Netanyahu lancia l’allarme a porte chiuse: “L’Egitto sta diventando troppo forte”. I vertici militari egiziani replicano: “La nostra è una forza di difesa e stabilità, non di aggressione”
a cura di Chiara Cavalieri
IL CAIRO-TEL AVIV. Le recenti dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, rilasciate durante un incontro riservato con la Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset, hanno riacceso l’attenzione su uno dei dossier più delicati del Medio Oriente: la crescente potenza militare dell’Egitto.

Secondo fonti riportate dai media israeliani, Netanyahu avrebbe affermato:
“L’esercito egiziano sta diventando più forte e dobbiamo monitorarlo attentamente… dobbiamo impedire qualsiasi eccesso di potere”.
Parole che non rappresentano un episodio isolato, ma l’ennesimo anello di una catena di dichiarazioni israeliane che negli ultimi anni mostrano un crescente nervosismo verso il rafforzamento delle Forze Armate egiziane, soprattutto dopo l’opposizione del Cairo ai piani israeliani su Gaza e sull’assetto regionale.
IL CAIRO RISPONDE: “ISRAELE CONOSCE BENE LA NOSTRA FORZA”
A replicare sono stati due importanti esperti militari egiziani, che hanno interpretato le parole di Netanyahu come un messaggio politico rivolto non solo all’interno di Israele, ma anche alla comunità internazionale.
Il maggiore generale Mohamed El-Shahawy, ex capo di stato maggiore della guerra chimica e membro del Consiglio Egiziano per gli Affari Esteri, ha ricordato che Israele è perfettamente consapevole della forza storica dell’esercito egiziano:
“L’Egitto ha ottenuto una vittoria storica nell’ottobre 1973, ma oggi l’esercito è decine di volte più forte”.
“UNA FORZA SAGGIA”: DOTTRINA DIFENSIVA E SICUREZZA NAZIONALE
El-Shahawy ha sottolineato un punto centrale: l’esercito egiziano non è una forza di aggressione, ma una struttura difensiva, impegnata nella protezione della sovranità nazionale e araba.
Secondo il generale:
- l’Egitto non invade né attacca
- mantiene una dottrina fondata sulla deterrenza
- opera per la stabilità regionale
Una risposta indiretta alla narrativa israeliana che tende a dipingere ogni rafforzamento arabo come una minaccia esistenziale.
IL VERO MESSAGGIO DI NETANYAHU: PARLARE AI FORNITORI DI ARMI
Ancora più esplicita l’analisi del maggiore generale Mohamed El-Ghabari, ex direttore del National Defense College e noto esperto strategico.
Per El-Ghabari, Netanyahu non sta parlando solo al pubblico israeliano:
“Queste dichiarazioni sono rivolte al mondo esterno, soprattutto ai Paesi che esportano armi in Egitto”.
Il messaggio sarebbe dunque chiaro: esercitare pressione diplomatica e politica sui partner internazionali del Cairo affinché limitino il rafforzamento militare egiziano.
IL SINAI E LA GUERRA AL TERRORISMO: UN’EFFICIENZA CHE INQUIETA TEL AVIV
El-Ghabari ha ricordato che Israele manifesta preoccupazione da oltre dieci anni, in particolare da quando il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha avviato una profonda ristrutturazione delle forze armate.
Uno dei punti più sensibili è stato il dispiegamento massiccio nel Sinai per eliminare le cellule terroristiche:
“Hanno percepito la forza dell’esercito egiziano nel Sinai… questo li preoccupa”.
Il paradosso è evidente: la lotta egiziana contro il terrorismo, teoricamente un interesse comune, viene letta da Israele come potenziale minaccia strategica.
IL RIAVVICINAMENTO EGITTO-TURCHIA E LA PAURA DI UN NUOVO EQUILIBRIO REGIONALE
Un ulteriore elemento di inquietudine per Tel Aviv è il recente riavvicinamento tra Egitto e Turchia, culminato in una dichiarazione congiunta tra Erdogan e Sisi che parla di “partenariato strategico globale”.
Israele teme che la cooperazione tra due grandi potenze regionali possa:
- ridurre la sua libertà d’azione
- creare un asse alternativo
- rafforzare il fronte diplomatico arabo-islamico
Non a caso, l’ex generale israeliano Amir Avivi ha dichiarato che Israele dovrebbe prepararsi a uno scontro simultaneo con Egitto e Turchia.
Un segnale concreto è rappresentato dai nuovi accordi tra Il Cairo e la società turca MKE: l’Egitto ha firmato tre contratti strategici, tra cui uno da 130 milioni di dollari per l’acuisto dei sistemi antidrone Tolga, che comprendono rilevamento, interferenza elettronica e unità terrestri di contrasto calibro 35 mm, 20 mm e 12,7 mm.
Gli altri due accordi prevedono la costruzione in Egitto di:
- una fabbrica per proiettili da 155 mm
- una fabbrica per munizioni da 7,62 mm e 12,7 mm
MKE e il governo egiziano hanno inoltre concordato la creazione di una joint venture per gestire questi impianti e ampliare le esportazioni.
In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni del generale israeliano in pensione Amir Avivi, che ha avvertito che Israele dovrà prepararsi nei prossimi anni a un possibile confronto simultaneo con Egitto e Turchia, indicando chiaramente che la cooperazione tra due grandi potenze regionali viene ormai percepita come un nuovo elemento di equilibrio — e di preoccupazione — per Tel Aviv.

L’ESERCITO EGIZIANO COME FATTORE DI STABILITÀ
El-Shahawy ha infine ribadito che la forza egiziana non è diretta contro nessuno, ma rappresenta un pilastro di equilibrio regionale.
Ha ricordato anche il posizionamento dell’Egitto nei ranking internazionali:
- 12° posto nel Global Firepower
- 6° posto per la Marina
- 1° posto per le forze speciali (secondo fonti egiziane)
“Questa forza è rivolta alla protezione della sicurezza nazionale egiziana e araba”.
LA NARRATIVA DEL VITTIMISMO E LA REALTÀ DEL POTERE
Le parole di Netanyahu confermano una realtà geopolitica evidente: in un Medio Oriente destabilizzato dalla guerra, dalla crisi siriana e dall’incertezza su Gaza, l’Egitto resta uno dei pochi Stati dotati di un esercito regolare forte, coeso e strategicamente decisivo.
Israele teme non tanto un’aggressione, quanto la perdita del monopolio della forza nella regione.
Nelle relazioni internazionali, le alleanze sono per loro natura sempre temporanee, anche quando appaiono durature o si strutturano in accordi politico-militari complessi. La storia insegna che gli equilibri possono mutare rapidamente, e che un alleato di oggi non è necessariamente un alleato permanente.
Per questo, accettare che un vicino — anche se attualmente partner o interlocutore privilegiato — rafforzi le proprie capacità militari implica inevitabilmente la necessità di mantenere alta l’attenzione strategica. Non basta coltivare buoni rapporti di vicinato: ogni Stato deve anche adeguarsi e prepararsi, nella misura in cui un cambiamento di alleanze potrebbe trasformare quel vicino in un attore scomodo, armato e difficile da gestire.
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