Roberto Roggero – Secondo l’intelligence americana, la Cina starebbe sostenendo l’Iran con aiuto finanziario, logistica e ricambi per componenti missilistici, e rilevamento satellitare, ma in modo più prudente di quanto starebbe facendo la Russia. Il motivo è d’altra parte evidente: preservare uno dei più importanti fornitori di energia.
Non è certo un segreto che le relazioni fra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica Islamica dell’Iran siano da tempo molto salde, né è un segreto che l’economia cinese necessiti in misura molto significativa del petrolio iraniano, che per raggiungere Pechino deve percorrere rotte marittime da tutelare e rendere sicure, soprattutto attraverso lo Stretto di Hormuz, da dove per altro transitano le maggiori scorte destinate a quasi tutti i Paesi del mondo.
In questo scenario, Pechino ha il chiaro intento di bilanciare la rivalità con gli Stati Uniti del “biondo” Donald, l’evitare una escalation che potrebbe sfuggire dal controllo, e naturalmente interessi economici. In poche parole, la Cina è interessata prima di tutto a porre fine alla guerra che rischia di compromettere le forniture energetiche.
Il governo cinese avrebbe quindi fatto pressione su quello di Teheran, per fare in modo che le navi cariche di greggio possano transitare senza pericolo. Dall’altra parte, l’aiuto della Russia sarebbe concretizzato nella fornitura di informazioni su movimenti di truppe, navi e sulla situazione delle basi americane in Medio Oriente, basate sull’attività dei satelliti militari.
Gli interessi di Mosca, inoltre, vertono sul fatto che un conflitto di lunga durata fra USA e Iran è un importante elemento di distrazione da altri fronti, in particolare quello ucraino e quello artico.
Non è chiaro se per congenita presunzione di superiorità o per qualche altro recondito motivo, il Pentagono ha più volte ridimensionato il ruolo di Russia e Cina in merito al conflitto mediorientale. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha dichiarato che Mosca e Pechino non sono determinanti per gli esiti finali della contesa con l’Iran.
Tuttavia il livello tecnologico sia della Cina che della Russia è indubbiamente di altissimo livello, e Pechino sta puntando prima di tutto proprio sulla tecnologia per supportare Teheran. Lo sta facendo, per esempio, con dettagliate informazioni derivanti dai rivelamenti satellitari, che forniscono immagini estremamente dettagliate delle basi americane in Medio Oriente e delle installazioni sensibili dei Paesi del Golfo, corredate di indicazioni GPS, concentrazioni di truppe, dotazioni e velivoli presenti identificazione delle varie tipologie di attrezzature, compresi gli E18 Growler e gli F35 specializzati in guerra elettronica. La Cina quindi, e la Russia, contrariamente all’opinione di circola all’interno del Pentagono, potrebbero essere, unitamente alla non certo indifferente potenza iraniana, elementi determinanti nel monitorare in tempo reale i movimenti delle forze americane, riducendo l’effetto sorpresa di eventuali operazioni.
La strategia di Pechino appare dunque chiara e articolata: evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto, ma allo stesso tempo rafforzare la cooperazione con Teheran.
Da considerare che, per controbilanciare tutto questo, Washington sta già provvedendo all’invio di rinforzi, ad esempio nelle basi della Giordania, oltre a una terza portaerei (USS-George W. Bush), con relativa squadra mobilitata per il Medio Oriente
I satelliti cinesi hanno intanto rilevato l’arrivo nella regione di altri aerei, fra cui diversi F15 Strike Eagle, EA-18G Growler, A10 Havoc e F35A, oltre ad altri sistemi THAAD per la difesa antimissile, alla base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, e in quella di Al-Udeid in Qatar.
Da Pechino, il ministro degli Esteri Lin Jian ha confermato la speranza che le parti in lotta possano giungere alla soluzione delle divergenze accettando di sedersi nuovamente al tavolo delle trattative, ma sa di dichiarazione di circostanza, visto lo stato delle cose. Intanto, nei giorni scorsi, sempre a Pechino, il vice-ministro degli Esteri Miao Deyu, ha ricevuto l’omologo iraniano Kazem Gharibabadi.
