Roberto Roggero – E’ ormai assodato che i leader guerrafondai europei, e non solo, hanno deciso di prepararsi a una guerra che non ha alcun senso, a meno che non sia deliberatamente calcolata. Lo scriveva già cinque secoli prima di Cristo il filosofo cinese Sun Tzu in “L’Arte della guerra”: un conflitto si vince o si perde prima ancora di combattere”.
Una guerra che la gente non vuole, ma che sarà destinata a pagare, a tutto vantaggio delle aziende produttrici di armamenti e di tutto ciò che una guerra comporta, in trincea e dietro le linee di battaglia. Un enorme apparato con innumerevoli tentacoli che coinvolge settori estremamente diversificati, dai satelliti, ai missili, alle scarpe che i soldati indosseranno, agli spazzolini da denti, e molto altro. Una lunghissima catena industriale.
Per prepararsi a questa assurda guerra, stiamo spendendo un mare di soldi, in attesa di spenderne ancora di più per farla. Miliardi di miliardi.
Nel 2024 abbiamo raggiunto l’apice, con il valore più alto mai registrato di spesa militare globale, con 2,7 trilioni di dollari, ovvero oltre 2.700 miliardi.
Ma dove finiscono in concreto tutti questi soldi? Nelle tasche di quali aziende produttrici di armi? E l’Italia, quanti ne spende? E’ utile cercare di capire l’impatto della crescente spesa militare sui bilanci di tutto il mondo e come questo stia cambiando le priorità di tutti i Paesi, arricchendo in modo estremo una manciata di imprese del settore tecnologico e militare, e soprattutto nell’industria dell’intelligenza artificiale, che ha cambiato e sta costantemente cambiando l’approccio al concetto di guerra. Così come la cosiddetta cybersicurezza, le armi atomiche, i trasporti, l’intelligence, e in particolare l’informazione mainstream e le voci indipendenti che invece sono votate alla ricerca della verità, sempre più soffocata.
Tutto dipende comunque e principalmente dai soldi, perché a monte di tutto, sono i soldi che regolano tutto il circuito.
Il discorso delle spese per la difesa, quindi spesa pubblica, è incentrato principalmente sui tagli. Tagli all’istruzione (4 miliardi di euro), alla sanità (13 miliardi), alla ricerca, al welfare, alle pensioni, e la canzone è sempre la stessa almeno dal 2008. L’unica voce di spesa che non ha mai subito tagli, e anzi, è stata continuamente incentivata e aumentata, è la spesa militare sempre in crescita, e non solo in Italia.
Si è detto che il 2024 è stato l’anno di massima spesa militare globale con oltre 2.700 miliardi di dollari, ma c’è di più: il 2024 è stato il decimo anno di costante aumento di tale voce di spesa, con il 9,5% in più del 2023, e il 37% in più rispetto al 2014.
In alcuni Paesi, questa spesa è stata molto più pesante che in altri, e in alcuni in particolare ha sfiorato l’85% in più. Ma non in Paesi che si trovano in guerra, come Sahel, Russia o Ucraina, bensì nei Paesi che si definiscono democratici per eccellenza, ovvero i Paesi dell’Unione Europea, secondi solo agli Stati Uniti che s da soli spendono quasi le stesse cifre di Europa, Africa e Asia messe insieme, rispettivamente 1.030 miliardi di dollari e 1.185 miliardi di dollari. Rimane il fatto che l’Europa è comunque la regione che più di tutti ha aumentato in proporzione la spesa militare, segale oltre modo evidente dell’obiettivo che i leader europei vogliono raggiungere, e di come siano cambiate le cose, rispetti all’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale, con un ideale politico orientato verso la pace e lo sviluppo comune, e con le spese militari drasticamente ridotte, a vantaggio di istruzione, sanità, lavoro, benessere, sviluppo comune.
Oggi chi detiene le leve del potere continua a propagandare una realtà diversa, con una pace non più così certa perché viene venduta la versione del perché non ci si chiede se oggi potremmo essere in grado di difenderci…ma difenderci da chi?
In ogni caso, la realtà che viene forzatamente imposta, è quella di un’Europa che deve essere in grado di difendersi da aggressioni esterne, ovvero, l’obiettivo non è più la pace, quindi bisogna armarsi, e bisogna farlo anche in tempi il più brevi possibile… ed è proprio questo il problema: chi decide che non si debba più andare verso una pace comune, ma verso un conflitto sempre più diffuso e dato per certo?
Per armarsi bisogna comprare le armi. Armi sempre più tecnologiche, già brevettate, che per essere fabbricate costano tanto, e che quindi costano ancora di più quando si devono comprare.
In questo senso, il caso Italia è particolare: quando si deve spendere di più per comprare armi, escono fuori i problemi, che naturalmente vengono addossati ai cittadini, mentre la classe politica provvede ad aumentarsi le retribuzioni. L’economia italiana on cresce come dovrebbe, e i soldi non bastano, quindi da qualche parte si devono prendere, ed ecco che partono i tagli e i soldi si prendono da altri settori, sempre più penalizzati, cioè scuola, sanità, pensioni, che non sono più prioritari perché al primo posto la priorità è diventata la corsa al riarmo.
Per avere conferma di questo basta guardare la Legge di Bilancio appena approvata per il 2026.
Nel testo che il governo ha reso noto al parlamento, si legge che nel 2024 il ministero della Difesa ha speso oltre 29 miliardi di euro, nel 2025 oltre 31 miliardi. Per il 2026 è prevista una spesa di circa 32 miliardi e altrettanto per il 2027. Un aumento esponenziale dovuto principalmente alla guerra in Ucraina voluta dalla NATO, e al secondo mandato di Donald Trump.
Nel 2017 il budget del ministero della Difesa era di circa 19,7 miliardi di euro; nel 2022 era salito a 25,9 miliardi, e un aumento di circa 12 miliardi in dieci anni, cioè quasi il 64% in più. E in soli cinque anni, l’aumento è stato di 6,4 miliardi (+25%). Oggi si è oltrepassato il tetto dei 30 miliardi, e le previsioni sono quanto mai pessimiste, visto che l’aumento è destinato ad aumentare, per volere della NATO, che entro il 2035 pretende una spesa corrispondente al 5% del Pil dei singoli Paesi membri. Quell’ormai vecchio 2%, che già era un obiettivo estremamente pesante, e nemmeno pienamente raggiunto, è già un lontano ricordo. Non più un obiettivo, ma è diventato una base di partenza dalla quale salire ancora e ancora e ancora, con il 3,5% da spendere in pura spesa militare, l’1,5% in sicurezza e il 5% del Pil in altre varie voci di spesa. Ciò significa che, nei prossimi anni, l’Italia spenderà decine e decine di miliardi di euro in più. Soldi che, se non aumenteranno le entrate in generale (e non aumenteranno), dovranno essere stornati da altri settori.
La spesa militare, in modo particolare, è una evidente dimostrazione che l’Europa ha cambiato la propria natura di continente che mira allo sviluppo e alla pace. In cifre: oltre 800 miliardi di euro per comprare missili, navi e aerei da guerra, bombe, carri armati, ecc. In questo verranno spesi i soldi destinati a colmare diseguaglianze, rimediare alla disoccupazione, alla povertà, per integrare le periferie degradate alle città metropolitane tramite ammodernamento di infrastrutture obsolete. Ma il punto cruciale non è solo come recuperare questi soldi per aumentare la spesa, ma dove vanno a finire, cioè nelle casse delle aziende produttrici di armamenti, che in prevalenza sono aziende di stato, ovvero dei governi. Lo stesso meccanismo del periodi di pandemia, che ha portato nelle casse delle case farmaceutiche montagne di miliardi. La differenza è che le aziende produttrici di armamenti incassano miliardi anche solo con la previsione di una guerra futura, ovvero con la fase detta della preparazione alla guerra stessa, quindi miliardi anche se non scoppia nessuna guerra. In sostanza, è sufficiente la sola corca al riarmo, senza necessità che una guerra scoppi realmente.
L’Italia, generalmente fanalino di coda dell’Europa per quasi tutto, in questo caso è ai primi posti per quanto riguarda la spesa nella corsa al riarmo, fra i principali paesi produttori ed esportatori di armamenti nel mondo: nel 2024, le 100 principali aziende mondiali di armamenti hanno avuto guadagni per oltre 680 miliardi di dollari (+6% rispetto al 2023), e nei dieci anni fra il 2015 e il 2024, i ricavi sono aumentati di oltre il 26%. Ai primi posti gli Stat Uniti, le cui 41 principali fabbriche di armi hanno generato la metà di tale monte di profitto (37 miliardi di dollari). Le due principali aziende italiane di queste prime 100, hanno avuto circa 17 miliardi di dollari di profitto (+9,5% rispetto al 2024). Le due aziende sono Leonardo SpA, al 12° posto mondiale e 2° posto in Europa con 13,8 miliardi di dollari (+10% rispetto al 2024), e Fincantieri, al 53° posto nel mondo. In crescita non solo la produzione, ma anche le esportazioni, con l’Italia al 6° posto (4,8%) fra i principali esportatori, dopo Stati Uniti (43%), Francia (9%), Russia (7%), Cina (5,9%) e Germania (5,6%). Attualmente la maggior parte delle armi vanno in Ucraina, dove le armi sono paradossalmente acquistate grazie agli stessi miliardi stanziati dall’Unione Europea (praticamente l’Europa si vende e si compra da sola le armi), quindi India, Qatar, Arabia Saudita, Pakistan e Israele.
