Roberto Roggero – Con la abituale flemma, il tradizionale silenzio e senza mettere i manifesti, la Cina si sta volgendo al fondamentale settore dell’Artico, che nel prossimo futuro costituirà la spina dorsale del commercio planetario, e lo sta facendo in ambito BRICS+ insieme all’alleato russo, partecipando soprattutto con stanziamenti di miliardi di dollari, contando sul fatto che l’amica Russia è la nazione con la maggiore estensione geografica sui mari che circondano Polo Nord e Circolo Polare Artico.
Un primo passo è stata la partecipazione, con una delegazione scientifica, alla recente Conferenza sull’Artico che si è svolta a Oslo, in Norvegia, all’inizio di febbraio, promossa appunto da Norvegia e Russia, e che per altro è passata praticamente sotto silenzio (e non a caso) da parte dei media mainstream.
Mosca, da parte sua, non nasconde il profondo favore per la massiccia partecipazione economica cinese, dal momento che i proventi di tale partecipazione, sono una non indifferente boccata di ossigeno per l’apparato industriale di Mosca.
Dal 2016, le spedizioni finanziate da Pechino sono state quattro ciascuna con un biglietto andata/ritorno che ogni cittadino cinese ha contribuito a pagare con circa 100mila dollari (la popolazione cinese supera il miliardo e 400 milioni di persone), e la frequenza delle esplorazioni è destinata naturalmente ad aumentare nel prossimo futuro. Una cifra difficile sia da scrivere che da immaginare.
Inoltre, la Cina ha già avviato anche esplorazioni dirette lo scorso autunno, nel primo periodo dello scioglimento dei ghiacci, per identificare un percorso che permetta tempi più brevi per le merci da e per la Cina con l’emisfero occidentale. L’obiettivo è fissare una rotta percorribile per tutto l’anno, a partire dal 2030, al quale stanno contribuendo diversi enti scientifici sia cinesi che russi, in particolare i laboratori e centri ricerche di Murmansk, che Mosca e Pechino finanziano in comune.
Per trasparenza, il governo cinese ha comunque evidenziato (nero su bianco, nel “Libro sulla Sicurezza 2025”) che gli scopi della ricerca artica sono esclusivamente commerciali, e quindi pacifici: “Sulla base della tutela dei propri interessi e diritti legittimi, la Cina ha condotto cooperazione internazionale nelle spedizioni scientifiche, protezione ambientale, e altre aree nelle regioni artiche e antartiche. Gli Stati esterni alla regione artica non hanno sovranità territoriale su di essa, ma godono di diritti in tema di ricerca scientifica, navigazione, sorvolo, pesca, posa di cavi sottomarini e oleodotti in alto mare e altre aree marine importanti dell’Oceano artico, nonché diritti di esplorazione e sfruttamento delle risorse naturali dell’area, secondo la Carta ONU e il diritto internazionale”.
Si comprende quindi il perché delle pretese di sovranità avanzate dal “biondo” Donald sulla Groenlandia: la Cina nell’Artico è un pericolo commerciale per gli Stati Uniti, specialmente considerando gli obiettivi del gruppo BRICS+, fra cui l’abbattimento dell’egemonia del dollaro proprio in tema di scambi commerciali mondiali, e specialmente se si tiene presente il fatto che Pechino ha già sviluppato mezzi e dinamiche per compiere missioni di ricerca ed esplorazione autonome Xuelong-II in funzione dal 2020, e due droni sottomarini che hanno già effettuato la traversata subacquea dell’Oceano Artico.
