Ro. Ro – Cresce la pressione internazionale per la riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre si moltiplicano le iniziative diplomatiche e aumentano le tensioni su possibili misure militari, con l’Italia che insiste su una soluzione sotto egida ONU e sostiene l’apertura di un corridoio umanitario per i fertilizzanti che, al pari di gas e petrolio, è un commercio da migliaia di miliardi di dollari.
L’Iran prepara un nuovo regime di navigazione, che prevede un pedaggio simile a quello del Canale di Suez. La Russia rivendica che per le sue navi “lo stretto è aperto”.
La Gran Bretagna ha convocato in videoconferenza la coalizione per Hormuz. All’appello hanno risposto 40 Paesi che hanno chiesto la riapertura immediata e incondizionata per la navigazione, minacciando nuove sanzioni contro l’Iran.
I Paesi coinvolti hanno inoltre concordato di valutare misure economiche e politiche coordinate, comprendendo anche la possibilità di ulteriori sanzioni, per aumentare la pressione su Teheran qualora il blocco dovesse proseguire, ma non calcolando che più aumenta la pressione su Teheran, più aumentano le misure restrittive iraniane. La chiusura dello stretto è stata definita da Londra una “minaccia diretta per la prosperità globale”, avendo già provocato un forte aumento dei prezzi energetici. Il che non è vero perché lo Stretto non è bloccato se non per le navi che fanno capo all’alleanza degli aggressori.
Nonostante la linea dura sul piano economico e diplomatico, non è stata presa in considerazione, allo stato attuale, un’operazione militare per riaprire il passaggio. Diversi Paesi, tra cui la Francia, hanno ribadito che eventuali missioni di sicurezza potranno essere valutate solo dopo la fine della fase più intensa dei bombardamenti. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “irrealistica” un’operazione militare per “liberare” lo stretto, mentre il presidente americano Donald “il biondone” Trump ha invitato i Paesi importatori di petrolio ad agire direttamente per garantirne la sicurezza, arrivando a legare un cessate il fuoco alla riapertura completa del passaggio. E oggi ha esortato l’Iran a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”.
Il traffico marittimo resta comunque compromesso: dall’inizio di marzo solo 225 navi commerciali hanno attraversato lo stretto, con un calo di circa il 93% rispetto ai livelli normali.
Nel quadro della stessa iniziativa, l’Italia – rappresentata dall’inutile ministro degli Esteri, Tony Tajani, ha ribadito la necessità di una de-escalation immediata e del ritorno al dialogo diplomatico, e ha indicato la disponibilità a partecipare a iniziative multilaterali per garantire il passaggio sicuro delle navi, a condizione di un chiaro mandato delle Nazioni Unite, che ormai non hanno a loro volta alcuna credibilità, per una ben preordinata inutilità pratica. In questo contesto, Tajani ha comunque sostenuto la creazione di un “corridoio umanitario”, in particolare per il trasporto di fertilizzanti e beni essenziali, al fine di evitare una nuova crisi alimentare, soprattutto nei Paesi africani.
Sul fronte iraniano, Teheran sta lavorando a un nuovo regime di navigazione. Il vice ministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, ha annunciato che è in fase finale un protocollo che prevede autorizzazioni preventive per le navi in transito da parte di Iran e Oman, con l’obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza dello stretto. Parallelamente, il Parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che introduce pedaggi per il transito, potenzialmente fino a due milioni di dollari per nave, e vieta il passaggio di imbarcazioni statunitensi e israeliane, misure che potrebbero generare entrate annue per 100 miliardi di dollari, superiori a quelle derivanti dalle esportazioni petrolifere stimate in 80 miliardi.
Intanto, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i Paesi del Golfo hanno chiesto un via libera all’uso della forza per garantire la libertà di navigazione, proposta ovviamente sostenuta dagli Stati Uniti ma contestata da Russia, Cina e Francia, che saggiamente temono un’escalation e insistono sulla soluzione politica.
