Roberto Roggero – Il “biondo” presidente vuole anche Cuba, non riesce proprio a contenersi, in quella che è ormai evidente essere la volontà egemonica di affermare la moderna e personalizzata versione della Dottrina Monroe.
E’ di questa notte, 30 gennaio, la notizia che Trump ha formato un ordine esecutivo per imporre dazi notevolmente oppressivi a qualunque Paese che si permetta di commerciare petrolio con Cuba, con riferimento particolare al Messico, costringendo la presidente Claudia Sheinbaum a sospendere temporaneamente le spedizioni di greggio verso L’Havana, con il Messico che, dopo il Venezuela, era l’unico Paese che forniva petrolio a Cuba.
Dallo Studio Ovale, il “biondo” Donald lancia proclami come se avesse già piantato la bandiera a stelle e strisce sul palazzo presidenziale della capitale cubana: “Cuba è in completo declino, non durerà ancora a lungo, sta per crollare!” e proclama lo stato di emergenza nazionale, considerando la leadership dell’isola caraibica una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, ribaltando la realtà della situazione.
Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, ha replicato accusando Washington di “brutale aggressione” e denunciando pubblicamente le condizioni della popolazione a causa del blocco economico più duraturo della storia (in atto da quasi 70 anni), che costringe a condizioni di vita estreme.
Il “biondo” Donald accusa il governo cubano di sostenere i governi ostili a Washington, in primis Russia, Cina, Iran, nonché organizzazioni nemiche come Hezbollah e Hamas. Un motivo già visto recentemente in Venezuela, con il pretesto della lotta al narcotraffico, e abbiamo visto com’è finita, per questo la tensione a Cuba è palpabile.
Sembra un ritorno all’ottobre 1962, periodo della ben nota “crisi dei missili” dal momento che, secondo il presidente americano, Cuba ospita strutture militari e di intelligence di altri Paesi, comprendendo quella che definisce la più grande base di Mosca oltre i confini russi, e rincara la dose accusando l’Havana di avere intensificato i rapporti con Pechino per offrire riparo a gruppi terroristi.
Ma non è tutto: l’ordine esecutivo del “biondo” denuncia il governo cubano per violazioni dei diritti umani, limitazioni alla libertà di opinione, pressioni politiche nell’area caraibica, repressione, intimidazione, il tutto con memoria sorprendentemente a breve termine, visti i recentissimi fatti di Minneapolis…e oltrepassa ogni immaginazione con le accuse di violenza e diffusione della propria influenza ideologica nell’emisfero occidentale!
Il Dipartimento del Commercio USA ha ricevuto l’incarico di compilare un elenco dettagliato su quali Paesi rientrino nella categoria di chi commercia con Cuba, in cooperazione con il Dipartimento di Stato e altre agenzie federali. Quando l’elenco sarà completo, il “biondo” Donald valuterà quali misure saranno adottate per ogni singolo caso.
A Cuba la tensione è alle stelle, specialmente perché, secondo le stime ufficiali, le scorte di petrolio sono sufficienti per un solo mese, dopodiché il governo locale sarà costretto ad adottare misure di razionamento dei servizi essenziali e, alla fine, il blackout.
Come per il Venezuela, che era il primo fornitore di greggio per L’Havana, sanzioni e blocco energetico sono le nuove armi americane per soffocare la sopravvivenza di intere popolazioni, nello spietato Risiko ben apparecchiato sulla cosiddetta “Resolute Desk”, la grande scrivania del 19° secolo che si trova nello Studio Ovale, donata nel 1880 dalla Regina Vittoria al presidente Rutherford B. Hayes, ricavata dal fasciame in legno di quercia della HMS-Resolute. La mossa più recente quindi, è l’annuncio che Washington non tollererà ulteriori rotte di approvvigionamento per Cuba.
Un colpo non certo leggero per una economia già in difficoltà, oltretutto indebolita dal calo degli afflussi turistici che erano la prima fonte di entrate per L’Havana, e non sono tornati ai floridi livelli precedenti la pandemia, oltre al calo della produzione locale di zucchero, e l’aumento dell’inflazione. Misure bel calcolate dal “biondo” Donald, che infierisce anche senza bombardamenti e sequestri di presidenti.
Resta il fatto che senza carburante, la rete elettrica di Cuba rischia di collassare, con ricadute dirette sulla quotidianità. Il presidente Miguel Díaz-Canel, respinge le previsioni di un imminente collasso politico e accusa gli Stati Uniti di aggressione economica. Nei giorni scorsi si sono svolte manifestazioni di sostegno al governo, mentre i messaggi ufficiali insistono sulla resilienza del Paese di fronte a quella che viene definita una nuova fase dell’embargo, comprendendo inoltre il drastico calo di forniture da Algeria e Russia, comunque non in grado di colmare il vuoto lasciato dal Venezuela, con la presidente Delcy Rodriguez impegnata a propagandare una assolutamente finta volontà di autonomia, poiché i collegamenti con Cuba sono totalmente bloccati per volontà della Casa Bianca, nuova padrona di Caracas, e nonostante le veementi proteste di Pechino anche per quanto riguarda le aperte minacce americane nei confronti di Messico e Colombia.
Nel frattempo, lo scorso 17 gennaio a L’Havana il presidente Miguel Díaz-Canel ha convocato il Consiglio Nazionale di Difesa, per valutare i piani di preparazione militare, e contrastare eventuali progetti offensivi (Art.3 della Legge n.75 Defensa Nacional) da parte del “biondo” Donald, stile Venezuela, che non pochi analisti danno ormai per imminente. In sostanza, lo Stato di Guerra non è ancora dichiarato, ma Cuba inizia a prepararsi al peggiore scenario, con la decisione di aumentare del 50% delle spese militari, dagli attuali 1.000 a 1.500 miliardi entro la fine del 2027, anche se con estrema difficoltà nel reperire tali fondi, mentre il gruppo navale della portaerei USS- George H.W. Bush è schierato a 60 miglia dalle coste di Varadero.
I programmi di Washington pare abbiamo stimato la resa totale di Cuba entro la fine del 2026, ma è anche certo che la CIA e altre organizzazioni del genere, stiano manovrando per cercare all’interno dell’amministrazione cubana la persona con cui trattare una transizione, esercitando pressione psicologica, schieramento militare, attacchi mirati per spingere la società civile al collasso interno e qualche esponente del governo al tradimento, mentre L’Havana ricorre al sostegno di Cina e Russia.
Lo scorso 20 gennaio, l’ambasciatore cinese a L’Havana, Hua Xin, ha confermato il vincolo di amicizia speciale che lega Cuba e Pechino, rinsaldato dall’approvazione del proprio governo per l’invio di 60mila tonnellate di riso e un pacchetto di aiuti da 80 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamento e materiale elettrico, per rinforzare le infrastrutture energetiche cubane, e il giorno successivo, 21 gennaio, Raul Castro ha ricevuto al Palacio de la Revolución il ministro dell’Interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokolcev, nell’ambito di un rafforzamento delle relazioni.
