Roberto Roggero – Che cosa ha che fare l’accanimento del fondamentalismo islamico contro la presenza cinese in Paesi come Afghanistan o altri dell’area mediorientale? A che cosa si devono avvenimenti come l’attentato del gennaio scorso, quando un terrorista kamikaze si è fatto saltare in aria, in un ristorante cinese del quartiere Sher-e-Naw di Kabul, con la morte di sette persone e il ferimento di circa trenta, rivendicato poco dopo dal cosiddetto Isis-K, ovvero le cellule locali di Daesh (Stato Islamico)?
La motivazione ufficiale è quella di vendicare l’oppressione del governo cinese nei confronti degli Uighuri, minoranza etnica turcofona di religione musulmana, della regione autonoma dello Xinjiang, regione nord-occidentale della confinante Cina. Geograficamente, l’Afghanistan confina con la Cina, ma su una linea di demarcazione di soli 76 km situata all’estremità orientale del Corridoio del Wakhan, nella provincia afghana del Badakhshan, a un’altitudine di circa 5.000 metri (Passo di Wakhjir), fra le montagne dell’Hindu Kush e del Pamir, e per altro è un confine ermeticamente chiuso a qualunque tipo di traffico, e anche dalle estreme condizioni atmosferiche, che ne decretano l’inaccessibilità per sei mesi all’anno.
Cina e Afghanistan non sono collegate da altri valichi o strade degne di tale nome, e i 76 km di confine sono fortemente presidiati da guarnigioni dell’esercito cinese, poiché Pechino assegna grande valore strategico al territorio.
Dato il fatto, per altro ben noto, che l’Isis (Stato Islamico o Daesh che dir si voglia) sia una creatura derivata dalla politica espansionista americana, rimane il fatto che questa creatura sia poi sfuggita al controllo dei propri ispiratori e si sia diffusa.
Isis-K corrisponde alla dicitura occidentalizzata di Daesh-Khorasan, che in arabo è tradotta come “Ad-Dawlah al-Islāmiyah fī ‘l-ʿIrāq wa-sh-Shām-Wilayah/Daesh Khorasan”, gruppo fondamentalista attivo in Asia meridionale e centrale, anche se i vertici dello Stato Islamico negano che esistano collegamenti, che per altro pare siano presenti anche in alcune zone isolate dell’India.
Le prime manifestazioni risalgono al gennaio 2015, quando è stato annunciato il nome del comandante di tali formazioni, Hafiz Saeed Khan, proveniente dal gruppo TTP, e del vice-comandante Abdul Rauf Aliza, ucciso da un drone americano poco meno di un mese dopo, mentre il leader Hafiz Saeed Khan è stato ucciso in un attacco aereo, sempre americano, nel luglio 2016. Il successore, Abdullah Orokzai (nome di battaglia Aslam Farooqi), pare sia stato catturato dai talebani nell’aprile 2020.
Il legame fra le cellule afghane e le strutture più organizzate presenti in Pakistan, pare sia avvenuto intorno al settembre 2024, quando è avvenuto l’incontro segreto fra membri delle due parti: membri provenienti dall’Afghanistan, si sarebbero incontrati con alcuni capi del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) e sarebbe stato dato il via al reclutamento di volontari, invitati a giurare fedeltà all’allora capo supremo di Daesh, Abu Bakr Al-Baghdadi
Nell’ottobre 2014 l’ex comandante talebano Abdul Rauf Khadim è stato segnalato anche in Iraq, quindi sarebbe rientrato in Afghanistan, dove ha reclutato seguaci nelle province di Helmand e Farah. Inoltre, le varie formazioni sono sempre state caratterizzate da rivalità reciproche e diserzioni tanto che, nel novembre 2014, sei importanti comandanti superiori del TTP, fra cui Hafiz Khan Saeed, Shahidullah Shahid (portavoce ufficiale), e i leader delle regioni di Kurram, Khyber e dei distretti di Hangu e Peshawar, avrebbero giurato fedeltà a Al-Baghdadi, apparendo in un videomessaggio, nel quale riconoscevano Hafiz Saeed Khan loro comandante supremo. Successivamente, altri importanti capi tribali si sarebbero aggiunti al gruppo, fra cui i capi delle tribù di Logar, Kunar, e del Lakki Marwat dal Pakistan.
In Afghanistan, è rimasto comunque provato il supporto e il sostegno non solo di numerosi villaggi di frontiera, ma anche di alcune città di discreta importanza, prendendo di mira centri universitari e organizzazioni studentesche, per altro ottenendo anche l’adesione di alcuni importanti docenti di diritto islamico e studenti dell’Università di Kabul che hanno giurato fedeltà al gruppo. Si ritiene inoltre che l’Isis-K abbia reclutato anche diversi combattenti presso una decina di importanti moschee e madrase in Pakistan, e oltre un centinaio di moschee minori.
Secondo le valutazioni degli esperti, pare che la roccaforte principale del gruppo in Afghanistan sia nei pressi di Achin, zona orientale del Paese nell’Afghanistan orientale del Paese dal dove, a fine gennaio 2015, il portavoce ufficiale, Abu Muhammad Al-Adnani, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha accettato il precedente impegno di fedeltà e ha annunciato l’espansione del califfato, con la creazione di Wilayat Khorasan (provincia di Khorasan), regione storica che incorpora parti di Afghanistan e Pakistan. Nella dichiarazione, veniva anche annunciato il nome del capo, Hafiz Khan Saeed, e del vice Abdul Rauf.
In Afghanistan, Isis-K ha cominciato ad attirare al proprio interno i disertori delle formazioni talebane, i non pochi delusi dai loro capi e gli arrabbiato per le sconfitte subite. Ciò ha spinto l’anziano leader talebano Akhtar Mansour a scrivere personalmente ad Abu Bakr Al-Baghdadi, chiedendo di fermare il reclutamento in Afghanistan, sostenendo che la guerra doveva essere condotta solo dai talebani.
Al-Baghdadi non la prese troppo bene, e ne nacque una accesa rivalità, sfociata in scontri armati fra i due gruppi, nella provincia di Nangarhar. Dopo mesi di accaniti combattimenti, e aver cacciato i talebani da alcuni distretti della zona di Nangarhar, il gruppo Isis-K ha iniziato ad attaccare le forze afgane nelle province di Khorasan, Helmand, Farah e Nangarhar.
Nel 2015, Isis-K riuscì poi a inglobare numerosi volontari dal gruppo IMU (Movimento Islamico Uzbeko) con sede in Afghanistan, che ha accettato di fondersi con Wilayah Khorasan. A seguito di questo impegno, sono scoppiati scontri fra IMU e talebani nella provincia di Zabul, mentre in quella di Farah i talebani hanno avuto la meglio.
Nel 2016, il gruppo ha perso il controllo della maggior parte della provincia di Nangarhar e dei distretti di Achin e Shinwar, a seguito di un’operazione militare delle forze di sicurezza afghane, e successivamente anche delle province di Batikot e Chaparhar. In quel periodo, nella zona sono entrati in campo anche gli Stati Uniti, con incursioni aeree chirurgiche contro le basi localizzate delle formazioni Isis-K.
Nell’aprile 2016 i talebani hanno riferito che alcuni leader di alto e medio livello del Wilayah Khorasan nella provincia di Nangarhar avevano disertato dall’Isis-K e giurato fedeltà al leader talibano Akhtar Mansour. I disertori includevano membri del consiglio centrale del gruppo, del consiglio giudiziario e del consiglio dei prigionieri, oltre a comandanti di reparti sul campo e numerosi combattenti.
Nel 2017, gli Stati Uniti avevano stimato che l’Isis-K avesse meno di un migliaio di combattenti, rispetto ai circa tremila del 2015, e che il gruppo avesse perso il controllo di importanti roccaforti nell’Afghanistan orientale è crollata a seguito di offensive militari coordinate fra Stati Niti, forze regolari afghane e talebani.
Di contro, il gruppo fondamentalista non rinunciava al reclutamento da altre fonti, come conferma il videomessaggio di alcuni militanti del Kashmir, diffuso nel Natale 2017, nel quale si invitava Ansar Ghazwat-ul-Hind ad allearsi a Isis-K e combattere la Guerra Santa in Kashmir contro il governo indiano, ma il gruppo ha rifiutato.
A metà maggio 2019, Daesh ha dichiarato operative nuove formazioni in Pakistan e India, rivendicando alcuni attacchi in Kashmir e Baluchistan, oltre che in Khorasan. L’anno successivo il comandante Aslam Farooqi fu localizzato e arrestato dalla polizia afghana, insieme a una ventina di altri comandanti superiori, sebbene un rapporto ufficiale dell’ONU affermava che la minaccia Isis in Afghanistan era ancora ben presente, soprattutto nelle province di Nangarhar e Kunar, e nella capitale Kabul. Infatti poco tempo dopo, al fine agosto 2021, un attentatore suicida dell’Isis-K si è fatto esplodere presso l’Abbey Gate dell’Aeroporto Internazionale Hamid Karzai di Kabul, provocando 183 morti (170 civili afghani e 13 soldati americani) e oltre 200 feriti.
Inoltre, nel marzo 2024, alcuni uomini, pesantemente armati e in tenuta mimetica, fecero irruzione al Crocus City Hall di Krasnogorsk, una sala da concerti a nord-ovest di Mosca, aprendo il fuoco senza pietà sugli spettatori e uccidendo 137 persone e ferendone 180. L’attentato è stato rivendicato dalla cellula dello Stato Islamico-Khorasan, come confermato anche da alcuni video e dai passaporti con cittadinanza del Tagikistan trovati sugli assalitori.
Secondo diverse teorie, il rivendicare l’oppressione cinese nei confronti della minoranza uigura sarebbe però solo la classica punta dell’iceberg, considerando che la rivendicazione fondamentalista ha compreso una chiara minaccia contro tutti i cittadini cinesi in Afghanistan. In pratica, io ramo afghano di Daesh sta prendendo di mira la presenza cinese in tutto il Paese, in tutte le sue forme, dal piccolo chiosco o ristorante, ai grandi cantieri e infrastrutture.
A monte di questa campagna di terrore, quindi, è evidente l’intenzione di smantellare dall’interno sia la repressione delle minoranze musulmane dello Xingjiang, ma soprattutto l’intromissione di Pechino e i suoi collegamenti con la leadership talebana di Kabul, che dal 2021 (anno del ritorno al potere in seguito all’evacuazione americana) ha permesso l’ingresso in Afghanistan a diversi grandi imprenditori cinesi, che stanno ottenendo importanti contratti per l’ammodernamento delle principali infrastrutture, in particolare nel settore stradale e ferroviario.
Di fatto, l’Isis in Afghanistan ha compreso la presenza cinese fra i propri obiettivi, sfruttando il pretesto della politica che Pechino attua nei confronti delle minoranze etniche nello Xinjiang, fra Uiguri, Kirghisi, Kazaki e comunità musulmane in genere (in totale circa 1 milione di persone) buona parte delle quali relegate in veri e propri grandi campi di lavoro e detenzione. Rivendicazione che per altro si sta allargando anche a Tagikistan e Pakistan, con la evidente intenzione di scoraggiare i grandi investimenti cinesi.
La situazione afghana rimane un caso particolare e del tutto a sé, in quanto, a causa delle pesanti sanzioni occidentali, la leadership dio Kabul non ha avuto altra scelta che rivolgersi a Oriente per trovare partner commerciali ed economici per alleviare la crisi finanziaria, incontrando ovviamente la determinata opposizione dei gruppi radicali locali che non vogliono permettere alle grandi aziende cinesi di intromettersi nella gestione e amministrazione del Paese, impedendo che la Cina possa sfruttare le risorse naturali. Come ben si sa, i mezzi che l’Isis utilizza per i propri scopi sono unicamente attentati volti a generare psicosi di massa.
Il governo talebano, quindi, si trova a dover affrontare non solo le sanzioni occidentali, ma anche una vera e propria minaccia interna, portata da quelle formazioni estremiste che, secondo il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, erano state definitivamente eliminate.
Il problema Isis-K ne pone un altro di riflesso: secondo le informazioni attuali, lo Stato Islamico non ha basi operative in Afghanistan, per la sorveglianza comunque molto attiva degli stessi talebani, per cui già questo fatto riduce le possibilità che possa portare attentati frequenti, ma, di contro, pone il rischio di azioni isolate ma particolarmente pesanti e sanguinose. Inoltre, è invece certa la presenza di formazioni terroriste attive nei Paesi confinanti, in particolare in Pakistan, che con l’Afghanistan condivide il confine più esteso, cioè la cosiddetta Linea Durand, di circa 2.800 km, oltre che Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan, ai confini settentrionali, nel territorio del fiume Amu Darya, zone particolarmente montuose e impervie. Il confine con l’Iran è poi altrettanto impraticabile, poiché disseminato di laghi salati e zone estremamente aride.
A novembre 2025, per esempio, cinque lavoratori cinesi sono stati uccisi e altrettanti sono rimasti feriti nel corso di due raid separati in Tagikistan, vicino al confine afghano. Le autorità locali hanno subito fatto sapere che gli attentati erano stati lanciati dal territorio controllato da Kabul. In risposta, afghani e tagiki hanno lanciato un’azione congiunta per sradicare nascondigli e strutture operative dell’Isis-K nei pressi della frontiera.
Nel luglio 2025, Al-Tazkirah Media, organizzazione mediatica affiliata a Daesh, ha diffuso un manifesto per invitare i musulmani uiguri a unirsi al gruppo e a “distruggere la tirannia cinese”. La spinta dell’Isis-K a reclutare specificamente uiguri, la minoranza etnica cinese che vive nello Xinjiang, sottolinea la sua crescente alleanza con gruppi jihadisti uiguri, come il Partito Islamico del Turkestan (TIP), formazione estremista islamica composta principalmente da uiguri provenienti dallo Xinjiang, che si stima composta da un massino di circa 4.500 combattenti, con lo scopo di creare uno stato separatista islamico uiguro nel Turkestan e parte dello Xinjiang.
In ogni caso, una spina nel fianco di Pechino, soprattutto perché esistono ben noti rivali internazionali della Cina, che sarebbero disposti a finanziare le formazioni dell’Isis-K, sfruttandolo a proprio vantaggio…
