Secondo un rapporto israeliano, l’Arabia Saudita sceglie una via alternativa alla normalizzazione e punta a un nuovo equilibrio regionale
di Chiara Cavalieri*
RIYADH- Il Medio Oriente sta entrando in una fase nuova, segnata non più solo da alleanze formali, ma da scelte strategiche silenziose e progressive. Secondo un rapporto pubblicato dalla piattaforma israeliana JDN, l’Arabia Saudita non avrebbe alcuna intenzione, almeno nel breve periodo, di aderire agli Accordi di Abramo, preferendo invece costruire un’architettura di sicurezza alternativa insieme a Egitto, Turchia e Pakistan.
Una scelta che smentisce anni di aspettative occidentali e che segnala come Riad stia rivalutando costi e benefici della normalizzazione con Israele.
DUE ASSI REGIONALI IN COMPETIZIONE
Secondo gli osservatori citati dal rapporto, il Medio Oriente starebbe oggi assistendo alla cristallizzazione di due blocchi concorrenti:
- da un lato l’asse dello status quo, che include Israele, Emirati Arabi Uniti e forze filo-occidentali, rafforzato dagli Accordi di Abramo
- dall’altro un asse emergente, più cauto e multilaterale, guidato dall’Arabia Saudita in cooperazione con Egitto, Turchia e Pakistan
Questa seconda configurazione non nasce come alleanza ideologica, ma come risposta pragmatica a un contesto regionale sempre più instabile.
IL FATTORE INTERNO: IL PREZZO POLITICO DELLA NORMALIZZAZIONE
Secondo l’analisi del ricercatore turco Gokhan Gencere dell’Università Necmettin Erbakan University, citata da JDN, la scelta saudita è profondamente legata a considerazioni interne.
Riad considera l’adesione agli Accordi di Abramo un passo dal costo politico elevatissimo, soprattutto alla luce:
- del ruolo del Regno come custode dei luoghi santi dell’Islam
- della sensibilità dell’opinione pubblica saudita verso la questione palestinese
- del rischio di fratture interne difficili da gestire
A differenza di Stati più piccoli del Golfo, l’Arabia Saudita non può permettersi mosse percepite come rotture simboliche con la tradizione regionale.
SOMALILAND, UN SEGNALE MA NON UNA SVOLTA
Il rapporto sottolinea che il recente riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, pur riflettendo un mutamento negli equilibri regionali, non ha modificato la posizione saudita.
A Riad, tale mossa viene letta come parte di una strategia israeliana ed emiratina più ampia, ma non come un elemento capace di spingere il Regno verso una normalizzazione accelerata.
VERSO UNA STRUTTURA DI SICUREZZA MULTISTRATO
Secondo JDN, l’Arabia Saudita starebbe lavorando alla creazione di una struttura di sicurezza multilivello, in cooperazione con:
- Turchia
- Egitto
- Pakistan
Gli obiettivi principali sarebbero:
- bilanciare le minacce regionali
- affrontare crisi aperte come lo Yemen
- contenere l’espansione dell’influenza degli Emirati Arabi Uniti, percepita sempre più come competitiva
Non si tratterebbe di un’alleanza formale immediata, ma di coordinamento progressivo, soprattutto in ambito militare e di intelligence.
IL RIAVVICINAMENTO TURCO-SAUDITA
Secondo le analisi di Ankara, il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Turchia è il risultato di un cambio di rotta turco avviato nel 2020, quando Ankara ha adottato una linea più conciliante verso Riad.
Oggi la Turchia cerca di proporsi come:
- partner per la sicurezza
- mediatore regionale
- attore capace di dialogare con più blocchi senza schierarsi apertamente
Fonti citate dal rapporto parlano persino di speculazioni su una futura forza militare congiunta, che potrebbe includere anche l’Egitto.
IL RUOLO DI CAIRO E ANKARA
Secondo JDN, Il Cairo e Ankara condividono la percezione che i nuovi blocchi regionali emergenti possano minacciare la loro stabilità. Per questo vedono nella cooperazione con Riad uno strumento per costruire un consenso regionale alternativo, capace di riequilibrare l’area senza dipendere da architetture esterne.
Il quadro che emerge è quello di un Medio Oriente sempre più frammentato in blocchi concorrenti, dove la normalizzazione non è più l’unica strada percorribile.
L’Arabia Saudita sembra aver scelto, almeno per ora, una via autonoma, lontana dagli Accordi di Abramo e più attenta agli equilibri interni e regionali. Una scelta che potrebbe ridefinire gli assetti di sicurezza del Medio Oriente negli anni a venire.
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