Dalle affermazioni sul diritto religioso di Israele ai contrasti sulla presunta detenzione del giornalista americano a Tel Aviv
Il riferimento biblico e la polemica diplomatica
di Chiara Cavalieri
TEL AVIV – Un nuovo fronte di polemica mediatica e diplomatica si è aperto dopo le dichiarazioni attribuite all’ambasciatore statunitense a Tel Aviv, Mike Huckabee, sul concetto di “Grande Israele”.
Nel corso di un’intervista a Tel Aviv, il giornalista americano Tucker Carlson ha introdotto il tema citando Genesi 15, passo biblico che richiama la promessa della terra “dal Nilo all’Eufrate”.

Carlson ha chiesto all’ambasciatore se condividesse l’idea che Israele abbia un diritto – in senso religioso – a territori che corrispondono agli attuali Giordania, Siria, Libano, oltre a parti di Arabia Saudita, Iraq ed Egitto.
Secondo quanto riportato, Huckabee avrebbe affermato che Israele avrebbe un “diritto religioso” di controllare gran parte del Medio Oriente e avrebbe aggiunto, con una frase destinata a far discutere: “Sarebbe bello se loro prendessero il controllo di tutto”.
Carlson contro Israele e contro Washington: “virus mentale” e questione cristiana
L’uscita dell’ambasciatore si colloca in un momento in cui Carlson ha intensificato le sue critiche verso Israele e, più in generale, verso la politica estera statunitense in Medio Oriente. Negli ultimi mesi il giornalista ha definito il sostegno incondizionato a Israele un “virus mentale” e ha accusato Washington di proteggere confini stranieri ignorando – a suo dire – gli interessi dei cristiani nella regione.

Questo elemento è centrale anche per comprendere l’antefatto del viaggio: Carlson ha raccontato che si sarebbe recato a Tel Aviv per discutere con Huckabee proprio del trattamento riservato ai cristiani in Israele. Secondo quanto riportato, la loro frizione sarebbe emersa anche pubblicamente: Carlson avrebbe accusato Huckabee, nel suo programma su YouTube, di non aver protetto adeguatamente i cristiani, ricevendo dal diplomatico un invito diretto a recarsi in Israele per un confronto.
Il “caso Ben Gurion”: due versioni opposte sul presunto fermo
Dopo l’incontro con Huckabee, Carlson ha dichiarato al Daily Mail di essere stato trattenuto dalle autorità israeliane all’aeroporto Ben Gurion, insieme al suo team. Nella sua versione, i funzionari avrebbero confiscato i passaporti e condotto il gruppo in una stanza per interrogatori, ponendo domande non solo di routine ma legate al contenuto della conversazione avuta con l’ambasciatore.
Le autorità israeliane e fonti aeroportuali, però, hanno fornito una ricostruzione diversa: Carlson – sostengono – non sarebbe stato arrestato né interrogato formalmente e non sarebbe stato fermato al momento della partenza. Le domande rivolte al giornalista rientrerebbero nelle procedure di sicurezza standard, senza provvedimenti coercitivi.
Il caso, dunque, presenta una frattura narrativa netta: da un lato la versione del giornalista, che descrive una misura mirata e legata ai contenuti dell’intervista; dall’altro la versione ufficiale israeliana, che ridimensiona l’episodio a controlli di prassi.
Il peso geopolitico di un riferimento teologico
Al di là del contenzioso sul presunto fermo, la parte più delicata resta il riferimento al “Grande Israele” e alla formula “dal Nilo all’Eufrate”, che – pur appartenendo a un registro teologico – quando viene evocata nel discorso pubblico assume inevitabilmente una valenza politica.
In un Medio Oriente dove confini e sovranità sono questioni esistenziali, simili richiami alimentano interpretazioni contrapposte: per alcuni un’iperbole ideologica; per altri una legittimazione simbolica che rischia di incendiare la percezione regionale e fornire carburante a narrazioni radicali.
Le dichiarazioni attribuite a Huckabee, sommate alla controversia su Carlson a Ben Gurion, mostrano quanto la comunicazione politica, in questo teatro, non sia mai “solo comunicazione”: è un campo di forze, dove religione, sicurezza e propaganda si toccano a nervo scoperto.
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