Egitto: La “protezione” che schiavizza. Quando il patriarcato di stato alimenta il traffico di esseri umani
Il governo egiziano ha gettato la maschera. Con il pretesto ipocrita della “tutela” e della “protezione”, il Cairo ha ufficialmente vietato alle donne appartenenti alle fasce sociali più fragili di recarsi all’estero per lavorare nei settori dell’ospitalità e del lavoro domestico senza un’autorizzazione preventiva. Una misura che non è sicurezza, ma segregazione di Stato.
Chi ha visitato l’Egitto, chi ha camminato per le strade del Cairo o dei villaggi rurali, conosce bene la realtà che le statistiche ufficiali tentano di edulcorare: una povertà diffusa, un’indigenza che morde ferocemente le caviglie della popolazione. In un contesto di crisi economica strutturale, il lavoro all’estero non è un lusso, ma l’unica bombola d’ossigeno per migliaia di famiglie. Impedire a una donna di emigrare legalmente per lavorare significa condannarla, insieme ai suoi figli, alla fame nera.
Il paradosso della sicurezza: un regalo ai trafficanti
Il maschilismo istituzionale del governo al-Sisi produce un effetto paradossale e criminale: lungi dal proteggere le donne, le spinge direttamente nelle braccia dei trafficanti di esseri umani.
Criminalizzazione della necessità: Se una madre non può ottenere un visto legale a causa di una norma patriarcale, non smetterà di avere bisogno di mangiare. Semplicemente, smetterà di cercare canali legali.
Aumento della vulnerabilità: La migrazione irregolare espone queste donne a pericoli infinitamente superiori a quelli che il governo millanta di voler evitare: abusi, naufragi, ricatti e sfruttamento brutale.
La donna come proprietà dello Stato
È sconcertante osservare come un regime che si ammanta di una veste militare e “laica” finisca per convergere con le posizioni più oscurantiste nel controllo del corpo e del movimento femminile. Trattare le cittadine come minorenni perenni, soggetti incapaci di decidere della propria vita e del proprio sostentamento, è l’essenza stessa del patriarcato istituzionale.
Non c’è onore né dignità nel negare il diritto al lavoro. Non c’è “protezione” nel privare un essere umano della propria autonomia finanziaria. Questa norma è un atto di violenza economica che serve solo a ribadire un concetto arcaico: la donna non appartiene a se stessa, ma è una proprietà dello Stato da sorvegliare e punire.
Il risultato sarà un aumento esponenziale dell’indigenza e un rafforzamento delle rotte clandestine. Al-Sisi non sta proteggendo le egiziane; sta scavando un baratro ancora più profondo sotto i loro piedi, consegnando le più vulnerabili al destino incerto del mare e della clandestinità. È tempo che la comunità internazionale smetta di guardare altrove e denunci questo assedio ai diritti fondamentali delle donne.
