L’IMPERO CONTRO LA DIGNITÀ DI UN POPOLO
Il silenzio che avvolge le strade dell’Avana in queste notti di marzo non è il silenzio della resa, ma quello denso e vibrante di una resistenza che si fa carne e storia. Mentre l’isola affronta il terzo blackout totale in meno di un mese, l’ombra lunga di Washington torna a proiettarsi sui Caraibi con la ferocia di un’epoca che credevamo consegnata ai libri di storia. Donald Trump, dal pulpito della Casa Bianca, ha lanciato un guanto di sfida che sa di anacronismo coloniale: “Avrò l’onore di prendere Cuba”, ha dichiarato, con l’arroganza di chi considera le nazioni sovrane come semplici proprietà immobiliari da acquisire o demolire a proprio piacimento. Ma ciò che il tycoon definisce “onore” non è altro che un crimine premeditato contro un intero popolo, un tentativo di strangolamento energetico che mira a spegnere non solo le lampadine nelle case, ma la speranza stessa di un’alternativa al modello neoliberista.
L’offensiva è partita con precisione chirurgica lo scorso gennaio, quando un ordine esecutivo ha dichiarato lo “stato di emergenza nazionale” negli Stati Uniti, istituendo dazi punitivi contro qualunque Paese osi vendere petrolio a Cuba. È l’applicazione brutale della “dottrina del collasso”: impedire l’arrivo del greggio significa paralizzare gli ospedali, fermare i trasporti, interrompere la catena del freddo per i generi alimentari. È una guerra che non usa i bombardieri, ma i decreti finanziari, puntando a trasformare la vita quotidiana di undici milioni di persone in un inferno di privazioni. Eppure, nonostante le minacce di Trump e la retorica bellicosa di Marco Rubio, che dal Dipartimento di Stato soffia sul fuoco della destabilizzazione, Cuba non è sola in questa trincea.
Il baricentro del mondo sta cambiando e l’Avana lo sa bene.
La recente accelerazione dei rapporti tra Cuba e il blocco dei BRICS non è solo una scelta economica, ma una necessità strategica di sopravvivenza. Mentre l’Impero tenta di isolare l’isola, la Russia e la Cina rispondono con i fatti, sfidando apertamente il ricatto dei dazi americani. Le petroliere russe, scortate idealmente dalla volontà di un mondo multipolare che rifiuta l’egemonia del dollaro, continuano a navigare verso le coste cubane. Questo legame con i BRICS rappresenta oggi l’unico vero scudo contro la politica della “fame programmata” imposta da Washington. È l’abbraccio di nazioni che hanno compreso come la sovranità di Cuba sia la chiave di volta per l’indipendenza di tutto il Sud Globale; se cade l’Avana, cade il diritto di ogni popolo di scegliere il proprio destino.
Sulle pagine di Granma, la voce della Rivoluzione risuona con una fermezza che non ammette dubbi: “Cuba siamo milioni”. Il governo di Miguel Díaz-Canel, pur aprendo spiragli di dialogo dignitoso, ha ribadito che la sovranità non è merce di scambio. Nonostante i terremoti che hanno scosso l’oriente dell’isola e le ferite inflitte da un blocco che dura da sessantacinque anni, lo spirito di Martí e di Fidel anima ancora le brigate dei lavoratori elettrici che lottano giorno e notte per ripristinare una rete obsoleta, colpita al cuore dalla mancanza di pezzi di ricambio che gli Stati Uniti sequestrano sistematicamente.
La “flottiglia della dignità” – come viene chiamata dai militanti la rete di rifornimento russa e messicana – è la prova che l’imperialismo ha perso il controllo del proprio “cortile di casa”. Il Messico di Claudia Sheinbaum ha inviato navi cariche di aiuti, rifiutando di piegarsi ai diktat di un Trump che minaccia di tassare ogni singolo bene messicano pur di vedere Cuba in ginocchio. È una battaglia di nervi, di logistica e di cuore. L’Impero gioca la carta del terrore, ma Cuba risponde con la cultura, con la solidarietà internazionalista e con quella resilienza che solo chi ha la coscienza pulita può permettersi. La storia non si ferma con un tweet o un ordine esecutivo; la storia si scrive nelle strade dell’Avana, dove ogni bambino che studia a lume di candela è una sconfitta vivente per l’arroganza yankee.

