Roberto Roggero – Donald il “biondone” Trump sta ammassando notevoli forze nel Mare Arabico, con l’arrivo del Gruppo d’Assalto Anfibio della USS-Tripoli (circa 3500 Marines). Non si sa se sia una mossa da leggere in chiave di deterrenza, per fare pressione sulla trattativa mediata dal Pakistan, o se sia davvero imminente l’avvio di operazioni speciali a terra.
L’Iran non sta a guardare: ha infatti mobilitato circa 600mila soldati per la difesa dello Stretto di Hormuz, per l’isola di Kharg e per la zona strategica di Qeshm, ma non solo. Nello scenario entra con decisione il fattore Cina, che con l’Iran ha ormai una cooperazione oltremodo solida, per altro meta del prossimo viaggio del presidente americano, a metà maggio. La novità importante riguarda il pagamento del pedaggio per attraversare Hormuz, da parte delle navi autorizzate, che dovrà essere effettuato in valuta cinese. Il dollaro è completamente escluso, e la cifra da stabilire sarà calcolata in base alla quantità di petrolio trasportato: uno yuan a barile fino a un tetto massimo di 2 milioni di dollari che dovranno essere calcolati e resi in valuta cinese, ovvero poco meno di 13.825.000 yuan.
E’ una indubbia vittoria, pur indiretta, del Gruppo BRICS, che fra gli obiettivi ha appunto la riduzione, se non l’annullamento, del dollaro come valuta per il commercio del petrolio e del gas naturale.
Le conseguenze di tale mossa sono decisamente notevoli, prima di tutto perché, dal momento che sono ben noti i volumi di petrolio e gas che transitano attraverso Hormuz, tutti i Paesi acquirenti, le compagnie di navigazione e l’indotto collegato, dovranno attingere alla valuta cinese e abbandonare il dollaro, cosa che, a quanto pare dall’evidenza dei fatti, gli Stati Uniti non avevano calcolato.
È inoltre la dimostrazione di come e quanto l’Iran si sia preparato, da vent’anni a questa parte, al conflitto in corso, che stanno affrontando con successo sia sul piano militare, che politico, diplomatico e soprattutto economico e finanziario.
La dinamica ha già mostrato di poter funzionare, infatti il pagamento di petrolio in yuan è già praticato in tutto il Sud-est asiatico, dove si sono Paesi che necessitano di costanti rifornimenti di greggio.
Pare quindi che, dopo 52 anni di egemonia dal 1974, quando venne stabilita la quotazione in dollari del petrolio, il dominio della valuta americana stia decisamente tramontando, e con essa la posizione degli Stati Uniti nella scala del potere finanziario mondiale.

In questo quadro, non certo a caso, fra le richieste della Repubblica Islamica per proseguire in una trattativa, è stata inserita la clausola del risvolto valutario da dollaro a yuan per quanto riguarda il greggio in transito nello Stretto di Hormuz, oltre a un risarcimento per i danni di guerra e la cessazione do ogni attività militare anche in Iraq, Libano, Siria e Yemen, ovvero nei Paesi che costituiscono l’asse della resistenza.
Il fulcro della trattativa rimane comunque Hormuz, direttamente collegato al Golfo di Aden e allo Stretto di Bab-el-Mandeb, sfera di controllo degli alleati Houthi dello Yemen, che per altro hanno la possibilità di bloccare qualsiasi afflusso di forze nemiche nel Mar Rosso e complicare ulteriormente i problemi per gli aggressori.
In questa chiave, una iniziativa militare americana e israeliana nello Stretto di Hormuz, potrebbe essere un elemento che andrebbe a complicare maggiormente la situazione del commercio di greggio, più che risolverla, e per tempi decisamente lunghi.
Lo Stretto è rigidamente controllato e monitorato da Teheran, che ad oggi ha concesso il transito a una novantina di navi, prevalentemente iraniane, cinesi, spagnole, greche e indiane. Un flusso regolato al minimo indispensabile per non causare un vero e proprio sconquasso della situazione internazionale, del quale anche lo stesso Iran andrebbe a risentirne in caso di blocco totale.
In ogni caso, l’affermazione dello yuan sul dollaro rimane un passo fondamentale nella strategia cinese, in chiave anti-americana, perché se buona parte del petrolio in circolazione dovesse passare alle trattative in yuan, per gli USA sarebbe un colpo veramente pesante.
Il tutto si traduce nella mancanza di vedute a lungo termine che fin dall’inizio hanno caratterizzato la preparazione della guerra di Donald “il biondone” contro la Repubblica Islamica: il petrolio che passa da Hormuz è pagato in yuan, senza assicurazioni occidentali e con petroliere che non dipendono da istituzioni finanziarie occidentali.
Fra i Paesi che stanno osservando attentamente la situazione, vi è poi l’India, potenza mondiale che sta cominciando a negoziare accordi bilaterali sull’energia fuori dal circuito della valuta americana e, da parte sua, la Russia ha iniziato a usare lo yuan digitale per aggirare le sanzioni occidentali.
