Ro. Ro. – Gli acquirenti asiatici ed europei lottano per reperire gas naturale liquefatto dopo che la guerra in Medio Oriente ha bloccato le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, bloccando 1/5 delle forniture globali. A dimostrazione dell’intensificarsi della competizione per il GNL (Gas Naturale Liquefatto, o LNG acronimo in inglese) da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran, alcune navi gasiere hanno improvvisamente cambiato rotta mentre navigavano verso l’Europa, dirigendosi invece verso l’Asia. È quanto trapela dai dati di monitoraggio delle navi analizzati dal Financial Times.
La maggior parte del GNL prodotto in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti viene solitamente trasportato attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Asia. I prezzi del GNL in Asia sono aumentati quasi immediatamente dopo lo scoppio della guerra, incentivando i produttori americani a dirottare il gas statunitense verso la regione.
Il gas è più difficile da immagazzinare e trasportare rispetto al petrolio, il che rende i mercati più vulnerabili alle carenze e agli shock. Taiwan, Corea del Sud e Giappone sono tra i paesi che hanno bisogno di rifornirsi di GNL per compensare le forniture che non riceveranno dal Golfo. Taiwan ha fatto affidamento sul Qatar per oltre il 30% del consumo di gas nel 2025, mentre per Corea del Sud e Giappone le cifre erano rispettivamente del 15% e del 5%.
L’Asia consuma in genere più gas dell’Europa. La maggioranza del GNL viene venduta con contratti a lungo termine anziché sul mercato spot, ma alcuni acquirenti sono in grado di modificare la destinazione finale dei loro acquisti e alcuni venditori sono disposti a rescindere i contratti se i prezzi aumentano in modo significativo.
La decisione su dove inviare le navi gasiere può dipendere dai livelli relativi del prezzo del gas europeo, dal benchmark asiatico JKM per il GNL e dalle tariffe di spedizione.
Per gli acquirenti europei, la battaglia con l’Asia per le forniture di GNL ricorda in modo inquietante la situazione di quattro anni fa, quando la Russia tagliò i flussi di gas naturale verso il continente in seguito all’apertura della crisi ucraina. La competizione per i carichi di riserva spinse poi i prezzi a livelli record.
Gli acquirenti europei hanno imparato la lezione dall’esperienza del 2022. In questo scenario di prezzi estremi, l’Europa ha a disposizione più armi per cercare di combattere. Gli acquirenti avevano iniziato a inserire clausole nei contratti per stabilire che i fornitori avrebbero dovuto affrontare sanzioni molto più elevate se avessero dirottato i carichi per ottenere un guadagno commerciale. Inoltre, sul mercato è ora disponibile molto più GNL che non è ancora destinato a destinazioni specifiche, soprattutto a causa dei nuovi progetti avviati negli Stati Uniti. Mentre produttori come il Qatar impongono regole severe su dove può essere spedito il loro GNL, quasi tutte le esportazioni statunitensi possono navigare ovunque gli acquirenti desiderino. Diversi analisti hanno affermato che si è registrata anche una crescente propensione da parte di alcuni produttori a della guerra questo mese potrebbe rivelarsi costosa.
Le aspettative di un eccesso di offerta globale hanno convinto alcuni acquirenti europei che sarebbe stato più conveniente aspettare più avanti nel corso dell’anno per firmare accordi di fornitura.
Gli acquirenti hanno rimandato gli acquisti di GNL anche perché la nuova legislazione UE sulle emissioni di metano non chiarisce se in futuro potrebbero incorrere in sanzioni. Il rischio di un aumento dei prezzi, mentre Europa e Asia si contendono i carichi disponibili, aumenta ogni giorno che passa, dato che lo Stretto di Hormuz resta praticamente chiuso. Il gas è più difficile da immagazzinare e trasportare nelle petroliere rispetto al petrolio, il che rende i suoi mercati più vulnerabili alle carenze e agli shock dei prezzi.
Quanto più a lungo lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, tanto maggiore è il rischio che l’interruzione del trasporto marittimo si trasformi in una vera e propria carenza di gas, poiché le petroliere non possono caricare e le strutture hanno uno stoccaggio limitato.
In caso di attacco al cuore del commercio petrolifero in Medio Oriente, rappresentato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, anche un bypass, se non risolutivo, può essere una buona alternativa per smussare i picchi del prezzo del petrolio.
Il colosso petrolifero saudita Aramco ha annunciato che in pochi giorni sarà in grado di potenziare a pieno regime un oleodotto in grado di trasportare il greggio fino al Mar Rosso, sulla costa occidentale del regno, aggirando così Hormuz, dove in tempi di pace passano circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati, pari a 1/5 del consumo globale.
L’oleodotto East-West non può certo compensare l’intero rifornimento, ma è in grado di fornire una soluzione alternativa per un massimo di 5 milioni di barili al giorno. È lungo 1.200 km e attraversa la Penisola Arabica dal Golfo Persico al Mar Rosso, costruito dai sauditi 45 anni fa proprio pensando che, un giorno, Teheran sarebbe riuscita a fare ciò che allora era impensabile: bloccare le spedizioni attraverso Hormuz.
C’è poi un altro oleodotto di proprietà degli Emirati Arabi Uniti che offre un’opzione verso il Golfo dell’Oman per 1,5 milioni di barili al giorno. In caso di emergenza, gli Emirati Arabi Uniti possono probabilmente portarlo a circa 2 milioni.
Insieme dunque questi oleodotti possono trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno: non una risoluzione del problema, ma almeno un modo per rallentare l’impennata dei prezzi del petrolio se entrambi i Paesi riescono a far arrivare un numero sufficiente di petroliere nei porti di carico dove finisce il petrolio. Al momento, circa 25 superpetroliere, ciascuna in grado di caricare circa 2 milioni di barili, hanno deviato dalle loro destinazioni originali e si stanno dirigendo verso i nuovi punti di raccolta. Resta da vedere come i porti gestiranno queste flotte.
La perdita di approvvigionamento dopo i primi attacchi all’Iran è stata così violenta che i prezzi del petrolio sono balzati ben oltre i 100 dollari al barile non appena il mercato energetico ha riaperto al termine del week end, con un aumento del 20% in pochi secondi. Forse i bypass degli oleodotti possono rinviare ulteriori rialzi facendo guadagnare tempo a Trump. La Casa Bianca continua a scommettere di poter porre fine alla guerra prima che la pressione del petrolio diventi insostenibile. “Pensavamo che i prezzi del petrolio sarebbero saliti, e così è stato”, ha detto Trump ai giornalisti sabato sera. “Ma scenderanno. Scenderanno molto velocemente. E ci saremo liberati di un cancro molto, molto grave sulla faccia della Terra”. Ancora ieri sera Trump ha detto che la guerra con l’Iran potrebbe essere prossima alla fine.
Ci sono però enormi scommesse ancora aperte per l’amministrazione Usa. La strategia di Trump per avere successo, avrebbe bisogno innanzitutto che gli oleodotti di bypass tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti facessero la differenza, che la guerra abbia termine in pochi giorni anziché in settimane, o almeno che riesca a far entrare e uscire alcune superpetroliere dallo Stretto di Hormuz, inoltre occorre che gli impianti di produzione, raffinazione e carico del petrolio della zona escano dalla guerra relativamente indenni, consentendo una rapida ripresa delle esportazioni.
La compagnia Saudi Aramco ha iniziato a caricare simultaneamente tre grandi navi cisterna per il greggio, le cosiddette VLCC, presso i terminal di Yanbu e Al Muajjiz sul Mar Rosso: la prova, secondo gli esperti del settore, che sta deviando quanto più petrolio possibile dalla rotta di Hormuz. Adnoc, produttore statale di Abu Dhabi, stava caricando un’altra VLCC a Fujairah, al di fuori dello Stretto.
Ci sono anche nuovi pericoli. Arabia Saudita ed Emirati Arabi stanno camminando sul filo del rasoio in tema di sicurezza. Deviare il petrolio attraverso oleodotti alternativi fa parte del loro impegno a mantenere i mercati energetici riforniti e aiutano Washington, ma potrebbero provocare ulteriori ritorsioni militari da parte di Teheran. Mentre sempre più petroliere si dirigono verso i nuovi punti di carico al di fuori del Golfo Persico, c’è nervosismo tra i funzionari del settore a Riyadh e Abu Dhabi per il timore che oleodotti, stazioni di pompaggio o persino i porti possano essere attaccati dai droni.
Gli stati arabi sunniti del Golfo Persico hanno da tempo relazioni tese con l’Iran, un paese a maggioranza sciita. Eppure, negli ultimi anni, Riad e Abu Dhabi hanno cercato di migliorare le relazioni. Prima delle ostilità, erano ansiosi che Teheran raggiungesse un accordo diplomatico con gli Stati Uniti attraverso colloqui mediati dall’Oman. Il petrolio ora li sta trascinando nel conflitto, con conseguenze incerte.
Il prezzo del petrolio ancora lontano dai picchi precedenti nel 2022 e nel 2008
Alle parole di Trump di ieri che ipotizza una rapida conclusione della guerra, i prezzi del petrolio hanno reagito stamane con un netto calo dai picchi. Il futures sul greggio Brent è sceso dell’11%, toccando minimi di 88,05 dollari al barile, per poi ridurre il calo al 7% con una quotazione attorno poco sopra i 92 dollari, dopo essere salito a quasi 120 dollari lunedì. Il greggio statunitense West Texas Intermediate (WTI) è in calo del 6,8%, a 88,36 dollari al barile.
Sebbene i rialzi abbiano innescato non poche preoccupazioni per i possibili riflessi sull’inflazione, sull’economia e sulle decisioni monetarie delle banche centrali, in termini reali, corretto per l’impatto cumulativo dell’inflazione, il petrolio è ancora ben al di sotto dei picchi precedenti.
I 139 dollari al barile raggiunti a marzo 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina equivalgono a circa 157 dollari al barile in valuta attuale. I 147,50 dollari al barile di luglio 2008 (quando ci fu la crisi finanziaria legata al fallimento di Lehman Brother) equivalgono a circa 205 dollari al barile attuali. Inoltre, l’impatto sui prezzi è stato finora di breve durata, misurato in giorni, piuttosto che in mesi o trimestri. Perché un picco del petrolio si trasformi in una crisi a tutti gli effetti, il prezzo deve salire e mantenersi fisso per un certo periodo.
