Roberto Roggero – La nuova versione della ben nota Dottrina Monroe, oggi meglio nota come America First, o Make America Great Again, rivisitazione del neocolonialismo americano in salsa trumpiana, sta allargando ogni giorno i propri obiettivi. Dopo avere ottenuto la vittoria delle destre in diversi Paesi latino-americani, e avere agito drasticamente in Venezuela con il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della moglie, il “biondo” Donald vuole recintare il cortile di casa, comprendendo anche Cuba, chiudendo il conto aperto da oltre 65 anni.
Facendo leva sul potere dell’egemonia del dollaro, e sul ricatto economico anche nei confronti di Paesi terzi, la Casa Bianca si sta accanendo nel voler ottenere che l’isola caraibica crolli su sé stessa, alimentando una crisi energetica mossa da diversi fattori, non solamente economici e politici, ma anche strutturali, geopolitici e sociali.
Interruzioni nella distribuzione di energia elettrica, conseguenti blackout, sempre più difficoltà nei collegamenti per l’approvvigionamento di beni essenziali, malcontento sempre più diffuso, sostegno all’opposizione interna. Questo è il quadro.
In sostanza, una evoluzione del concetto di sicurezza nazionale Made in USA, che va ben oltre la strategia diplomatica fino a soffocare la sovranità di altri Paesi, con particolare riferimento all’America Latina, sotto incessante impulso di personaggi come il segretario di Stato, Marco Rubio, fedele esecutore.
Il “biondo” presidente, “per non sfigurare” e mascherare la volontà colonialista, parla di una Cuba “sotto tutela”, ma è una versione che non convince nessuno, e rispolvera sotto nuova veste il celebre “Emendamento Platt”, risalente al 1901, ovvero quella norma imposta dagli USA alla Costituzione cubana post-indipendenza dalla Spagna, che stabiliva il controllo statunitense sulla politica interna, finanziaria e militare dell’isola e comprendeva clausole che limitavano la sovranità cubana e garantivano agli Stati Uniti la base di Guantanamo, con la riserva arbitraria di poter intervenire politicamente e militarmente negli affari interni cubani.
Rispetto all’inizio dello scorso secolo, la differenza è che tale arbitrario concetto (un po’ come quello del “diritto alla difesa” sbandierato dallo stato nazi-sionista israeliano) oggi gli Stati Uniti, nel caso di Cuba, hanno deciso di non esercitarlo più con le armi, ma con un vero e proprio assedio economico, che ha il chiaro scopo di soffocare l’autonomia dell’isola, contando sulla ancora imperante dipendenza dai combustibili fossili.
Cuba, e altri Paesi dell’area, sono strangolati da un distorto mix di neocolonialismo e dipendenza energetica e, complice l’azione contro il Venezuela (che era il primo fornitore di petrolio per L’Havana fin dai tempi di Hugo Chavez), oggi l’isola non ha più quell’equilibrio che aveva consentito di raggiungere un più che discreto sistema sanitario pubblico e ha fatto saltare altri meccanismi che facevano girare la propria economia. Oggi il “biondo” Donald sta agendo per trasformare quell’equilibrio in una trappola.
Di fatto, la stessa Cuna è cambiata, dopo la morte del Lider Maximo, Fidel Castro, e l’abbandono della vita politica da parte del fratello Raul, oggi ultranovantenne. E’ cambiata la gestione organizzativa, amministrativa e politica, perché sono cambiati molti contesti storici ed equilibri globali, e di certo, l’attuale presidente, Miguel Diaz Canel, non ha l’ascendente, l’autorevolezza, il carisma e il consenso popolare dei Castro, cosa che penalizza Cuba nell’attuale emergenza.
Certo, è facile ragionare “con il senno del poi”, ma è comunque evidente che, nella fase immediatamente posteriore ai Castro, Cuba avrebbe dovuto calcolare tutto questo, e prevedere le mosse americane, ragionando sul fatto che il petrolio venezuelano avrebbe potuto venire a mancare, quindi procedendo a una riforma dell’economia stessa, diversificando le fonti di energia, anche e soprattutto per quanto riguarda il meccanismo di gestione del turismo, principale risorsa di Cuba. Fatto che avrebbe reso l’isola meno vulnerabile al ricatto e alla prepotenza dello Zio Sam.
Il sequestro di Nicolas Maduro è stato indubbiamente il segnale di allarme per il governo cubano, considerando specialmente che il “biondo” Donald arriva perfino a negare il riscaldamento globale ed è dichiarato acerrimo oppositore della transazione energetica, e di conseguenza utilizza il petrolio come arma di ricatto e potere. A ciò si aggiunga che Washington sta prepotentemente rivalutando il concetto di neocolonialismo, per altro con la faccia tosta di negare la necessità di de-colonizzazione per i Paesi in via di sviluppo e, automaticamente, considerando l’America Latina e l’area caraibica il proprio giardino, formato non da Paesi sovrani, ma da appendici funzionali dell’amministrazione americana. Un’immagine che ricorda il deposito di Paperon De Paperoni il cui spazio antistante è disseminato di cartelli che intimano agli estranei di stare alla larga, con la differenza che quello spazio è a tutti gli effetti proprietà del ricchissimo papero, mentre ciò che si trova al di fuori dei confini statunitensi non lo è, o non dovrebbe esserlo.
Un concetto che, soprattutto nel caso di Cuba, non differisce in nulla dai tempi dela Guerra Fredda (tutt’altro che finita), ma senza il pretesto della lotta all’espansione ideologica dell’Unione Sovietica, che non esiste più.
Bisogna però considerare che il negare il riscaldamento climatico e l’opporsi alla transizione energetica, non è semplicemente un atteggiamento sbruffone tipico del “biondo” Donald, ma una precisa e calcolata scelta di strategia politica.
Dal momento che gli USA non hanno in pratica alcun progetto in merito, soprattutto in confronto ai Paesi Arabi che stanno aprendo la strada verso le fonti rinnovabili (finanziandola proprio con i proventi del commercio di gas e petrolio), la scelta è di mantenere il mondo il più possibile legato ai combustibili fossili. Di conseguenza, i Paesi produttori si vedono sottoposti a continue pressioni sia politiche che militari (vedi Venezuela e Iran) mentre i Paesi esclusivamente consumatori, come Cuba, posso essere strangolati.
Che poi il pretesto per il sequestro di Nicolas Maduro sia stato il narcotraffico, è ormai ampiamente dimostrato dai fatti: l’accusa stessa rivolta al presidente venezuelano oggi è manifestamente inesistente, mentre il sistema di gestione dello stato continua con Delcy Rodriguez, solamente più accondiscendente alla diretta gestione americana. A cuba è lo stesso, perché dovesse cadere il governo di Miguel Diaz Canel, il sistema statale non cambierebbe solo perché al “biondo” Donald non interessa alcun cambiamento, come è stato per altro dimostrato in Honduras, dove l’intromissione americana è finalizzata al raggiungimento di un risultato di comodo alle elezioni presidenziali, con Trump che ha promesso la sospensione degli aiuti se non dovesse vincere il candidato filoamericano.
Cuba però è differente da Venezuela e Honduras, ha una tradizione rivoluzionaria e di resilienza molto più radicata, ed è stato dimostrato fin dalla catastrofe della Baia de los Cochinos e da decenni di resistenza all’embargo statunitense, anche prima dei fiaschi americani contro Fidel Castro, poiché l’idea di indipendenza risale alla seconda metà dell’800 e al leader del movimento per l’indipendenza cubana, “l’Apostolo” ed eroe nazionale José Martì.
Di questo a Washington ne sono perfettamente coscienti, per questo considerano la “tutela” dell’isola (versione di comodo per non dire “annessione”) l’unica alternativa all’indipendenza castrista.
A questo punto, venuta a mancare la fornitura di petrolio venezuelano, Cuba non può che rivolgersi ad altre fonti, ad esempio Messico, Brasile, l’alleato storico, cioè Mosca, ed eventualmente Pechino.
La presidente Claudia Scheinbaum, con notevole lungimiranza, si è posta in prima linea, perché ben cosciente che difendere Cuba significa difendere la stessa autonomia del Messico, poi c’è il Brasile, dove quest’anno ci saranno le elezioni presidenziali, come in Colombia. Se dovessero vincere i candidati sostenuti dal “biondo” Donald, per Cuba la situazione peggiorerebbe ulteriormente, contando anche il fatto che la Casa Bianca avrebbe vinto nell’imporre la propria volontà politica, annullando di fatto l’onda progressista, imponendo la Dottrina Monroe.
Che poi la Russia si sia impegnata nel sostenere Cuba, non deve sorprendere, visti gli storici legami fra i due Paesi, mentre per la Cina il discorso è ancora diverso, perché la “filosofia” di Pechino in merito ad affari di questo tipo, è basata sull’assioma “niente per niente”.
Se poi vogliamo, si può anche considerare il rapporto Cuba-Italia, posto che il nostro Paese non ha proprio nulla da offrire a L’Havana, figuriamoci qualche garanzia. Anzi, è stata Cuba ad aiutare l’Italia, in tempi di pandemia, inviando medici e personale sanitario, e attualmente è ancora in corso lo scambio professionale, cn medici cubani operativi in Calabria, gli unici che riescono a mantenere in attività centri sanitari e ospedali che altrimenti chiuderebbero i battenti. Di fatto, il governo Meloni dimostra totale indifferenza per le attuali condizioni di Cuba, né ciò deve sorprendere, considerando il vassallaggio e il servilismo nei confronti del “biondo” Donald…
