Roberto Roggero – Da Meloni a Modi, da Lula a Erdogan. Passando per il Vaticano. La lista di nomi comprende molti paesi da nord a sud del pianeta, dal Paraguay al Pakistan, ma ci sono ancora molte incertezze fra chi ha aderito e chi invece no.
A presiedere il Board of Peace nato come soluzione alla ricostruzione della Striscia di Gaza e di pace nell’intera Regione, è il presidente americano. Sarà lui a invitare o a escludere i Paesi di quello che qualcuno ha chiamato l'”Onu di Trump”. “Credo che l’Onu debba continuare, perché il suo potenziale è grande, ma non è mai stata all’altezza del suo potenziale”, ha detto ieri il tycoon nel briefing con i media in occasione del suo primo anno alla Casa Bianca.
Non vi è dubbio che si tratti di un mandato delicato dall’attuazione tutt’altro che scontata, anche perchè per farne parte in modo permanente di dovrà sborsare 1 miliardo di dollari. Ma forse non è solo una questione di soldi, perchè sarà Trump a dettare legge: lui a convocare le riunioni e ad approvare l’ordine del giorno, lui a decidere l’esclusione dei membri la cui partecipazione durerà tre anni. Lui che avrà diritto di veto su ogni delibera.
Accanto al board sono state create due entità collegate: un comitato palestinese tecnocratico incaricato di amministrare temporaneamente la Striscia di Gaza e un executive board con un ruolo consultivo. Secondo la Casa Bianca, il Consiglio di pace si occuperà di questioni come il rafforzamento delle capacità di governo, le relazioni regionali, e della ricostruzione, dell’attrazione degli investimenti, il finanziamento su larga scala e la mobilitazione dei capitali per la ricostruzione di Gaza, devastata da due anni di guerra. In pratica l’attuazione della Fase 2, il piano in 20 punti frutto dell’accordo di ottobre scorso a Sharm El Sheikh.
Ma chi aderirà davvero? Domani il giorno della verità: a Davos a margine della riunione del World Economic Forum, è prevista la cerimonia di firma per formalizzare la costituzione del Consiglio.
Tuttavia la lista non è ancora chiusa. Un invito è arrivato perfino in Vaticano: lo fa sapere il segretario di Stato, cardianle Pietro Parolin “Anche il Papa ha ricevuto l’invito e stiamo vedendo che cosa fare, stiamo approfondendo” e precisa: si tratta di “una questione che esige un po’ di tempo per dare la risposta”.
Adesioni, defezioni e incertezze affollano le agenzie di stampa. Finora hanno declinato Brasile, Norvegia e Svezia. E – per ora – non c’è alcuna presenza europea. Del resto al Board – non senza aver creato qualche mal di pancia – è stato invitato perfino Vladimir Putin.
La Germania ha detto no, mentre il Regno Unito del premier Starmer ci sta ancora pensando. Ieri è arrivato il diniego “rumoroso” dell’Eliseo che preferisce il “rispetto ai bulli”, ha detto nel suo discorso pronunciato a Davos il presidente Emmanuel Macron. Non è un mistero che a incendiare i rapporti tra Stati Uniti e Francia sia la questione Groenlandia. “Faremo del nostro meglio per avere un’Europa più forte, molto più forte e più autonoma, nell’epicentro di questo continente, crediamo di aver bisogno di più crescita e stabilità, preferiamo lo stato di diritto alla brutalità”. Il presidente francese ha rincarato il rifiuto minacciando dazi del 200% agli Stati Uniti per lo champagne.
Secondo i francesi il Consiglio “va oltre il quadro di Gaza” e “solleva importanti domande in particolare sul rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite”. “Il Consiglio di Pace non sarà limitato a Gaza. E’ un Board of Peace in tutto il mondo”, ha confermato un alto funzionario americano ad Axios.
Gli Stati Uniti hanno invitato l’Unione europea a far parte del “circolo di pace” ma “al momento, la presidente della Commissione Ue Ursula von Der Leyen è concentrata sui preparativi per il Consiglio europeo di giovedì, dove la questione sarà oggetto di discussione”, ha detto il portavoce della Commissione.
Non ha sciolto la riserva nemmeno la premier italiana Giorgia Meloni, invitata anche lei a firmare il documento, anche se per qualche media italiano il suo “no” appare inevitabile.
Cinquantotto in totale i leader nominati nella lista (non ancora chiusa) di Washington in cui figura una nutrita rappresentanza anche di amici e parenti, uomini d’affari, rappresentanti non ufficiali. Ci sono i pezzi da novanta dell’amministrazione americana come Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente e mediatore informale Jared Kushner, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il miliardario americano Marc Rowan, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga e il consigliere presidenziale Robert Gabriel, la potente ministra emiratina Reem Al-Hashimy e alla coordinatrice umanitaria dell’Onu per Gaza, Sigrid Kag.
Poi i presidenti di Turchia, Recep Tayyip Erdogan, e Argentina, Javier Milei. Questi ultimi hanno accettato l’invito al quale stamane si è aggiunto quello del premier israeliano Benjamin Netanyahu che inizialmente era stato invece riluttante anche a causa dell’adesione turca e qatarina. “Occasione da non perdere per contribuire alla pace e alla stabilità nella nostra regione”, ha affermato il primo ministro Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani a Davos ma “necessario assicurarsi del ritiro delle forze israeliane il prima possibile”, ha aggiunto.
Dopo Netanyahu ha dato il suo ok anche il presidente Al Sisi per l’Egitto. Questi ultimi si aggiungono così ad Azerbaijan, Bielorussia, Ungheria, Albania, Kazakistan, Marocco, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Vietnam, India.
