Incauto, sbruffone, stupido… no, the Donald non è nulla di tutto questo. Vediamo perché
Donald Trump, per molti, si è ficcato in quello che i francesi chiamano cul de sac. L’aver attaccato l’Iran in una situazione di scarsa chiarezza e pessima comunicazione con gli alleati arabi del Golfo, dando il via ad operazioni militari molto lontane dal territorio nazionale, quindi per necessità di cose, di grande intensità ma non di lunga durata. Il passare come mero strumento della politica di sicurezza israeliana. Il fallimento del tentativo di accordo con l’Iran, che si è arenato, principalmente, sulla riapertura dello stretto di Hormuz, il destino di quasi 400 kg di uranio altamente arricchito per lo sviluppo del programma nucleare iraniano e la richiesta di Teheran di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di asset congelati all’estero. Ed ancora, come ciliegina sulla torta, l’attacco frontale al Vaticano. A papa Leone Trump avrebbe rinfacciato il fatto che senza di lui non sarebbe diventato mai pontefice. Con questo Trump è riuscito a generare un vero miracolo. Ha spostato a sinistra un papa che di “sinistra” non è nemmeno lontanamente e ha ridato vita al cadavere del bergoglismo, frettolosamente sepolto nelle cripte vaticane, ma che ora, proprio nella contrapposizione con l’arroganza yankee, ritrova una sua ragion d’essere e un alito di vita.
Ma è davvero così? Trump è un oggetto strano. Molto distante dalla politica, anche estera, che noi tutti, in Europa, siamo abituati ad osservare e praticare. La nostra tradizione, quella dei Mazzarino, dei Talleyrand, dei Bismark, oscilla tra la “moderazione” e la politica come “arte del possibile”. Per avere qualcosa di paragonabile al “destino manifesto” degli Stati Uniti, ovvero ritenere l’espansione verso l’Oceano Pacifico come qualcosa di ineluttabile, naturale e da perseguire ad ogni costo, dobbiamo rifarci a qualcosa di estremamente sgradevole: l’Est Europa come “spazio vitale” di una sola etnia. Questo per non parlare dell’enorme tributo di sangue e vittime innocenti che la dottrina del destino manifesto ha portato con sé. L’annullamento culturale e fisico di molte civiltà indigene. Gli Stati Uniti vivono di questa ambivalenza: terra di sperimentazione sociale e di libertà, ma anche della discriminazione razziale, di ingiustizia sociale, di barbarie e violenza come prassi quotidiana.

Potremmo semplificare dicendo che Donald Trump sia semplicemente pazzo oppure rimbambito, data l’età, ma sarebbe solo l’ennesimo paio di occhiali sbagliato che noi, europei, indossiamo molto più per rassicurare noi stessi che per analizzare le cose del mondo.
Sul piano energetico, gli Stati Uniti, grazie alla rivoluzione dello shale oil, ma sopratutto dopo aver messo le mani, di nuovo, sul petrolio venezuelano, sono oggi molto meno dipendenti dal greggio del Golfo rispetto al passato. In uno scenario di interruzione dell’offerta, il prezzo globale salirebbe rapidamente. Ciò favorirebbe i produttori statunitensi, aumentando i margini di guadagno.
Le grandi compagnie energetiche americane vedrebbero profitti in crescita, mentre l’industria estrattiva interna acquisirebbe ulteriore centralità strategica.
Il protrarsi della crisi con l’Iran porta con se un duro colpo alle esportazioni di petrolio di Teheran verso la Cina, creando problemi alla struttura produttiva di Pechino.
Certo la guerra ha un costo. Più va avanti più il costo lievita. Ma più lo sforzo bellico si protrae più aumentano gli affari del cosiddetto apparato militare industriale statunitense. Questo non è un sistema chiuso, ma dà vita, sul territorio nazionale, ad un significativo indotto fatto anche di piccole e medie imprese. La guerra è il classico maialino grasso di cui non si butta via niente.
Per quel che riguarda il rapporto con la Chiesa cattolica, Trump ha dimostrato di avere le idee chiare: l’asse portante del MAGA sono le confessioni cristiane protestanti. La preghiera di gruppo per il buon esisto della guerra, più un rito sciamanico pagano che una preghiera cristiana, parla chiaro. Il cattolicesimo è un ostacolo sulla visione trumpiana del nuovo mondo. Questo con buona pace del vice presidente Vance, che ha sì tentato un approccio con il Vaticano, ma è tornato mestamente in patria con un paio di uova di pasqua in valigia e niente altro. Il cosmopolitismo e la vocazione cattolica ad essere “potere nel potere”, un potere che si riserva di approvare o condannare quel che fanno i governi ponendosi come autorità politica e morale insieme, mal si adattano al tentativo trumpiano di costruire una unità ideologica di predominio etnico culturale anglosassone, allergica all’idea stessa del welfare, che basa la salute del corpo sociale sulla ricchezza dei pochi e non dei molti.

Donald Trump è al secondo mandato. Non si pone in un’ottica di accumulazione del consenso. Quel che vuole lasciare è un’eredità ancora più duratura. Degli Stati Uniti mondati dall’impurità, coesi secondo la sua idea di nazione. La priorità, quindi, è quella di accumulare materie prime per l’industria per giungere ad un ampio margine di sicurezza energetica e di materie prime. Cosa che porterebbe con sé anche il consenso della working class, che di un’espansione dell’industria interna trarrebbe immediato beneficio. La seconda priorità è la coesione ideologico-etnica, costi quel che costi. Vedi la sciagurata politica, condita da vere e proprie esecuzioni sommarie, vista a Minneapolis. La terza è quella di tagliare i rami secchi ed evitare le complicazioni della vecchia politica. In primis l’abbandono del ruolo di garante della difesa europea. Il benessere degli alleati e l’idea di un Grande Occidente, che va da Washington a Kiev, scompare di fronte alla centralità della bible belt.
Attenzione. Il secondo mandato potrebbe non essere la fine della vita politica del “biondo Donald”, come lo ha ribattezzato il nostro redattore capo Roberto Roggero. Lui parla direttamente con il suo popolo, che reagisce sia a quello che dice che a quello che lascia semplicemente intendere. E’ già accaduto con l’assalto a Capitol Hill nel 2021. Potrebbe accadere ancora.
Quel che Donad Trump fa, ha, quindi, una logica. Che a noi non piace, certamente, ma che non è rubricabile sotto la voce stupidità o follia. Per comprende pienamente Trump bisogna abbandonare la nostra perversione ideologica, maturata negli anni dorati delle grandi socialdemocrazie, che il modo di fare e di intendere la politica di noi europei continentali, ragionevole e lineare, sia l’unico possibile.
Trump ci dimostra il contrario.
