Il Presidente argentino Javier Milei
Buenos Aires si è risvegliata ancora una volta al centro di un uragano politico e sociale che minaccia di ridefinire l’architettura economica dell’Argentina per i prossimi decenni. In una mossa che molti analisti attendevano ma che pochi credevano sarebbe arrivata con tale brutalità legislativa, il presidente Javier Milei ha ufficialmente inviato al Congresso quello che la Casa Rosada definisce il capitolo definitivo della “modernizzazione lavorativa”, ma che le opposizioni hanno già ribattezzato come la fine dei diritti dei lavoratori argentini. Non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, bensì di una rifondazione globale del rapporto tra capitale e lavoro che mira a scardinare decenni di tradizione peronista. Il testo, depositato questa mattina presso la Camera dei Deputati, propone modifiche strutturali alla Legge sui Contratti di Lavoro che vanno ben oltre i tentativi di deregolamentazione visti nel primo anno di mandato. Il cuore della proposta risiede nella totale eliminazione dell’indennità di licenziamento così come è stata conosciuta finora in Argentina, sostituendola con un fondo di disoccupazione ispirato al modello dell’industria delle costruzioni (il cosiddetto “modello UOCRA”), ma con caratteristiche ancora più flessibili e favorevoli ai datori di lavoro.
Secondo il documento, i datori di lavoro non sarebbero più obbligati a pagare ingenti somme in caso di licenziamento senza giusta causa, ma contribuirebbero mensilmente a un conto individuale del lavoratore, portatile e capitalizzabile. Se da un lato il governo sostiene che questo incentiverà le assunzioni riducendo il “rischio di contenzioso” che paralizza le piccole e medie imprese, dall’altro i giuristi del lavoro avvertono che tale meccanismo rende il licenziamento praticamente gratuito per le aziende dopo i primi mesi, precarizzando di fatto l’intera forza lavoro nazionale. Un altro punto cruciale riguarda l’estensione del periodo di prova, che passerebbe dagli attuali termini a un anno intero, durante il quale il lavoratore potrà essere licenziato senza alcuna spiegazione e senza diritto a indennizzo, una misura che secondo il ministro dell’Economia Luis Caputo è essenziale per dare ossigeno alle imprese che esitano ad assumere in un contesto economico ancora fragile.
Il disegno di legge tocca poi un nervo scoperto della politica argentina: il finanziamento dei sindacati. La riforma prevede l’eliminazione delle quote di solidarietà obbligatorie, quelle trattenute che i non iscritti devono versare ai sindacati per la gestione dei contratti collettivi, prosciugando di fatto le casse delle potenti organizzazioni dei lavoratori. Inoltre, viene introdotta la figura del “lavoratore indipendente con collaboratori”, una categoria che permette a un autonomo di ingaggiare fino a cinque persone senza che si instauri un vincolo di dipendenza formale, una mossa che i critici definiscono come la legalizzazione del lavoro nero. La filosofia alla base è chiara ed è stata ribadita da Milei stesso in una conferenza stampa di fuoco: il mercato del lavoro argentino è sclerotico, bloccato da una “mafia sindacale” che protegge i privilegi di pochi a scapito di milioni di lavoratori informali che non hanno alcuna tutela. Per il governo, l’unico modo per assorbire il 40% di economia sommersa è abbassare drasticamente l’asticella delle tutele per chi è dentro il sistema, rendendo l’assunzione formale meno onerosa e burocraticamente complessa. Per approfondire la visione economica del governo e i dettagli tecnici della proposta, è possibile consultare la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Argentina che ha pubblicato una sintesi delle linee guida dell’esecutivo.

LA MOBILITAZIONE DELLA PIAZZA
La Confederación General del Trabajo (CGT), la più potente centrale sindacale del paese e spina dorsale del movimento peronista, ha dichiarato lo stato di allerta e mobilitazione permanente, convocando una riunione d’urgenza del suo consiglio direttivo per valutare la proclamazione di uno sciopero generale a tempo indeterminato, una misura estrema che paralizzerebbe il paese. I leader sindacali, tra cui spiccano le figure della famiglia Moyano che controllano il settore strategico dei trasporti su gomma, hanno definito la riforma come un “ritorno alla schiavitù” e un attacco diretto alla Costituzione, in particolare all’articolo 14 bis che garantisce la protezione contro il licenziamento arbitrario. Non si tratta solo di una disputa su articoli di legge, ma di una battaglia culturale profonda.
Per i sindacati e per i partiti di sinistra, Milei sta cercando di smantellare l’identità stessa dell’Argentina come società solidale, trasformando i lavoratori in merce di scambio usa e getta. Le strade di Buenos Aires, iniziano a riempirsi di manifestanti. I movimenti sociali, i “piqueteros”, che rappresentano i disoccupati e i lavoratori dell’economia popolare, vedono in questa riforma il preludio a una macelleria sociale che colpirà le fasce più vulnerabili. Si teme che la flessibilità in uscita non creerà nuovi posti di lavoro, ma permetterà semplicemente alle grandi aziende di sostituire personale anziano e costoso con giovani precari e sottopagati, sfruttando il periodo di prova esteso di dodici mesi come una porta girevole per manodopera a basso costo. La tensione è palpabile anche all’interno delle fabbriche e degli uffici, dove l’incertezza sul futuro normativo sta congelando le decisioni sia dei lavoratori che degli imprenditori.
Un aspetto particolarmente controverso è la limitazione del diritto di sciopero nei servizi essenziali, che la nuova legge intende espandere per includere settori come l’istruzione e i trasporti, obbligando a garantire una prestazione minima del 75% anche durante le agitazioni. Questo punto ha fatto infuriare i sindacati degli insegnanti e dei ferrovieri, che vedono neutralizzata la loro unica arma di negoziazione. La narrazione del governo, tuttavia, fa breccia in una parte della classe media e dei piccoli imprenditori, stanchi delle dispute sindacali. C’è una frattura profonda nella società argentina: da una parte chi vede nel sindacato l’ultimo baluardo contro il capitalismo selvaggio, dall’altra chi lo percepisce come una casta corrotta che ha impoverito il paese. Milei gioca abilmente su questa divisione, scommettendo che il risentimento verso la “casta” sia ancora superiore alla paura di perdere tutele. Per capire meglio la posizione dei sindacati e le loro argomentazioni giuridiche contro la riforma, è utile leggere i comunicati stampa e le analisi pubblicate sul sito della Confederación General del Trabajo.
GLI SCENARI PARLAMENTARI E LE PRESSIONI INTERNAZIONALI
La vera partita, tuttavia, non si giocherà solo nelle piazze ma nelle aule del Congresso, dove l’aritmetica parlamentare rimane l’ostacolo più grande per le ambizioni trasformative di La Libertad Avanza. Nonostante la vittoria elettorale schiacciante e il sostegno popolare che ancora resiste, il partito di Milei non ha la maggioranza assoluta né alla Camera né al Senato e deve necessariamente negoziare con i blocchi del cosiddetto “dialogo”, in particolare con il PRO dell’ex presidente Mauricio Macri e con settori del radicalismo. Questa riforma del lavoro rappresenta il banco di prova definitivo per l’alleanza di centro-destra. Macri spinge da tempo per queste riforme, ma all’interno del suo schieramento ci sono voci più moderate che temono le conseguenze sociali di un approccio così radicale. Il peronismo, pur frammentato dopo la sconfitta, si compatterà quasi certamente nel rifiuto totale della legge, cercando di attrarre i voti dei legislatori provinciali che rispondono ai governatori locali, molti dei quali sono preoccupati per la pace sociale nei loro territori.
La strategia del governo sembra essere quella del “tutto o niente”: presentare una riforma massimalista per poi negoziare su punti marginali, mantenendo però intatto il nucleo della deregolamentazione. C’è poi il fattore internazionale. Questa riforma è musica per le orecchie del Fondo Monetario Internazionale e degli investitori di Wall Street, che da anni chiedono all’Argentina di “aggiornare” le sue rigide leggi sul lavoro come condizione per sbloccare nuovi investimenti esteri diretti. Milei sa che per stabilizzare l’economia e far ripartire la crescita non basta aver azzerato il deficit fiscale; serve un afflusso massiccio di capitali privati che, fino ad oggi, sono rimasti alla finestra proprio a causa dell’incertezza giuridica e dei costi associati al lavoro. Il successo di questa legge è quindi vincolato alla sopravvivenza stessa del modello economico libertario: se passa, Milei potrà rivendicare di aver cambiato per sempre le regole del gioco e aver reso l’Argentina “investibile”; se fallisce o viene annacquata, il suo governo rischia di trasformarsi in un’anatra zoppa, incapace di attuare le promesse strutturali e in balia delle oscillazioni dei mercati finanziari.
Inoltre, il governo sta valutando di utilizzare strumenti di democrazia diretta, come un plebiscito non vincolante, se il Congresso dovesse fare ostruzionismo, cercando di scavalcare le istituzioni per appellarsi direttamente al popolo, una mossa rischiosa che potrebbe radicalizzare ulteriormente lo scontro. Le prossime settimane saranno decisive: si assisterà a un braccio di ferro estenuante fatto di trattative notturne, pressioni sui governatori, minacce di sciopero e volatilità sui mercati finanziari. L’Argentina è a un bivio storico e la direzione che prenderà dipenderà dall’esito di questa battaglia legislativa che contrappone due visioni del mondo inconciliabili.
