’ultimo stadio della decomposizione sociale. Il Vaticano osserva tutto questo dalla sua posizione di custode stanco: è un involucro vuoto che gestisce altri involucri vuoti, l’unica istituzione che rimane a guardia di un bordello museale a cielo aperto, dove la morale viene invocata solo per colpevolizzare chi soffre.
La nostra vera prigione è la “colonizzazione dell’inconscio”, quella forza sottile che ci spinge a essere i carcerieri di noi stessi. Chiunque provi a proporre soluzioni logiche, chiunque pretenda asili nido funzionanti, stipendi europei o una sanità degna, viene immediatamente satanizzato. Veniamo accusati di essere privi di “spirito di adattamento”, perché la nostra pretesa di normalità pragmatica spaventa chi vive sulla rendita del nostro dolore. La mentalità piatta e provinciale che ci circonda è il frutto di secoli di rassegnazione sacralizzata, dove il “pessimismo cosmico” è diventato l’alibi perfetto per non lottare. Chiamiamo “tradizione” quella che in realtà è solo la nostra lenta putrefazione culturale.
Per uscire da questo incubo, dobbiamo smettere di sperare in un soccorso che non arriverà mai e iniziare a costruire un “misticismo operativo della prassi”. Dobbiamo riprendere in mano il pensiero di Enrique Dussel per dare voce alla periferia dei nostri corpi sfruttati; dobbiamo ascoltare Ali Shariati per strappare il senso del sacro a chi lo usa per schiavizzarci e restituirlo alla nostra lotta. Dobbiamo imparare dalla disciplina e dal mutuo soccorso delle Black Panthers che la dignità si conquista con l’organizzazione, non con la supplica. Non serve attaccare un Vaticano che è già l’ombra di se stesso, ma dobbiamo rendere la sua custodia inutile, costruendo una forza che rifiuti il martirio e pretenda il pane e le rose qui, ora, su questa terra. Solo così potremo trasformare questo immondezzaio museale in una nazione viva, dove la maternità non sia più una mutilazione e il lavoro non sia più un’elemosina, ma il respiro di un popolo che ha finalmente deciso di tornare a scriverla, la storia.
